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giovedì 17 novembre 2011

Lettera dall'Argentina


Monicelli disse che, purtroppo, in Italia la Rivoluzione non c'è mai stata. Gli angloamericani hanno messo fine al fascismo, non gli italiani. La BCE ha cacciato Berlusconi, non gli italiani e neppure un'opposizione collusa e di cartapesta. I nuovi padroni hanno sempre sostituito i vecchi in questo Paese di servi. Forse ora, almeno una volta nella nostra Storia, potremmo tentare di liberarci da soli. Questa lettera dall'Argentina è un messaggio di speranza. 

"Caro Beppe, cari tutti,
da piccola mio padre mi raccontava, e io la sognavo, l’Italia. La vostra meravigliosa penisola e il Mediterraneo erano per noi non soltanto la culla, insieme con la Grecia, della civilizzazione occidentale: per il 40% della popolazione dell’Argentina l’Italia era la Madre Patria. Ci chiedevamo perché dovessimo parlare lo spagnolo, con cui non avevamo niente a che fare. I nostri genitori compravano – delle volte con fatica – riviste italiane come la Domenica del Corriere, e noi bambini guardavamo le vignette “Senza parole” cercando di capirle, intanto ascoltavamo Iva Zanicchi cantare “Fra noi”. In buona parte del mio Paese i cognomi sono esattamente i Vostri.

Circostanze fortuite fecero sì che venissi in Italia da ragazzina, volando sola dagli zii e che, subito dopo, ci fosse in Argentina il golpe del ’76. Mio padre decise che era meglio che restassi in Italia. E cosi fu. In Argentina tornai nell’83 dopo una frase di mio cugino di Baudenasca (Pinerolo), che guardandomi soffrire in una crisi di nostalgia mi disse: “Generazione che emigra é generazione perduta”. Scelsi allora che la mia casa sarebbe stata per sempre l’Argentina. Comunque l’Italia é nel mio sangue e nel mio cuore, tanto da portarne la Carta d’Identitá nel portafoglio insieme con il mio Documento Nacional de Identidad. Seguo quindi le questioni italiane da sempre, guardo Rai International come tantissimi argentini, la piú vasta popolazione d’origine italiana in un Paese estero, anche se l’Italia ci ha spesso ignorato. 

Ho assistito sbalordita a molte vicende italiane degli ultimi anni cosí come alle avventure del Vostro Cavaliere. In Argentina, quelli che voi chiamate i “poteri forti”, non avendo potuto rialzarsi nonostante il golpe e la dittatura, si inserirono nel governo Menem, corrompendolo e travolgendolo sin dall’inizio. Per poco non riuscirono. Va peró detto che dopo Menem siamo riusciti a reagire e quando, con il governo dell’Alianza di De La Rua, vollero darci il colpo finale, la popolazione nelle piazze lo forzó a rinunciare e se ne dovette andare. Non sono stati loro, i “poteri forti”, a cacciare chi era disposto a fare le riforme che vi dicono ora che “ci vogliono” e che un governo da voi eletto non puó fare perché “impopolari”. Siamo stati noi, i cittadini nelle strade, a cacciarlo via nonostante fossimo confusi perché ci tenevano come voi con le spalle contro il muro, attanagliati dai titoli a caratteri cubitali sui giornali con il “Riesgo País” (il vostro “Spread”) che ci avrebbe portati tutti all’inferno se non prendevamo la cicuta. 

Il dilemma era uguale a quello che é posto a voi e ai greci "Se non volete morire ammazzati, suicidatevi poco a poco". La legge di “Flessibilizzazione del lavoro”, approvata dal governo De La Rua pagando i senatori, fu derogata. I contributi (persino quelli), che erano stati privatizzati e consegnati ai “Fondi Pensione”, sono stati recuperati dallo Stato. Il PBI (prodotto interno lordo, ndr) argentino, che nell’anno del default andó giú strepitosamente (-11% nel 2002), cominció subito a crescere ad una media dell’8-9% annua sin dal 2003 e chiuderá il 2011 con una crescita del 7% nonostante la crisi internazionale. Centinaia di ricercatori tornano in Argentina grazie al programma “Radici” del governo; il budget per la pubblica istruzione (dichiarata “bene pubblico” per legge) è passato da meno del 2% del PBI (2001) al 6,5%.

Al “libero commercio” voluto dagli Stati Uniti per il continente americano i nostri Paesi hanno detto no, per volontá di quei presidenti che godono del piú vasto consenso dei loro cittadini e che vengono spesso scherniti dal “Primo Mondo”. Per i media globali Chavez, ad esempio, é un pagliaccio. Cristina, una “populista” che pensa solo a comprare scarpe e borse costose. Evo Morales, un “selvaggio” e cosí via. Stereotipi per screditare i nostri governi perché stiamo resistendo ai “poteri forti”. Cresciamo, abbiamo volontá e fiducia e passione, anche se sappiamo benissimo – perché l’abbiamo imparato a sangue e fuoco – con chi abbiamo a che fare e nonostante loro continuino ad avere qualcuno tra di noi che fa da servo piú o meno ben pagato. Volevo dirvelo, perché l’Italia e gli italiani mi stanno a cuore, perché ho mezza famiglia in Italia. Non lasciatevi portare cosí al macello, non svendete l’Italia. Se non ce la fate Voi, vincono loro. Piú vincono loro, piú siamo tutti a rischio." (Lili A., Santa Rosa La Pampa Argentina)

Fonte: http://www.beppegrillo.it/2011/11/lettera_dallargentina/


IL COMMENTO:

"Una bella lettera, e interessante. Ma ora mi chiedo: è possibile applicare alla nostra Italietta la soluzione di un grande paese come l'Argentina? La nostra appartenenza all'Unione Europea non complica le cose? E se usciamo, siamo sicuri che il nostro Stato da solo possa sopravvivere alla voracità del capitalismo globale? Ho dei forti dubbi. Per questo penso che dobbiamo innanzitutto lavorare perchè trionfi, a livello globale, un sistema politico-economico diverso, maggiormente basato, per capirci, su concetti di equità sociale vicini al marxismo, o se vogliamo, al movimento degli Indignati. Solo così saremmo in grado di uscire da questa crisi senza l'aiuto dei cosidetti 'poteri forti'. In caso contrario, sono pessimista che si produca in Italia un vero cambiamento con le sole armi della protesta pacifica. E' triste dirlo, ma va messo in conto il rischio di lasciarci la pelle in una lotta che potrebbe anche rivelarsi inutile alla fine se, di pari passo ad una lotta interna, non costruiamo anche una comune politica europea. Insomma, l'obiettivo dovrebbe essere la costruzione di una casa (e causa) comune europea partendo dal basso, poichè un'Europa dei cittadini si avrà solo quando belgi, finlandesi, francesi, tedeschi, italiani, irlandesi si sentiranno idealmente vicini, e non solo geograficamente, se saranno uniti in una comune lotta, in un comune impegno politico. Il cammino verso una vera identità europea è ancora lungo purtroppo, ma se vogliamo sentirci europei fin da adesso, e non solo sulla carta, dobbiamo cominciare a smuovere le idee, le coscienze e le comodità su cui per troppo tempo si sono accomodati i cittadini del vecchio continente." (Giorgio Santi)

mercoledì 19 ottobre 2011

La dittatura finanziaria


La dittatura per il nostro paese è ormai certa. Si tratta di scegliere (forse) di che morte vogliamo morire. Siamo di fronte ad un bivio apparentemente senza alternative (vogliamo chiamarlo capolinea?) della nostra storia patria, chiamati a scegliere tra la dittatura di Berlusconi e la dittatura delle banche.

Si fa sempre più concreta la prospettiva di una cessione (permanente!!) di sovranità  degli Stati indebitati, come la Grecia, da sostituire con un governo diretto delle banche (BCE, FMI, ecc). Terribile! Ma ci rendiamo conto che questa è l'anticamera della  schiavitù? Che colpa ne hanno i popoli dei debiti contratti dai governi?!!!!! La legalità diventerà quella stabilita dalle banche, il debito il cappio che ci strozzerà, sovrano  assoluto delle nostre vite!!!

Le nuove generazioni si preparino in sordina a fare la rivoluzione vera (quella che implica anche essere pronti a dare la vita per la causa!) per non essere schiacciate, o saranno perdute; si preparino a ribellersi in maniera organizzata, se necessario anche con la violenza, che in questo caso sarebbe giustificata perchè dettata da un basilare diritto/istinto di autodifesa della propria dignità, libertà e sopravvivenza!!!

Per approfondimenti sul tema: La dittatura dei banchieri di Luis Alsò.


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domenica 5 giugno 2011

Grecia: pianificata la lotta popolare


"La maggioranza dei lavoratori, la maggioranza del popolo deve dichiarare di non credere alle parole del potere del capitale. Ci stiamo unendo per vincere piccole e grandi battaglie e infine vincere la guerra". Questo, tra l'altro, ha detto Aleka Papariga al partecipato incontro del KKE la sera del 25 maggio nella città di Larissa.

La Segretaria del CC del Partito ha sottolineato che oggi è necessario dinamicizzare e pianificare meglio le lotte della classe operaia e di quelle popolari, per le piccole e grandi vittorie. Ma deve essere chiaro che la lotta deve condurre al rovesciamento del potere dei monopoli.

In precedenza, in un'intervista con l'emittente radiofonica "Real Fm", Aleka Papariga rispondendo alla domanda sui tentativi del 25/05 di organizzare in varie città greche mobilitazioni sullo stile spagnolo, ha chiarito tra l'altro che:

"In quanto Partito guardiamo, in tutta sincerità, con simpatia ai tentativi del popolo di esprimere il proprio punto di vista. Lo spontaneismo esiste e si sviluppa principalmente quando c'è una consapevolezza dell'azione politica, lo spontaneismo non appare mai dal nulla.

D'altra parte, ci guardiamo dal dire che lo spontaneismo costituisca l'unica tipologia di risposta. Si tratta di focolai senza organizzazione, senza radicamento nei luoghi di lavoro, nelle industrie, del pubblico o del privato, senza direzione politica. Temiamo che siano sfoghi, una tendenza che passerà. Non è negativo che i giovani, alla ricerca di un modo di esprimersi, acquisiscano esperienza. E' senz'altro un'esperienza e noi non abbiamo una posizione ostile nei loro confronti. Ma la mia impressione è che alcuni nemici giurati del movimento facciano assurgere questo tipo di mobilitazioni a una forma ideale in opposizione allo sciopero. Questo è sbagliato. Lo sciopero è una delle forme di lotta, certo non l'unica, attraverso la quale il lavoratore può dimostrare la propria forza. Quando il lavoratore scende in sciopero deve vincere la paura del padrone. Riempire le piazze è molto più facile".

Inoltre sul quotidiano del KKE, Rizospastis, Papariga ha commentato: "A chi giova un movimento apartitico quando ad esso si contrappongono partiti con specifiche linee politiche e strategiche, rappresentanti degli interessi delle varie sezioni del capitale?

Senza voler sottovalutare le intenzioni di molta gente comune di manifestare dissenso per la progressiva riduzione del tenore di vita, è più che certo che le mobilitazioni che cercano di alleviare il senso di frustrazione siano più facili da manipolare e ancora più facili da "sgonfiare". L'ampia risonanza per l'iniziativa di ieri costituisce lo sfruttamento di uno stato d'animo di resistenza, che il sistema politico borghese, in una dimostrazione di forza, pone contro la lotta di classe. In questo modo il sistema politico borghese preserva se stesso, in un momento in cui la rabbia popolare aumenta pericolosamente e si creano le condizioni di radicalizzazione della lotta. Il movimento ha esperienza di queste forme di attivismo sul modello dei vari "Social Forum", di Genova, ecc. Ha esperienza anche delle mobilitazioni attraverso Internet, come quelle organizzate dopo gli incendi boschivi del 2007: quattro anni dopo il governo, proseguendo il lavoro di ND [Nuova Democrazia, partito di centro destra che riottenne la guida del paese alle elezioni anticipate del 2007 a cui si è avvicendato nel 2009 il Pasok di centro sinistra tuttora al governo, ndt], sta svendendo ciò che rimane della terra, del mare e dell'aria. Dobbiamo avvicinare queste persone normali, che si sono spontaneamente mobilitate, perché siano consapevolmente mobilitate nella lotta di classe. Il PAME [Il Fronte Militante di Tutti i Lavoratori, che raccoglie le forze sindacali con un orientamento di classe, ndt] l'ha già fatto, con una risposta positiva. Il nemico ha una strategia, un'organizzazione e un nome. Il movimento popolare deve fare lo stesso per vincere la guerra che le è stata dichiarata".

Il PAME ha annunciato che indirà dimostrazioni per sabato 28/05 in molte città greche. La dichiarazione congiunta del PAME, PASEVE, PASY, MAS e OGE [rispettivamente Movimento dei lavoratori autonomi e i piccoli commercianti contro i monopoli, Movimento dei contadini, Fronte militante studentesco e Federazione delle donne greche], recita: "Nel quadro dello sviluppo capitalistico, non c'è un futuro favorevole al popolo. I sacrifici che vi chiedono, non hanno fine. Non avete alcuna responsabilità della crisi del capitalismo. Il debito e il deficit sono della plutocrazia. Non accollatevelo. Nessun consenso, nessun sacrificio: la plutocrazia deve pagare la crisi".


26/05/2011 - Dal sito del Partito Comunista di Grecia: http://inter.kke.gr/News/news2011/2011-05-26-info
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

La seconda rivoluzione di Cuba: quella dell'agricoltura biologica


L'informazione dovrebbe dedicare un po' piu' di spazio a Cuba, non tanto per il gossip sulla successione a Fidel e Raul Castro o per discutere se Obama togliera' o meno l'embargo, ma per accorgersi che a Cuba ci sono state due rivoluzioni:

La prima e' naturalmente quella del 1959 che ha dato "potere al popolo". Le cose non sono andate esattamente come molti forse avrebbero sperato, ma per alcuni aspetti la vita a Cuba non è poi così male: la speranza di vita è passata dai 59 anni del 1960 ai 78 di oggi (come negli USA); la mortalità infantile è scesa dal 37 per mille al 6 per mille (ancora come negli USA). Se poi  avete visto Sicko di Michael Moore sapete ad esempio che il sistema di assistenza sociale e sanitaria dell'isola è per molti aspetti migliore di quello americano.

La seconda rivoluzione e' iniziata nel 1991, dopo la dissoluzione dell'URSS; non potendo piu' contare sulle importazione di petrolio sovietico, Cuba ha dovuto defossilizzare la sua economia e soprattutto la sua agricoltura. Non e' stata un'impresa facile, ma la repubblica caraibica e' riuscita a rendere la sua agricoltura sempre meno dipendente dai fertilizzanti chimici e dai pesticidi. Certo, i cubani sono stati forzati ad una certa dieta dimagrante, ma nessuno e' morto di fame; anzi, da alcune ricerche epidemiologiche risulta che la riduzione (forzata) del consumo di carne ha ridotto la mortalita' tra i cubani!

Se la prima rivoluzione di Cuba ha segnato (e continua a segnare) il pensiero e l'immaginazione di milioni di persone in tutto il mondo, la seconda rivoluzione riguarda e interpella tutti, a prescindere dalle simpatie/antipatie che si provano per Fidel o per il Che; tutti infatti dobbiamo confrontarci su scala planetaria con i problemi energetici che ha saputo affrontare e risolvere questa piccola isola.


(5 Gennaio 2009, Fonte )

mercoledì 16 marzo 2011

Ora più che mai c'è bisogna di unità

¡EL PUEBLO UNIDO JAMÁS SERÁ VENCIDO!

La Unidad es condición de la Victoria... La canción de Quilapayun con imágenes de Oaxaca y del Movimiento que encabeza López Obrador.
Viva el comunismo y la libertad!

venerdì 25 febbraio 2011

Cuba vs. Libia


Spesso in questi giorni ho sentito i libici dichiarare davanti ad una telecamera: "Non abbiamo più paura!".
Questa semplice frase dimostra quanto, negli ultimi decenni, la Libia sia stata oppressa da un regime dittatoriale, quello di Gheddafi, che si reggeva sul terrore e la paura.
Infatti è proprio questa la differenza, la discriminante che individua con assoluta certezza una dittatura: la paura che pervade la popolazione.
Caso del tutto opposto è quello della Cuba di Castro, che molti erroneamente, e senza conoscerla, pensano sia un regime dittatoriale. Là si vede che la gente non ha per niente paura, anzi, è orgogliosa del suo "lider maximo". Ma forse solo visitando direttamente l'isola uno se ne può rendere conto.

mercoledì 23 febbraio 2011

Ma di che rivoluzione parla Gheddafi?


La rivoluzione è un processo di liberazione di un popolo, che parte prima di tutto dal popolo. I leader hanno spesso una loro funzione importante ma vengono in secondo piano, servono ad agevolare un processo in atto. Gheddafi nel suo discorso farneticante ha parlato della rivoluzione libica, e che fu lui a portarla al successo contro il colonialismo italiano. Come dire che non c'è miglior rivoluzionario di lui. Addirittura, in un colmo di esaltazione egocentrica, si è vantato dicendo: "la Libia sono io!". C'è qualcosa di profondamente sbagliato in queste parole. Ciò dimostra, se ve ne fosse bisogno, che Gheddafi è un vero dittatore e non un leader riconosciuto dal suo popolo. Un vero leader non darà mai l'ordine di sparare contro il suo popolo, come ha fatto il Rais libico, che ha massacrato migliaia di persone sparando razzi sulla folla, ma si mette al servizio del suo paese, della rivoluzione. Se è bravo, un leader riesce ad educare il suo popolo a valori condivisi, come la giustizia sociale, l'onestà, la cultura, la solidarietà, il rispetto delle regole, l'autonomia, la libertà, il lavoro. Ma non è lui il Paese. Il consenso di un popolo dev'essere la ragione stessa dell'esistenza di un leader politico, poichè la volontà popolare è sacra, è la lanterna che lo guida. Non è un caso che Fidel Castro è stato uno dei primi leader mondiali a condannare chiaramente e con decisione Gheddafi, prima della recente risoluzione del consiglio di sicurezza dell'ONU.

martedì 22 febbraio 2011

Gheddafi: "Non lascerò la mia terra"

17.06 "Sono il leader della nazione e non mi farò da parte". Gheddafi parla in tv alla Libia in rivolta e assicura: "Non posso lasciare la terra mia e dei miei avi. Morirò come un martire". Il Colonnello rivendica "le vittorie" che ha portato al popolo libico, e accusa: "Vogliono rovinare la vostra immagine nel mondo". I contestatori sono "giovani drogati", ma dietro di loro ci sono "infiltrati" mossi dall'estero che pagano i giovani per provocare disordini, aggiunge.

Fonte

lunedì 21 febbraio 2011

Wikileaks: "Gli Usa in contatto con i ribelli" e spunta il "manuale della protesta"

Dai dispacci svelati dal sito americano emerge un documento che rivelerebbe un ruolo degli Stati Uniti dietro le proteste anti Mubarak, per arrivare alla deposizione del presidente e un cambio di regime entro il 2011. E ai giornali arriva un vademecum del rivoluzionario, con indicazioni su come muoversi in piazza. Con un consiglio: portare una rosa, per mostrare intenzioni pacifiche.

ROMA - Un documento diplomatico segreto pubblicato da Wikileaks rivela che gli Stati Uniti, pur appoggiando in Egitto il governo di Mubarak, da almeno tre anni sostengono segretamente alcuni dei dissidenti che sarebbero dietro la rivolta di piazza di questi giorni. Secondo il dispaccio, la decisione farebbe parte di un piano per favorire un "cambio di regime" in senso democratico al Cairo, nel 2011. Dal 2008, gli Usa lavorerebbero quindi in segreto alla deposizione del presidente egiziano.

Gli Usa dietro la rivolta. Il documento proviene dall'ambasciata Usa al Cairo e risale al 30 dicembre 2008, ed è stato ripreso dal quotidiano inglese The Telegraph. In esso l'ambasciatrice, Margaret Scobey, dice che un "giovane dissidente" egiziano del movimento "6 aprile", il cui nome viene omesso, è stato aiutato dalla stessa ambasciata a partecipare a un incontro di dissidenti a Washington, il summit della "Alliance of Youth Movements". L'incontro, promosso dal Dipartimento di Stato, è avvenuto alla presenza di esperti e funzionari del governo americano. Al suo ritorno al Cairo - scrive il Telegraph - il dissidente egiziano ha rivelato ai diplomatici Usa che era stata formata un'alleanza fra gruppi di opposizione, con un piano per rovesciare nel 2011 il governo del presidente Mubarak. L'obiettivo del piano è installare un governo democratico in Egitto, prima delle elezioni presidenziali previste per il settembre di quest'anno.

Il dispaccio svelato da Wikileaks dice

che "diverse forze di opposizione" egiziane avevano raggiunto un accordo per "appoggiare un piano non scritto per una transizione verso una democrazia parlamentare, con meno poteri al presidente della Repubblica, e più al primo ministro e al parlamento. Il tutto da portare a compimento prima delle elezioni presidenziali in programma nel 2011". Il documento rivela anche che il piano è "così delicato da non poter essere messo per iscritto" e che l'identità del dissidente va tenuta nascosta per evitare rappresaglie al suo rientro in Egitto. L'ambasciatrice Scobey, infine, si chiede se il piano, che definisce "non realistico", possa funzionare.

Il manuale della rivolta. Uno scudo e uno spray di vernice come equipaggiamento, e una rosa per dimostrare le proprie intenzioni pacifiche. E poi, obbiettivi molto chiari: "Prendere il controllo di significativi edifici governativi. Convincere elementi della polizia e dell'esercito a stare dalla parte del popolo. Proteggere i nostri fratelli e le nostre sorelle nella fase della rivoluzione".

SFOGLIA:IL MANUALE DELLA RIVOLTA

Il "libretto di istruzioni" della rivoluzione in Egitto non prevede armi, ma determinazione, accortezza e intelligenza. Un vero e proprio vademecum della rivolta, fatto arrivare da blogger egiziani nelle redazioni del Guardian e di Atlantic: un manuale dettagliato di come comportarsi durante la protesta e quali fini perseguire. Non si indica come effettuare un colpo di Stato, ma come agire strategicamente secondo i dettami della "disobbedienza civile" per ottenere "la caduta di Hosni Mubarak e dei suoi ministri" e la formazione di "un nuovo governo non militare che abbia a cuore gli interessi degli egiziani".

Il piano d'azione della protesta, corredato da disegni esplicativi, prevede "il raduno di amici e vicini in strade lontane dal punto in cui sono concentrate le forze di sicurezza, e l'incoraggiamento ai passanti affinchè si uniscano al corteo (usando slogan positivi)". La divisa del rivoluzionario è così composta: giubbotto e cappuccio, vernice spray "da spruzzare sui poliziotti, se ci attaccano", scarpe con cui muoversi velocemente, scudo (che nel disegno assomiglia al coperchio di una pentola da cucina), occhiali protettivi, fazzoletto per proteggersi dai gas lacrimogeni. E poi, una rosa per mostrare le proprie "pacifiche" intenzioni. Il manuale indica, poi, come confrontarsi nel corpo a corpo con i poliziotti e con i blindati.

(29 gennaio 2011, Fonte)

sabato 19 febbraio 2011

Bagno di sangue in Libia!

Video shock ripreso da cellulare durante le proteste anti-Gheddafi in Libia di questi giorni. Riprende l'uccisione di un ragazzo colpito alla testa da un proiettile durante gli scontri di piazza. Le immagini mostrano la crudeltà delle forze di sicurezza del dittatore libico che non esitano a sparare nel mucchio e ad uccidere. Sono infatti 84 finora le vittime tra i manifestanti, e in soli 3 giorni, purtroppo.

martedì 15 febbraio 2011

L’Iran esalta le rivolte, ma non a casa propria

di Fiamma Nirenstein

Gli ayatollah avevano aizzato le proteste in Egitto e Tunisia. Ieri però la rabbia popolare è esplosa contro di loro e la risposta è stata la dura repressione. Dopo aver scaricato Mubarak, ora Obama non potrà negare sostegno a chi chiede libertà a Teheran.

Magari il popolo iraniano fosse davvero giunto ieri, con le sue manifestazioni che già costano feriti e morti, nella grande rivoluzione del mondo islamico. Magari queste ore di scontri nel centro di Teheran e a Isfahan preparassero un improvviso e fortunoso balzo persiano nella democrazia, contro un governo che ha il record di violazioni dei diritti umani con le sue pubbliche impiccagioni di omosessuali, dissidenti, donne, un regime che prepara la bomba atomica per distruggere Israele e l’Occidente.

Se così fosse, questo evento avrebbe due caratteristiche straordinarie: l’ironia e un totale rivolgimento strategico rispetto a tutte le rivoluzioni in atto nel mondo musulmano.

L’ironia: nei giorni della rivoluzione egiziana e in quelle limitrofe, il supremo leader Khamenei, seguito da Ahmadinejad, ha solennemente dichiarato che era stata la rivoluzione iraniana del ’79 a ispirare la rivolta egiziana. È chiaro che non è affatto vero, semmai gli egiziani sono stati ispirati dal movimento che ha sfidato gli ayatollah e i risultati elettorali nel 2009. Ma i leader iraniani hanno voluto indire per ieri un corteo di sostegno alla rivoluzione egiziana, in realtà un modo di affermare il loro paternalismo egemonico su tutto il Medio Oriente e di annunciare la fine di Israele e dell’America. Ma così facendo Ahmadinejad e i vecchi ayatollah hanno svegliato il Popolo Verde del 2009, che ha indetto a sua volta una manifestazione, prontamente proibita dal regime. Il regime ha nei giorni scorsi proceduto a mettere i leader Verdi Moussavi e Karroubi agli arresti domiciliari, a compiere arresti di massa fra i giovani, e a procedere, si dice, ad una ondata di esecuzioni. Eppure nel buio di Teheran nelle ore dell’alba invernale in questi giorni la capitale si è riempita per giorni di canti che insieme ad «Allah è grande» intonano senza paura «Morte al dittatore», e ieri una enorme folla ha invaso la piazza. Che beffa per Ahmadinejad.

Così la strumentale esaltazione della rivoluzione egiziana da parte degli ayatollah finisce ironicamente nel risveglio del movimento che li vuole disperatamente rovesciare. Già un iraniano mi racconta la storia di un’eroina che ha cercato di gettarsi dalla finestra vestita di panni verdi, ma i basiji l’hanno fermata e portata e via, e non si conosce il suo destino. Una nuova Neda per una nuova rivoluzione anti khomeinista.

Il successo di questa nuova rivoluzione cambierebbe completamente tutte le carte sul tavolo mediorientale e renderebbe molto più vera la ricerca della libertà per il mondo islamico: infatti l’Iran cerca in questi giorni di imporre un suo marchio sulle rivoluzioni in corso, di estremizzarle e di volgerle in chiave religiosa e belligerante.

Nell’attuale rivoluzione nei Paesi musulmani non è certo l’aspirazione alla libertà, concetto estraneo all’Iran, che deve essere protetta, ma piuttosto la nuova disponibilità a diventare parte del suo sistema di alleanze e di potere. Un accordo fra sciiti come l’Iran insieme al Libano degli Hezbollah, e i sunniti egiziani, (con l’intervento attivo dei Fratelli Musulmani), e con i palestinesi di Hamas, può dare all’Iran il ruolo di Stato guida. La Siria è già nella sua sfera di potere.

La deriva estremista trascina verso nuove guerre. Senza un Iran aggressivo e integralista, la democrazia avrebbe molte più speranze. Inoltre, nel momento in cui Obama ha abbandonato il suo alleato più importante, l’Egitto, l’Iran si è subito offerto come nuovo amico, e con un certo successo: nei porti dell’Arabia Saudita si scorgono per la prima volta le sue navi. Ma Ahmadinejad siede anche lui su una zattera in un mare agitato: ieri durante le manifestazioni a Teheran lo si poteva vedere accanto ad Abdullah Gül, presidente della Turchia in visita. Anche l’ospite, di fronte alle notizie degli scontri, ha dovuto dire che bisogna ascoltare i popolo e si è schierato col popolo in piazza. Certo pensava alla sua casa, come tutti in Medio Oriente oggi.

Teheran si è mostrata troppo sicura di fronte alla nuova enorme attenzione mondiale sulla democrazia. Se la folla seguirà l’esempio egiziano riuscendo a restare in piazza senza tornare a casa, se, speriamo di no, i basiji spareranno come hanno fatto nel 2009 è difficile che stavolta Obama possa voltarsi dall’altra parte come ha fatto cinicamente allora. Troppe ne ha dette in queste settimane contro i dittatori e per i popoli che cercano la libertà per tirarsi indietro adesso, anche se ormai ci siamo abituati alle sue più strane giravolte. Un segnale positivo viene dalle dichiarazioni di Hillary Clinton che ha detto che Washington sostiene le aspirazioni dell’opposizione iraniana, intimando a Teheran di non usare la violenza contro i manifestanti. Tuttavia si può affermare che l’atmosfera generale adesso è molto più favorevole a una rivoluzione iraniana di quanto non lo fosse nel 2009, e un suo esito positivo risulterebbe rassicurante anche per la marcia del popolo musulmano verso la democrazia.

Fonte

sabato 15 gennaio 2011

Las protestas populares acaban con 23 años de poder de Ben Alí en Túnez

Un mes de protestas populares en las que han muerto 70 personas, según organizaciones de derechos humanos, acabaron finalmente hoy con 23 años de poder en Túnez de Zine el Abidine Ben Alí, que abandonó el país junto a varios miembros de su familia política, especialmente odiada por los tunecinos.

venerdì 14 gennaio 2011

Perchè ancora non scoppia la rivoluzione in Italia??

Da una conferenza del filosofo Umberto Galimberti, l'autore del video trae spunto per una riflessione generale su alcuni motivi che impediscono il nascere di una coscienza rivoluzionaria in italia!

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