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venerdì 3 agosto 2012

L'Argentina promette di continuare a ridurre il debito e pone fine al 'cantiere' bancario

Questo Giovedi l'Argentina ha annunciato che continuerà la sua politica di riduzione del debito e Venerdì lascerà il cosidetto 'cantiere' bancario per pagare l'ultimo bonus alle banche.

L'iniziativa è stata fatta dal ministro dell'economia del paese, Hernan Lorenzino. "Manca un giorno. La riduzione del debito ci permette di fare più cose per la gente", ha scritto sul suo account Twitter il ministro, nel bel mezzo del conto alla rovescia di Venerdì, giorno del pagamento della cosiddetta Boden 2012 per un totale di 2.281 milioni di dollari.

La mossa arriva undici anni dopo che il governo argentino, nella peggiore crisi economica della storia, confiscò 70.000 milioni di dollari in depositi dai risparmiatori.

"Il modo in cui l'Argentina è avanzata dal 2011 è dovuto da un lato al mancato pagamento di una parte significativa del debito estero pubblico e il secondo passo importante è stata una svalutazione della moneta nazionale per facilitare il posizionamento dei prodotti nazionali sui mercati mondiali", ha detto al canale televisivo RT il professore di economia politica Julio César Gambina. (traduzione Cuba-Italia Blog)

giovedì 17 novembre 2011

Lettera dall'Argentina


Monicelli disse che, purtroppo, in Italia la Rivoluzione non c'è mai stata. Gli angloamericani hanno messo fine al fascismo, non gli italiani. La BCE ha cacciato Berlusconi, non gli italiani e neppure un'opposizione collusa e di cartapesta. I nuovi padroni hanno sempre sostituito i vecchi in questo Paese di servi. Forse ora, almeno una volta nella nostra Storia, potremmo tentare di liberarci da soli. Questa lettera dall'Argentina è un messaggio di speranza. 

"Caro Beppe, cari tutti,
da piccola mio padre mi raccontava, e io la sognavo, l’Italia. La vostra meravigliosa penisola e il Mediterraneo erano per noi non soltanto la culla, insieme con la Grecia, della civilizzazione occidentale: per il 40% della popolazione dell’Argentina l’Italia era la Madre Patria. Ci chiedevamo perché dovessimo parlare lo spagnolo, con cui non avevamo niente a che fare. I nostri genitori compravano – delle volte con fatica – riviste italiane come la Domenica del Corriere, e noi bambini guardavamo le vignette “Senza parole” cercando di capirle, intanto ascoltavamo Iva Zanicchi cantare “Fra noi”. In buona parte del mio Paese i cognomi sono esattamente i Vostri.

Circostanze fortuite fecero sì che venissi in Italia da ragazzina, volando sola dagli zii e che, subito dopo, ci fosse in Argentina il golpe del ’76. Mio padre decise che era meglio che restassi in Italia. E cosi fu. In Argentina tornai nell’83 dopo una frase di mio cugino di Baudenasca (Pinerolo), che guardandomi soffrire in una crisi di nostalgia mi disse: “Generazione che emigra é generazione perduta”. Scelsi allora che la mia casa sarebbe stata per sempre l’Argentina. Comunque l’Italia é nel mio sangue e nel mio cuore, tanto da portarne la Carta d’Identitá nel portafoglio insieme con il mio Documento Nacional de Identidad. Seguo quindi le questioni italiane da sempre, guardo Rai International come tantissimi argentini, la piú vasta popolazione d’origine italiana in un Paese estero, anche se l’Italia ci ha spesso ignorato. 

Ho assistito sbalordita a molte vicende italiane degli ultimi anni cosí come alle avventure del Vostro Cavaliere. In Argentina, quelli che voi chiamate i “poteri forti”, non avendo potuto rialzarsi nonostante il golpe e la dittatura, si inserirono nel governo Menem, corrompendolo e travolgendolo sin dall’inizio. Per poco non riuscirono. Va peró detto che dopo Menem siamo riusciti a reagire e quando, con il governo dell’Alianza di De La Rua, vollero darci il colpo finale, la popolazione nelle piazze lo forzó a rinunciare e se ne dovette andare. Non sono stati loro, i “poteri forti”, a cacciare chi era disposto a fare le riforme che vi dicono ora che “ci vogliono” e che un governo da voi eletto non puó fare perché “impopolari”. Siamo stati noi, i cittadini nelle strade, a cacciarlo via nonostante fossimo confusi perché ci tenevano come voi con le spalle contro il muro, attanagliati dai titoli a caratteri cubitali sui giornali con il “Riesgo País” (il vostro “Spread”) che ci avrebbe portati tutti all’inferno se non prendevamo la cicuta. 

Il dilemma era uguale a quello che é posto a voi e ai greci "Se non volete morire ammazzati, suicidatevi poco a poco". La legge di “Flessibilizzazione del lavoro”, approvata dal governo De La Rua pagando i senatori, fu derogata. I contributi (persino quelli), che erano stati privatizzati e consegnati ai “Fondi Pensione”, sono stati recuperati dallo Stato. Il PBI (prodotto interno lordo, ndr) argentino, che nell’anno del default andó giú strepitosamente (-11% nel 2002), cominció subito a crescere ad una media dell’8-9% annua sin dal 2003 e chiuderá il 2011 con una crescita del 7% nonostante la crisi internazionale. Centinaia di ricercatori tornano in Argentina grazie al programma “Radici” del governo; il budget per la pubblica istruzione (dichiarata “bene pubblico” per legge) è passato da meno del 2% del PBI (2001) al 6,5%.

Al “libero commercio” voluto dagli Stati Uniti per il continente americano i nostri Paesi hanno detto no, per volontá di quei presidenti che godono del piú vasto consenso dei loro cittadini e che vengono spesso scherniti dal “Primo Mondo”. Per i media globali Chavez, ad esempio, é un pagliaccio. Cristina, una “populista” che pensa solo a comprare scarpe e borse costose. Evo Morales, un “selvaggio” e cosí via. Stereotipi per screditare i nostri governi perché stiamo resistendo ai “poteri forti”. Cresciamo, abbiamo volontá e fiducia e passione, anche se sappiamo benissimo – perché l’abbiamo imparato a sangue e fuoco – con chi abbiamo a che fare e nonostante loro continuino ad avere qualcuno tra di noi che fa da servo piú o meno ben pagato. Volevo dirvelo, perché l’Italia e gli italiani mi stanno a cuore, perché ho mezza famiglia in Italia. Non lasciatevi portare cosí al macello, non svendete l’Italia. Se non ce la fate Voi, vincono loro. Piú vincono loro, piú siamo tutti a rischio." (Lili A., Santa Rosa La Pampa Argentina)

Fonte: http://www.beppegrillo.it/2011/11/lettera_dallargentina/


IL COMMENTO:

"Una bella lettera, e interessante. Ma ora mi chiedo: è possibile applicare alla nostra Italietta la soluzione di un grande paese come l'Argentina? La nostra appartenenza all'Unione Europea non complica le cose? E se usciamo, siamo sicuri che il nostro Stato da solo possa sopravvivere alla voracità del capitalismo globale? Ho dei forti dubbi. Per questo penso che dobbiamo innanzitutto lavorare perchè trionfi, a livello globale, un sistema politico-economico diverso, maggiormente basato, per capirci, su concetti di equità sociale vicini al marxismo, o se vogliamo, al movimento degli Indignati. Solo così saremmo in grado di uscire da questa crisi senza l'aiuto dei cosidetti 'poteri forti'. In caso contrario, sono pessimista che si produca in Italia un vero cambiamento con le sole armi della protesta pacifica. E' triste dirlo, ma va messo in conto il rischio di lasciarci la pelle in una lotta che potrebbe anche rivelarsi inutile alla fine se, di pari passo ad una lotta interna, non costruiamo anche una comune politica europea. Insomma, l'obiettivo dovrebbe essere la costruzione di una casa (e causa) comune europea partendo dal basso, poichè un'Europa dei cittadini si avrà solo quando belgi, finlandesi, francesi, tedeschi, italiani, irlandesi si sentiranno idealmente vicini, e non solo geograficamente, se saranno uniti in una comune lotta, in un comune impegno politico. Il cammino verso una vera identità europea è ancora lungo purtroppo, ma se vogliamo sentirci europei fin da adesso, e non solo sulla carta, dobbiamo cominciare a smuovere le idee, le coscienze e le comodità su cui per troppo tempo si sono accomodati i cittadini del vecchio continente." (Giorgio Santi)

domenica 23 ottobre 2011

Cristina Kirchner 2011: Fuerza Argentina!


"Digo que este es un Gobierno que es algo más... que es algo más que la Asignación Universal por hijo, que las jubilaciones incluidas, que la ayuda a los productores, que la generación de más de 5 millones de puestos de trabajo... Este Gobierno es, por primera vez en mucho tiempo, la formulación de un proyecto de país... ¡De un proyecto de país que incluye a los 40 millones de argentinos! Por eso yo quiero decirles a todos los argentinos: pensemos en grande, hagamos honor a los hombres y mujeres que entregaron su vida en estos 200 años de historia para tener una Patria como la que hoy estamos construyendo. ¡A eso los convoco! ¡A estar unidos, a seguir trabajando, a seguir creyendo en la Patria, en esta Patria que hemos construido como un concepto para todos!"




Cristina 2011: La Fuerza del Amor. #CFK2011

"El amor por los que trabajaron toda una vida. El amor a los jóvenes... Amor. Amor por la ciencia, por el conocimiento, amor por la educación, amor por los que menos tienen, amor porque hay una forma distinta, amor por el trabajo, porque dignifica... Lo podemos sintetizar... en amor a la Patria, un profundo amor a mi Patria."

domenica 27 febbraio 2011

Allarme inflazione in Argentina

Febbre argentina
di Bruno Carapella

Uno spettro si aggira per l’Argentina: lo spettro dell’inflazione. Il popolo argentino si è ormai abituato a convivere ciclicamente con il virus dell’inflazione, nel tempo ha anche prodotto alcune difese immunitarie per sopravvivere alla ciclicità economica che è la caratteristica fondamentale del sistema economico argentino dal 1978 ad oggi.

Per quanto la Presidente Cristina Kirchner si affanni a smentire e, nonostante i dati dell’INDEC che stimano l’inflazione poco sopra il 10%,, la sensazione della gente, avvalorata da società indipendenti e dai centri di ricerca economica del paese, è che la spirale inflattiva abbia sfondato i trenta punti percentuali su base annua.

La situazione sarebbe seria di per sé, ma si aggrava per due ragioni. L’anno 2011 è un anno elettorale e tutto fa presumere che la signora Fernadez de Kirchner, coadiuvata dalla Banca Centrale, apra i rubinetti della spesa pubblica, secondo un collaudato copione peronista.

L’aumento della spesa pubblica, peraltro concentrata su trasferimenti e sussidi, incide direttamente sulla massa monetaria e sulla spirale dei prezzi al consumo. La seconda ragione è più complessa, l’inflazione, quasi sempre, si fonda su aspettative di aumento e/o svalutazione monetaria, in un meccanismo a spirale che si auto alimenta. Il freno dovrebbe essere costituito da politiche monetarie severe, da autorità centrali e di controllo stabili e autorevoli.

Tutto quello che manca oggi all’Argentina. Sia la Banca Centrale che l’INDEC hanno perso la propria autorevolezza, i cittadini sono convinti che queste istituzioni siano diventate strumentali alle lotte di potere fra governo e opposizione. Il calo di fiducia nelle strutture di governo e controllo dell’economia rappresenta la mina vagante che potrebbe dare la stura ad un fenomeno iper-inflattivo nel paese.

La Kirchner conosce bene questi meccanismi e spera di continuare ad avere il vento in poppa del prezzo internazionale delle commodities. In tal modo, probabilmente, il saldo positivo della bilancia dei pagamenti potrà continuare a finanziare l’espansione della spesa pubblica, mettendo in penombra il rischio inflattivo.

Nel frattempo, i cittadini recuperano il vecchio costume di concentrare la spesa nelle giornate successive al pagamento dei salari e delle pensioni, in modo da mettere al riparo i beni primari dal fenomeno inflattivo.

L’elezioni di Ottobre probabilmente daranno una risposta a questa cautela.

Tratto da:  Il Mondo di Annibale

sabato 19 febbraio 2011

Miami-adictos

Miami
19 Febrero 2011

Para el imaginario de los Estados Unidos, el estereotipo principal de latinoamericano es el del inmigrante ilegal. Es el moreno pobre, ignorante, que se ofrece para los trabajos menos dignificados y peor pagos, que no acepta la cultura norteamericana y vive pensando en su lugar de origen. Lo ven promiscuo, familiero, machista. Ese es el latinoamericano que no quieren, el que aparece en las series de televisión como pandillero y narcotraficante y al que le atribuyen responsabilidad por los peores males de su país.

Pero desde los años ‘80, un poco a la sombra de la globalización, se fue forjando también el estereotipo opuesto, el del latinoamericano que ellos quisieran que, en principio, se defina por un lugar geográfico que no está en Latinoamérica, sino en Estados Unidos, pero que tiene la mágica propiedad de producir latinoamericanos como ellos quisieran.

No es Nueva York, la gran metrópoli cultural, ni el San Francisco de los artistas y la libertad. Miami, la capital del plástico y las barbies, empezó siendo el lugar de asentamiento de los cubanos que abandonaban su país tras la revolución cubana. Muchos de ellos habían sido funcionarios de la derrocada dictadura de Fulgencio Batista, ex militares y ex policías del régimen que habían perdido sus privilegios y se proponían seguir su lucha contra Fidel Castro desde los Estados Unidos. La CIA captó a muchos de ellos, financió sus actividades, muchas veces dándoles acceso a negocios importantes y muchos en el rubro de la comunicación. De esa manera facilitaron que los más corruptos y derechistas se convirtieran en referentes de la comunidad cubana de Miami que, a su vez, se transformó en la comunidad latina más conservadora y reaccionaria.

Algunos de esos cubanos captados por la CIA se convirtieron con su apoyo en importantes empresarios. Otros fueron agentes que la CIA usó para realizar todo tipo de tropelías durante la Guerra Fría. Se habló de que estuvieron involucrados en grandes asesinatos, como el del presidente John Kennedy, y participaron en la Operación Cóndor en América latina, en el entrenamiento de terroristas nicaragüenses y paramilitares salvadoreños, en el golpe de Pinochet y el asesinato de Letelier, en Automotores Orletti y el asesinato del general chileno Prats en Argentina, y realizaron atentados terroristas en Cuba y la Venezuela de Chávez. Esa es la matriz ideológica del latinoamericano que ellos quisieran, la que se presenta como antítesis del espalda mojada que llega fundamentalmente de México, Puerto Rico y Santo Domingo. A los dos estereotipos los usan para los trabajos sucios. El inmigrante, el trabajo físico, y el miami-adicto, el ideológico.

Al final de la Guerra Fría, la proyección ideológica de Miami se fue transformando. Siguió siendo la comunidad latina más reaccionaria del mundo, pero las dictaduras militares habían pasado de moda y ellos se reacomodaron a esa nueva realidad. Durante la época de las dictaduras de los ‘70 y ‘80, Miami había empezado a convertirse en un centro de atracción turística para un sector de las capas medias y altas de los países que soportaban esas dictaduras. Encontraban un lugar atractivo, pero también un ámbito ideológico que les daba cobijo, justificación y apaño.

Con los años, aquellos cubanos que habían sido convertidos en empresarios por la CIA fueron más importantes que los agentes de la Guerra Fría. Crearon ONG con filiales en todo el continente para fiscalizar democracias y contrabandear ideología y llevaron sus negocios a esos países, donde pasaron a tener influencia. Con la ayuda de los medios de comunicación locales y trasnacionales -en muchos de los cuales tienen intereses-, Miami se fue convirtiendo en un centro turístico importante, pero también en una especie de Meca ideológica para ese derechismo naturalizado que dice renegar de la política pero que simpatiza con el autoritarismo y el capitalismo salvaje. Es el lugar donde se cocinan los discursos contra los gobiernos populares latinoamericanos en función de un esquema de libre mercado y admiración por la gran potencia. Por obra de alguna falla cósmica (o hegemonía cultural en este caso), los viejos promotores y aliados de las dictaduras latinoamericanas pasaron a convertirse en fiscales de la libertad de prensa, de la transparencia política o de la institucionalidad democrática.

Esos son los dos estereotipos de latinoamericano que los norteamericanos proyectan: el inmigrante pobre al que rechazan y el latino al que apadrinan por su servilismo y su falta de sentido nacional propio. El miami-adicto desprecia a su propio país, al que compara todo el tiempo con los Estados Unidos, y quisiera nacer otra vez como norteamericano. De la misma manera, menosprecian a cualquier gobierno de sus países que no exprese el mismo deslumbramiento que ellos sienten por los Estados Unidos. Todo lo que pasa en sus países les parece ridículo, producto de la ignorancia, de la falta de apego al trabajo o de la falta de educación. Algunos son tan elementales que escriben libros con pretensiones periodísticas o sociológicas con esa mirada.

Cuando la carga del avión de la Fuerza Aérea norteamericana fue retenida en Ezeiza la semana pasada, una parte del país pareció actuar como Miami-adicto y razonar con esas pautas. Como lo que piensan las personas en general no tiene difusión, esa categoría (una parte del país) abarca en realidad sólo a los grandes medios y algunos de sus periodistas, y a los políticos de la oposición. En Argentina, los Miami-adictos son una minoría que se siente superior al resto. Juzga que por vacacionar en Miami ha sido tocada por el aura del amo, frente a las mayorías que son despreciadas ya se sabe por qué.

Por su nivel socio-económico y sus intereses culturales, muchos de los Miami-adictos son lectores de La Nación, que fue el diario que difundió la primicia del avión norteamericano detenido en Ezeiza con una nota corta publicada en su edición del viernes pasado, y otra más completa el sábado, en las que daba cuenta del episodio en sintonía con la visión norteamericana de lo sucedido. La versión que transmitió La Nación dejaba muchos interrogantes abiertos que provocaban la curiosidad periodística. El domingo, en el artículo de tapa de Página/12, Horacio Verbitsky dio otra versión de los hechos, que finalmente fue la que se confirmó, porque el famoso listado de artículos que debían entrar a la Argentina no coincidía con los que traía el avión.

Pero lo más extraño del asunto es que periodistas que trabajan en los grandes medios calificaron de “prensa adicta” a Página/12 por publicar información que ellos también tendrían que haber conseguido y no lo hicieron. Fue más periodístico buscar esa información y publicarla, como hizo Página/12, que desjerarquizarla porque no se ajustaba a sus versiones, como hicieron ellos. Y lo más sorprendente de todo es que algunos periodistas “famosos” que usaron esa fórmula para calificar a Página/12 lo hicieron desde La Nación, que a partir de entonces publicó sin chistar ni cotejar las versiones que provenían, a todas luces, desde las posiciones estadounidenses. Habría que ver entonces a quién sería “adicta” La Nación o esos periodistas.

Sin aprender de los tropezones, la mayoría de la oposición aceptó nuevamente que los grandes medios le impusieran la agenda. Con la excepción de Ricardo Alfonsín, que aclaró que sin estar en conocimiento de los hechos, en cualquier caso, en territorio nacional, los Estados Unidos debían cumplir las leyes argentinas, todos los demás siguieron el libreto granmediático Miami-adicto. Se preocuparon por los intereses norteamericanos y cuestionaron duramente la decisión aduanera. Los grandes medios sobreactuaron la defensa de los intereses norteamericanos y acusaron al gobierno nacional de haber desatado una grave crisis con la potencia del Norte. Y los políticos de la oposición, encabezados por el Peronismo Federal, por el macrismo y el radical Ernesto Sanz, movieron la boca para decir lo mismo, como reviviendo las viejas épocas de las “relaciones carnales”. En todo caso, es previsible lo que harían si alguna vez llegan a la Casa Rosada.

Cuando fue evidente que el Departamento de Estado de los Estados Unidos no quería convertir el incidente en una crisis grave entre los dos países y le bajó el tono a la discusión, los grandes medios que habían sobreactuado el enojo norteamericano dijeron entonces que era el Gobierno el que había sobreactuado su posición. Fue una voltereta en el aire que también obligó a sus seguidores de la oposición a cambiar: de pronosticar hecatombes pasaron a acusar “sobreactuación”, un cargo muchísimo menos atractivo para la campaña electoral.

En la Argentina, el fenómeno Miami-adicto está circunscripto a un grupo social reducido, si bien sus esquirlas, aunque dispersas, están presentes en el sentido común hegemónico. Hay un sentimiento lógico bastante generalizado de rechazo a esa actitud despreciativa de lo propio, cuyo destino no es la superación, sino la derrota. Una derrota de la identidad y la cultura -que no está planteada en las relaciones diplomáticas, sino en las culturales-, que expresa la aceptación de una actitud subordinada para vivir de las migajas de la prosperidad que se envidia, renunciando ex profeso a esforzarse para lograr la prosperidad de la comunidad a la que se pertenece.

(Tomado de Pagina 12, Argentina)

Fuente


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