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venerdì 7 ottobre 2011

Il pianeta e l'emotività dei mercati


I mass-media ufficiali non parlano quasi mai dei pericoli reali che sta correndo il nostro pianeta, e quindi l'intera umanità, legati al riscaldamento globale, ai cambiamenti climatici, allo scioglimento dei ghiacci, all'inversione dei poli, all'indebolimento del campo magnetico terrestre, alla pioggia di meteoriti, alle scie chimiche, alle tempeste solari...Per non parlare poi del pericolo maggiore, più catastrofico, un probabile impatto di una cometa col nostro sistema solare...Perché questo silenzio? Perchè si tace, se non dell'imminente famigerata fine del mondo profetizzata dai Maya per il 2012, comunque di uno scenario scientificamente molto probabile rappresentato dal repentino stravolgimento della vita, come la conosciamo, su questo pianeta. Eppure mi sembra un argomento piuttosto importante e che interessa tutti, o no?

Mi viene in mente una scena del film 'Cassandra Crossing': un treno pieno di infettati da un virus letale corre a tutta velocità e senza più controllo verso un binario morto che attraversa un ponte fatiscente, chiamato Cassandra appunto, il quale non reggerà al passaggio a tutta velocità del treno e crollerà. E' questa l'mmagine che mi viene in mente se penso a dove ci stanno portando i nostri attuali governanti. Tutti vediamo i segni premonitori della catastrofe, e se non li vediamo li intuiamo, ne avvertiamo l'approssimarsi a passi minacciosi e inesorabili. Solo i nostri governanti sembrano non vedere o hanno deciso in malafede di negare l'evidenza degli eventi e il loro sviluppo prossimo, preferendo far cadere tutti nel baratro invece di portarci in salvo tirando il freno d'emergenza, lo fanno per non dover rispondere davanti a tutti delle loro colpe, per non pagare i loro madornali errori di rotta.

Tornando alla domanda: perchè i potenti fanno di tutto per sviare la nostra attenzione dai veri problemi, ritardando così fatalmente anche le possibili soluzioni? La risposta è molto semplice: hanno paura del panico che si scatenerebbe in tutto il mondo, non tanto nelle persone, che sono più preparate, mature e intelligenti di quello che si pensa, bensì (UDITE; UDITE!) nei mercati, causando un crollo improvviso delle borse di tutto il mondo e la loro fine. Se pensiamo che una lettera della BCE al governo italiano non è stata resa pubblica per paura che avesse un impatto emotivo negativo sui mercati, lascio a voi intendere che impatto avrebbero notizie di questa portata catastrofica, benchè già di fatto diffuse sia dalla NASA che da scienziati e ricercatori indipendenti di tutto il mondo, se fossero  ufficializzate dai nostri governanti.

E lascio a voi intendere anche quanto male continueranno ad andare le cose in questo mondo di m. se tutto continuerà a gravitare attorno alle bizze dei mercati, a pendere dalle labbra, anzi dalle tastiere, dai telefoni e dai videoterminali degli speculatori di borsa, avidi personaggi che tengono in ostaggio il nostro futuro, che tengono costantemente in bilico, oltre le loro, anche le nostre vite, già appese tra la mera sopravvivenza e la disperazione, senza dignità.

Milioni di persone in tutto il mondo, per colpa di questo sistema economico malato, sono in attesa di un cambiamento e spingeranno sempre più, con la loro massa critica in rapido e costante aumento, per portare allo squilibrio questo instabile, fragile, iniquo sistema che sta rubando loro il presente in vista di un futuro ancora più incerto. Saranno soprattutto i giovani a farlo, quei giovani che dovrebbero essere, anzi, che sono, i veri semi della speranza, coloro ai quali è chiesto di costruire il futuro per loro ed i propri figli, di condurre avanti di un passo l'umanità e forse, se sono fortunati, anche di vedere finalmente coi propri occhi l'alba di un mondo migliore.

martedì 30 agosto 2011

I quattro giganti ciechi alla sfida del futuro prossimo

di Giulietto Chiesa

Dopo un quarantennio imperiale, unipolare, stiamo vivendo una parentesi multipolare. Quanto durerà nessuno può saperlo e non abbiamo una sfera di cristallo in cui guardare. L'unica cosa che sappiamo, con certezza, da molti segnali, è che siamo nella vicinanza relativa di un punto di rottura della continuità storica: quello che si può definire come un “cambiamento di fase”, qualcosa di analogo a quello che in fisica, per esempio, è il passaggio dallo stato liquido a quello gassoso. È per questa ragione che parlo di parentesi multipolare: perché non sarà lunga come la fase storica unipolare che l'ha preceduta, e perché la sua durata equivale alla nostra distanza dal punto di rottura, o cambiamento di fase.

Questa distanza si misura in anni, non in decenni e quello che avverrà in questi anni deciderà le modalità del cambiamento di fase e, in misura decisiva, deciderà anche come l'umanità uscirà dalla transizione. Dunque è molto importante capire come arriveremo al “punto di ebollizione”. Per questo occorre identificare, con la maggior precisione possibile, chi sono gli “attori” in grado, almeno in via teorica, di influire su questo percorso temporale.

Sono quattro e tali resteranno nella durata della parentesi.

Altri attori stanno per entrare nell'agone pre-ebollitorio, ma non c'è il tempo perché possano entrarci del tutto e dunque parteciperanno come comprimari e, come tali, potranno al massimo fungere da catalizzatori di processi che li travalicano.

Chi sono questi quattro? Sono gli Stati Uniti, la Cina, l'Europa e la Russia.

Sono quattro soggetti le cui “forze” sono in sommo grado disomogenee: per estensione territoriale, per situazione demografica, per dimensione finanziaria, per composizione tecnologica, per struttura industriale e commerciale, per potenza militare, per esperienza storica e cultura. Dunque è assai difficile collocarli in una scala unitaria di forze per estrarne una graduatoria.

Tuttavia la risultante che emerge da ciascuno di essi è una “qualità” grosso modo, intuitivamente, misurabile nell'agone planetario unico nel quale concorrono, cooperano talvolta, collidono e collideranno. In parole povere: sappiamo quanto ciascuno può “valere”, cioè contare, cioè influire sulla situazione globale e sul comportamento degli altri tre.

Noi già sappiamo che la globalizzazione ha assunto un livello tale che, per la prima volta nella storia umana, l'Uomo è in grado – per usare un'espressione di Freeman Dyson – di “turbare l'universo”, non c'è più decisione di uno di questi giganti che possa essere assunta senza influire sull'insieme globale.

È l'insieme globale, e non i suoi singoli componenti, che è oggi sottoposto alle smisurate tensioni che lo stanno conducendo a un cambiamento di fase. Se ne deduce che, per evitare che questo avvenga in forme totalmente incontrollate, catastrofiche, devastanti, occorre un consenso internazionale su tutte le prossime mosse concernenti i punti critici che si approssimano alla rottura (clima, denaro, energia, cibo, acqua, popolazione, etc.).

La domanda è questa: è possibile un tale consenso? Stando sulla rotta attuale, esso è altamente improbabile per molte cause, tre delle quali determinano tutte le altre:

a) l'attuale architettura internazionale è priva di strumenti in grado di far cambiare la rotta ai quattro protagonisti.

b) l'eredità storica dei quattro giganti è talmente pesante che impedisce non solo un agire comune, ma nella grande maggioranza dei casi, e dei problemi, impedisce perfino un pensare comune.

c) entro l'orizzonte temporale della parentesi multipolare i loro interessi immediati collidono. E il livello intellettuale delle classi dirigenti è del tutto al di sotto delle necessità.

Elevare la probabilità di un esito “fausto” implicherebbe un intervento radicale sui tre problemi qui appena enunciati.

È probabile che ci si riesca, data la ristrettezza del tempo a disposizione, e dato il livello culturale e intellettuale delle élites politiche ed economiche che detengono il potere reale nei quattro centri dominanti?

La risposta è ricavabile dalla stato dell'arte attuale: non possiamo cullarci nell'illusione e coltivare speranze infondate. Occorre un grande realismo, per comprendere che decisioni drammatiche, congruenti con l'immensità dei problemi, devono essere prese e che, se non saranno prese, dobbiamo attenderci sconvolgimenti imprevedibili per dimensione, portata, effetti.

Guardiamo ora in rapida sintesi dove si trovano i quattro protagonisti.
 

Gli Stati Uniti sono in un declino evidente e inarrestabile. Essi hanno già perduto la loro posizione imperiale, anche se non sembrano ancora essersene accorti. L'élite che li guida appare incapace di prendere atto della situazione e di riorganizzarsi di conseguenza. Al contrario appare incline, seppure confusamente, a imporre la sua supremazia anche a dispetto del proprio declino e della insostenibilità di una tale pretesa. Fino a che l'élite americana non metterà in discussione l'assioma reaganiano secondo cui “il tenore di vita del popolo americano non è negoziabile”, quel paese resterà prigioniero dell'illusione di poter continuare a crescere come ha fatto negli ultimi cento anni.

Quando apparirà evidente che ciò non è materialmente possibile, l'esito più probabile – in assenza di una guida più ragionevole dei “tea party”, e dell'élite bipartisan nelle cui mani si trova – sarà la tentazione di usare l'immensa forza militare di cui dispone per schiacciare avversari e concorrenti. Poiché i suoi avversari e concorrenti sono delle dimensioni che sappiamo, si può provare a immaginare gli scenari agghiaccianti che ci si delineano di fronte.
 

La Cina è il nuovo potere mondiale in formazione, anch'esso inarrestabile (con mezzi pacifici). È la Cina, esclusivamente la Cina, il martello pneumatico che sta frantumando l'Impero americano, essendo evidente che l'Europa non partecipa a questa impresa per la sua totale subalternità al modello imperiale di crescita, e essendo altrettanto evidente che la Russia non può e non vuole il declino americano e lo teme non meno della crescita politico-economica della Cina. Questa agisce già globalmente in tutte le direzioni e a ritmi che, nei prossimi cinque anni – in presenza di tassi di crescita del Pil cinese del 10% medio annuo - avremo di fronte “una Cina e mezza”, al posto dell'attuale.

Questi ritmi di crescita, si presume, porranno non pochi problemi alla stessa Cina, attuale e futura, la cui soluzione positiva possiamo soltanto auspicare, perché, in caso di fallimento del suo programma, gli effetti che dovremmo fronteggiare sarebbero probabilmente di un ordine di grandezza superiore a quelli di un suo successo. Nello stesso tempo la crescita cinese pone e porrà comunque immensi problemi al pianeta nel suo insieme, influendo su tutti i punti della crisi già in atto nel resto del mondo (clima, energia, risorse naturali, finanza, commercio).

Ma con alcune specificità essenziali: la Cina ha le risorse energetiche (carbone) per attraversare indenne tutta la parentesi multipolare; la Cina è l'immenso mercato di se stessa e, in quella parentesi potrà procedere prescindendo in gran parte dalle perturbazioni esterne che si verificheranno in parallelo; la Cina ha un sistema politico che permette decisioni centralizzate e rapide. Il controllo interno è assicurato sia da un sistema politico autoritario, sia dal consenso prodotto dalla crescita di un benessere diffuso e prima sconosciuto a ampi strati sociali.

Si può aggiungere, anzi è opportuno farlo, che la Cina ha un orizzonte e un respiro storico e temporale più vasto di quello dell'Occidente nel suo complesso, che le permette una visione più lunga. Credo che siano queste le ragioni per cui l'attuale Cina appare la meglio preparata a fronteggiare il passaggio di fase cui accennavo all'inizio. Tuttavia la Cina, come almeno due degli altri giganti planetari (Europa e USA) non dispone del freno per annullare, e neppure frenare la propria, mostruosa inerzia di crescita. Oggi si presenta come un giocatore moderato e prudente, perfino dimesso nelle forme, sorridente e amico (anche se molto fermo nella difesa dei propri interessi nazionali). Ma, quando questa Cina diverrà “due Cine”, cioè tra una decina d'anni, nessuno può prevedere né quale sarà il suo peso, né come si dispiegheranno gli effetti della sua supremazia su un mondo già sconvolto in tutti i suoi equilibri essenziali.
 

La Russia è – economicamente, demograficamente - il più piccolo dei quattro protagonisti. Ma è il più grande geograficamente e lo è soprattutto dal punto di vista delle risorse naturali. È un territorio sconfinato entro cui si trovano le più grandi riserve di energia, di materie prime, di cui il pianeta è dotato. Teoricamente è in condizione di affrontare la parentesi multipolare meglio di ogni altro, proprio sotto il profilo delle risorse. Ha una vasta intellighenzia tecnologica diffusa, ma ha un background industriale molto vecchio, una rete di infrastrutture inadeguata, una fisionomia commerciale assai debole. Soprattutto è un paese ancora ripiegato su se stesso vent'anni dopo il crollo sovietico, con una classe dirigente mentalmente “compradora”, in gran parte subalterna agli Stati Uniti, ma con contemporanee pulsioni nazionalistiche e ambizioni da grande potenza frustrata.

Tutto ciò in condizioni di alta ricattabilità, poiché questi ultimi vent'anni sono stati per la Russia un'imitazione forsennata del modello capitalistico americano, che ha seriamente intaccato le radici storiche della stessa cultura russa.

Nello stesso tempo questa classe di oligarchi di rapina ha fatto emigrare nelle banche occidentali gigantesche ricchezze che fanno ormai parte integrante della gigantesca macchina della speculazione finanziaria guidata da Wall Street. La Russia, senza investimenti modernizzatori, è rimasta essenzialmente un esportatore di materie prime. In queste condizioni sarà difficile che la Russia possa alzare lo sguardo sull'orizzonte per assumere un ruolo mondiale di organizzatore del consenso attorno a una visione autonoma, non conflittuale, della transizione di fase.

Men che mai questa Russia attuale può ambire a diventare un centro propulsore di una visione dello sviluppo umano capace di parlare al pianeta, di una nuova narrazione del mondo all'altezza delle mai sopite ambizioni di qualche minoranza di divenire la “Terza Roma”.

Appare ben più probabile che la Russia si schieri con l'Occidente contro la Cina: più che per l'atavica paura russa del vicino gigante, per il groviglio d'interessi che lega la Russia allo sviluppo capitalistico consumista che sta andando in rovina. Dei quattro giganti, dunque, la Russia appare il meno rilevante, nel senso di meno in grado di influenzare il comportamento degli altri, e piuttosto incline a farsi trascinare dai loro comportamenti. L'asso nella manica russa, che le permetterà di avere voce in capitolo, è la sua potenza nucleare. Dopo averne perduto il controllo nell'era Eltsin – che lo aveva consegnato, per timore di un ritorno del comunismo, nelle mani americane - oggi lo ha riacquistato e lo conserverà gelosamente nel corso di tutta la parentesi bipolare.

Ma questa carta non sarà giocabile, o lo sarà troppo tardi, quando il cambiamento di fase diventerà tumultuoso e incontrollabile. E, in quella fase, molte tecnologie avanzate diverranno probabilmente più vulnerabili di quanto siano mai state. Piuttosto sorgenti di pericolo che di sicurezza.
merkozy

L'Europa, infine. Essa si trova in preda a una crisi senza precedenti, che è diretta conseguenza del “contagio” di Wall Street. Nel senso che, avendo l'Europa scelto senza equivoci il modello finanziario ultra-liberista statunitense, accodandosi al vagone britannico del treno di Washington, è oggi costretta non solo a sostenere tutte le operazioni di salvataggio della macchina imperiale, ma a pagarne le maggiori conseguenze.

La serie di attacchi speculativi organizzati dal “consenso washingtoniano” sta minacciando, in rapida successione, dopo la Grecia, una serie di paesi che stanno perdendo sovranità a vantaggio dei centri mondiali della finanza occidentale, tutti imperniati sul dollaro. La sovranità di Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo, e poi Italia e via via tutti gli altri, significa perdita ulteriore della stessa sovranità europea.

Il modello americano, per altro, mostra crepe talmente evidenti che nemmeno il mainstream, interamente impegnato, con il suo enorme esercito di propagandisti, a nascondere l'evidenza, riesce a nascondere alle opinioni pubbliche europee il disastro incombente. La Banca Centrale Europea, invece di affrontare di petto la crisi della finanza mondiale, assumendo una strategia autonoma e differente rispetto a quella di Wall Street, stabilendo nuove regole, che avrebbero costretto Washington a venire a patti non solo con l'Europa, ma con la Cina, il Giappone, il Brasile, l'India, si è collocata nel suolo di servizio della strategia volta a salvare il dollaro dal tracollo, e l'America (insieme alla Gran Bretagna) dalla bancarotta.

Probabilmente, con i gruppi dirigenti europei che si ritrova, l'Europa non poteva fare diversamente. Ma il fatto è ora che la crisi dell'America è divenuta la crisi dell'intero Occidente.

E, mentre in America, maturano e s'incattiviscono gli spiriti selvaggi di un capitalismo al tempo stesso di rapina e di autarchia (ormai entrambi impossibili da realizzare), che producono uno spostamento a destra dell'asse politico interno, in Europa si assiste alle prime avvisaglie di una rottura del patto sociale che aveva tenuto assieme le società europee.

Un patto sociale che, con il welfare europeo spalmato, nel periodo delle vacche grasse, su vasti strati di ceti intermedi, aveva garantito all'Europa istituzioni stabili e circondate da un relativo consenso. Adesso l'opinione pubblica, abituata al modello del welfare, lontanissimo da quello americano, si vede precipitata all'indietro nel suo tenore di vita, mentre strati intermedi sempre più vasti scendono lungo la scala sociale perdendo redditi, benefici, benessere. Questa Europa risulta indebolita economicamente e politicamente in modo che potrebbe rivelarsi irrimediabile. Avrebbe le dimensioni di scala per esercitare una influenza positiva sui processi in corso. Ha il vantaggio di non essere armata strategicamente e, quindi, di non costituire minaccia. Potrebbe svolgere appieno un ruolo mediatore prima che il cambiamento di fase assuma ritmi travolgenti. Ma tutto ciò presuppone e implica una sovranità europea che rovesci il rapporto di sudditanza verso gli Stati Uniti.

Di una tale sovranità si sono perse le tracce. E questo è uno dei motivi per cui oltre la metà dei cittadini europei non va a votare per le istituzioni europee: segno preoccupante di uno scollamento democratico profondo e di una sfiducia crescente dei cittadini di uno Stato in formazione verso le classi dirigenti che non sanno guidarlo.


In sintesi: dei quattro rematori principali, al momento attuale, uno soltanto rema, mentre gli altri tre si limitano ad annaspare. Che la barca, rappresentata dal nostro pianeta, possa rifugiarsi in un porto sicuro, sono davvero in pochi a credere. Per lo meno tra coloro che hanno il quadro reale della situazione davanti agli occhi.

La grande massa dei popoli non sa quasi nulla di ciò che accade. Non lo sa perché il mainstream è stato costruito proprio per nascondere i tratti cruciali del disastro. E questo impedisce una difesa dal basso di coloro che hanno tutto da perdere, essendo in catene.

Resta, ormai visibile, una grande inquietudine. È su questa, e su una battaglia nuova, inedita, per far giungere la descrizione vera di ciò che è accaduto e accade, agli occhi (letteralmente, proprio agli occhi) delle grandi masse, che si deve fare leva. Sapendo che tutto ciò che di positivo potremo fare, dovunque ci troviamo, sotto ogni latitudine e longitudine, dovrà accadere durante la parentesi bipolare. Un nuovo impero, se ve ne sarà uno, avrà un volto che sarà difficile guardare.


da «AntimafiaDuemila», Dicembre 2010

Fonte

mercoledì 15 giugno 2011

VIA BRUNETTA DAL PARLAMENTO!

VIA BRUNETTA DAL PARLAMENTO (E TANTO CHE CI SIAMO, ANCHE L'ESALTATO STRAQUADANIO)!

IL MINISTRO PER LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E L'INNOVAZIONE, RENATO BRUNETTA, SI E' SOTTRATTO IERI ALLE DOMANDE DEI GIOVANI PRECARI DELLA P.A. DICENDO LORO DI ESSERE LA PEGGIORE ITALIA, PAROLE TANTO OFFENSIVE QUANTO IGNOBILI. LA PARTE PEGGIORE DELL'ITALIA NON SONO I PRECARI, CARO MINISTRO DELL'ARIA FRITTA CON DELEGA ALL'INSULTO, MA QUESTA CLASSE POLITICA DI GOVERNO DI CUI TU FAI PARTE, CHE RICEVE COMPENSI D'ORO, E QUESTO NONOSTANTE STIA CONDUCENDO IL PAESE SULL'ORLO DELLA BANCAROTTA SOCIALE ED ECONOMICA.
LA DIGNITA' DEL LAVORO, GIA' TANTO MESSA IN GINOCCHIO DALLA CRISI, NON PUO' ESSERE ULTERIORMENTE E IMPUNEMENTE CALPESTATA DA QUESTI NANI EGOMANIACI CHE DISPREZZANO IL LAVORO DEGLI ALTRI IN QUANTO NON HANNO ALCUNA IDEA DI COSA SIGNIFICHI SUDARSI LA PAGNOTTA, E LO DICO NEL VERO SENSO DELLA PAROLA. CARI MINISTRI DEL NULLA, DOVETE COMINCIARE A METTERVI IN TESTA CHE CHI OFFENDE UNA CATEGORIA DI LAVORATORI OFFENDE TUTTO IL MONDO DEL LAVORO, CHE COMPRENDE PRECARI, CASSINTEGRATI E DISOCCUPATI, I QUALI SONO LAVORATORI A TUTTI GLI EFFETTI CHE SI TROVANO MOMENTANEAMENTE IN QUELLO STATO; E NON CERTO PER COLPA LORO, NON PERCHE' SONO SVOGLIATI, FANNULLONI O PIGRI, MA PERCHE' NON C'E' LAVORO.
E NON E' CHE UNO SI DIVERTE A LAVORARE GRATIS PER QUALCUN ALTRO SOLO PERCHE' E' UN SANTO O UN MASOCHISTA. IL PRECARIATO E LA DISSOCCUPAZIONE SONO DELLE PIAGHE CHE UMILIANO LA DIGNITA' DI UN POPOLO, LO DIVIDONO, RENDENDO SOTTOMESSI I SINGOLI MEMBRI DOPO AVERLI ISOLATI. COSI' ALLA FINE LA RIVOLTA POPOLARE DIVENTA L'UNICA STRADA. CHI LAVORA LO FA PER VIVERE IN MANIERA DIGNITOSA, QUESTO E' IL PRIMO OBIETTIVO. MA SE IL LAVORO DIVENTA SCHIAVITU' O SE QUELLO CHE GUADAGNI NON BASTA PER SFAMARE TE E LA TUA FAMIGLIA, PER PAGARTI LE BOLLETTE O L'AFFITTO, O SE DEVI FARTI 50 KM TUTTI I GIORNI PER RAGGIUNGERE IL LUOGO DI LAVORO E ALTRI 50 PER TORNARE, ALLORA NON E' PIU' UN VALORE MA UNA TORTURA.
PER QUESTO OCCORRE METTERE L'ACCENTO SULLE QUESTIONI DEL LAVORO, LE CONDIZIONI IN CUI SI SVOLGE, I LIVELLI DI TASSAZIONE E IL GIUSTO SALARIO. INSOMMA, PER DIRLO CON UNO SLOGAN: NON LAVORARE PER LAVORARE MA LAVORARE PER VIVERE CON DIGNITA'! PER FARLO OCCORRE METTER MANO AL SISTEMA ITALIA NELLA SUA GLOBALITA', METTERE IN DISCUSSIONE QUEI PRINCIPI CAPITALISTICI SU CUI SI BASA IL NOSTRO SISTEMA BANCARIO-IMPRENDITORIALE.
MA OVVIAMENTE A VOI MINISTRI-PATRIZI QUESTE QUESTIONI PLEBEE NON INTERESSANO O SONO SOLO L'ULTIMA DELLE VOSTRE PRIORITA', COSI' IMPEGNATI A RAFFORZARE LE VOSTRE ALLEANZE E COMPLICITA', UTILI AL MANTENIMENTO DEL POTERE, A DIFENDERE I 'VOSTRI' E AD ATTACCARE E SVALUTARE GLI ALTRI.
MINISTRI COME VOI OFFENDONO SOPRATTUTTO IL NOME DELLA NOSTRA REPUBBLICA. MA CHI VI HA SCELTO PER GOVERNARCI? NON CERTO IL POPOLO. SIETE STATI NOMINATI DAL PREMIER E PER QUESTO LO DIFENDETE COME CANI MASTINI. GIA', PERCHE' ELETTI DIRETTAMENTE DAL POPOLO NON LO SARESTE MAI STATI, QUESTO E' SICURO. EBBENE, IL POPOLO DEL WEB ORA CHIEDE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA E AI RAPPRESENTANTI  DEI PARTITI ALL'OPPOSIZIONE IN PARLAMENTO, DI VOTARE LA SFIDUCIA A QUESTI 2 MINISTRI, BRUNETTA E STRAQUADANIO, PER LE LORO DICHIARAZIONI VERGOGNOSE E COME TRADITORI DEL LORO MANDATO. E' IL POPOLO SOVRANO DEL WEB CHE LO VUOLE, CHE SIA TOLTA A COSTORO LA DELEGA A RAPPRESENTARCI. PERCHE', ALTRO CHE BONDI, QUESTI SONO MOLTO PEGGIO. QUALCUNO LI HA INFORMATI CHE NON SONO LI' PER FARE I PROPRI INTERESSI O QUELLI DI BERLUSCONI, MA PER SERVIRE IL POPOLO ITALIANO? E CHE IL LORO MANDATO E' TEMPORANEO ED E' QUELLO DI GOVERNARE, NON DI  REGNARE, COSA PER LA QUALE, FRA L'ALTRO, SONO PAGATI PROFUMATAMENTE. IL POPOLO DEL WEB AFFERMA LA SUA SECCA SFIDUCIA A QUESTI MINISTRI: NON VOGLIAMO PIU' ESSERE RAPPRESENTATI DA QUESTA GENTAGLIA INFAME, VENALE E ASSETATA DI POTERE!

sabato 21 maggio 2011

David Harvey - Crisis del Capitalismo

Para los jóvenes de la Puerta del Sol en España, LA CRISIS ES EL CAPITALISMO.

En esta animación, el sociólogo David Harvey explica la crisis del capitalismo y plantea que éste es el momento de mirar hacia un nuevo orden social que nos permita vivir en un sistema responsable, más justo y humano.


David Harvey - Crisis del Capitalismo from ATTAC.TV on Vimeo.

venerdì 29 aprile 2011

Capitalism isn’t working in USA, says Nobel Prize

Chrystia Freeland
Poverty reduction in the Third World has been tremendous, and more is yet to come. Besides, many goods and services are less expensive than they would without globalization. However, global capitalism isn’t working for the middle class in the USA: they are struggling to find or keeps (poorly paid) jobs, while the benefits are mostly being enjoyed by the C-suite.

These would be the conclusions of a paper from Michael Spence, recipient of the Nobel Prize in economic sciences. Chrystia Freeland explains them in detail at Reuters.com.


(28 aprile 2011, Fonte)

lunedì 10 gennaio 2011

FIDEL CASTRO: SIN VIOLENCIA Y SIN DROGAS


Ayer analicé el atroz acto de violencia contra la congresista norteamericana Gabrielle Giffords, en el cual 18 personas fueron alcanzadas por las balas; seis murieron y otras 12 fueron heridas, varias de suma gravedad, entre ellas la congresista, con un balazo en la cabeza, dejando al equipo médico sin otra alternativa que tratar de preservarle la vida y evitar en lo posible las secuelas de la criminal acción.

La niña de nueve años que murió había nacido el mismo día que las Torres Gemelas fueron destruidas, y era destacada en su escuela. La madre declaró que había que poner fin a tanto odio.

A mi mente acudió una dolorosa realidad, que seguramente preocuparía a muchos norteamericanos honestos que no hayan sido envenenados por la mentira y el odio. ¿Cuántos de ellos conocen que América Latina es la región del mundo con la mayor desigualdad en la distribución de las riquezas? ¿Cuántos han sido informados de los índices de mortalidad infantil y materna, perspectivas de vida, atención médica, trabajo infantil, educación y pobreza prevalecientes en los demás países del hemisferio?

Me limitaré solo a señalar el índice de violencia a partir del hecho detestable que tuvo lugar ayer en Arizona.

Señalé ya que cada año cientos de miles de emigrantes latinoamericanos y caribeños que perseguidos por el subdesarrollo y la pobreza se trasladan a Estados Unidos son arrestados, muchas veces separados incluso de familiares allegados y devueltos a los países de origen.

El dinero y las mercancías pueden cruzar libremente las fronteras, repito; los seres humanos, no. Las drogas y las armas cruzan en cambio sin cesar en una y otra dirección. Estados Unidos es el mayor consumidor de drogas en el mundo y, a la vez, el mayor suministrador de armas, simbolizadas con la mirilla publicada en el sitio web de Sarah Palin o el M-16 exhibido en los carteles electorales del ex marino Jesse Kelly con el mensaje subliminal de disparar el peine completo.

¿Conoce la opinión pública de Estados Unidos los niveles de violencia en América Latina, asociada a la desigualdad y la pobreza?

¿Por qué no se divulgan los datos pertinentes?

En un artículo del periodista y escritor español Xavier Caño Tamayo, publicado en el sitio web ALAI, se ofrecen datos que los norteamericanos debieran conocer.

Aunque su autor es escéptico acerca de los métodos utilizados hasta hoy para vencer el poder acumulado por los grandes narcotraficantes, su artículo aporta datos de incuestionable valor que trataré de sintetizar en unas pocas líneas.

“…el 27% de muertes violentas del mundo se da en Latinoamérica, aunque su población no llega al 9% del total del planeta. En los últimos 10 años, 1.200.000 personas han muerto violentamente en la región.

“Violentas favelas ocupadas por la policía militar; matanzas en México; desaparecidos forzosos; asesinatos y masacres en Colombia [...] La mayor tasa de asesinatos del mundo se da en América Latina.”

“¿Cómo explicar tan terrible realidad?”

“La respuesta la proporciona un estudio reciente de la Fundación Latinoamericana de Ciencias Sociales. El informe muestra cómo la pobreza, la desigualdad y la falta de oportunidades son los fundamentos principales de la violencia, aunque el narcotráfico y el tráfico de armas ligeras actúen como aceleradores de la criminalidad asesina.”

“Según la Organización Iberoamericana de la Juventud, la mitad de los más de 100 millones de jóvenes de 15 a 24 años latinoamericanos no tiene trabajo ni posibilidades de tenerlo. [...] según la Comisión Económica para América Latina y el Caribe (CEPAL), la región tiene uno de los más altos índices de empleo informal en jóvenes, además de que uno de cada cuatro jóvenes latinoamericanos no trabaja ni estudia.”

“Según la CEPAL, en los últimos años la pobreza y la pobreza extrema en América Latina han afectado y afectan a un 35% de la población. Casi 190 millones de latinoamericanos. Y, según la OCDE, unos 40 millones más de ciudadanos han caído o caerán en la pobreza en América Latina antes de acabar este 2010.”

“Según Naciones Unidas, hay pobreza cuando las personas no pueden satisfacer, para vivir con dignidad, necesidades básicas: alimentación suficiente, agua potable, vivir bajo techo digno, atención sanitaria esencial, educación básica… El Banco Mundial cuantifica esa pobreza añadiendo que es pobre extremo quien malvive con menos de un dólar y cuarto al día.”

“Según el Informe sobre la riqueza mundial 2010, publicado por Capgemini y Merrill Lynch, las fortunas de los latinoamericanos ricos [...] crecieron un 15% en 2009. [...] en los últimos dos años las fortunas de los latinoamericanos ricos crecieron más que las de cualquier región del mundo. Son 500.000 ricos, según el informe de Capgemini y Merrill Lynch. Medio millón contra 190 millones. [...] si pocos atesoran mucho, muchos carecen de todo.”

“…hay otras razones para explicar la violencia en América Latina [...] pobreza y desigualdad siempre tiene que ver con la muerte y el dolor. [...] ¿acaso es casualidad que [...] el 64% de los ocho millones de muertes por cáncer en el mundo se den en las regiones de ingresos más bajos, a las que, por cierto, sólo se dedica el 5% del dinero contra el cáncer?

“De corazón y mirándonos a los ojos, ¿podría usted vivir con un dólar y cuarto al día?”, concluye su análisis Xavier Caño.

Las noticias sobre la matanza de Arizona ocupan hoy los principales comentarios de los medios norteamericanos de prensa.

Los especialistas del Centro Médico de la Universidad de Arizona, en Tucson, se muestran cautamente optimistas. Elogiaban la tarea del personal de socorro, que permitió intervenir a la congresista 38 minutos después del disparo. Tales datos se conocían a través de Internet entre las 6 y 7 de la tarde de hoy.

Según ellos, “la bala penetró por la parte frontal muy próxima a la masa encefálica, por el lado izquierdo de la cabeza.”

“Puede seguir instrucciones simples, pero sabemos que la inflamación cerebral provocaría un giro desfavorable”, afirmaron.

Explican los detalles de cada uno de los pasos que han dado para controlar la respiración y disminuir la presión en el cerebro. Añaden que la recuperación podría durar semanas o meses. Los neurocirujanos en general, y las especialidades asociadas a esta disciplina, seguirán con interés las informaciones que de ese equipo emanen.

Los cubanos siguen de cerca todo lo que se relaciona con la salud, suelen estar bien informados y se alegrarán también del éxito de esos médicos.

Del otro lado de la frontera sabemos los extremos a que ha llegado la violencia en los Estados mexicanos cercanos, donde también hay excelentes médicos. Sin embargo, no son pocas las ocasiones en que las mafias del narcotráfico, equipadas con las más sofisticadas armas de la industria bélica de Estados Unidos, penetran en los salones de operaciones para rematar.

La mortalidad infantil de Cuba es menos de 5 por cada mil nacidos vivos; y las muertes por actos de violencia, menos de 5 por cada cien mil habitantes.

Aunque lastima nuestra modestia, constituye un amargo deber consignar que nuestro bloqueado, amenazado y calumniado país, ha demostrado que los pueblos latinoamericanos pueden vivir sin violencia y sin drogas. Pueden incluso vivir, y así ha ocurrido durante más de medio siglo, sin relaciones con Estados Unidos. Esto último, no lo hemos demostrado nosotros; lo demostraron ellos.

Fidel Castro Ruz
Enero 9 de 2011
7 y 56 p.m.

Fonte


giovedì 16 dicembre 2010

Fidel: "Nosotros pertenecemos a una hora decisiva del género humano"

Septiembre 28, 2010 - Aquel 28 de septiembre de 1960 yo regresaba de la ciudad de Nueva York, donde había participado durante 10 días en la reunión más importante que se había convocado hasta entonces. Allí tuve el honor de conocer a los más importantes líderes del campo socialista, entre ellos el Primer Ministro de la URSS Nikita Sergueiev Jruschov y a un grupo de los líderes más prestigiosos del Tercer Mundo.

domenica 12 dicembre 2010

Per riflettere: aforismi su comunismo e capitalismo

SPERO DI ESSERE PRESTO SMENTITA MA I FATTI FINORA HANNO DIMOSTRATO CHE UN BUONA META' DEGLI ITALIANI NON HA ANCORA IMPARATO NIENTE DALLA STORIA, DALL'ESPERIENZA DI ALTRI PAESI, DALLA CULTURA UNIVERSALE. CHE SIA PERCHE' LEGGONO POCO? O PERCHE' NON RIFLETTONO ABBASTANZA IN PROFONDITA' SU CIO' CHE SUCCEDE NEL MONDO? SARA' PERCHE' NON HANNO UNA COSCIENZA ABBASTANZA SVILUPPATA O CHE SONO TROPPO EGOISTI? NON SO IL PERCHE' PERO' SO CHE E' UN VERO PECCATO NON CAPIRE QUANDO LA STORIA NECESSITA DI UN CAMBIAMENTO RADICALE!


La libertà senza socialismo è privilegio, ingiustizia; il socialismo senza libertà è schiavitù, barbarie.
(Michail Bakunin)

Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato a qualunque altro uomo.
(Che Guevara)

Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici. Sì, è vero, ma lo siamo in modo diverso, siamo di quelli disposti a dare la vita per quello in cui crediamo.
(Che Guevara)


Uno schiavo che non ha coscienza di essere schiavo e che non fa nulla per liberarsi, è veramente uno schiavo. Ma uno schiavo che ha coscienza di essere schiavo e che lotta per liberarsi già non è più schiavo, ma uomo libero.
(Lenin)


Essere comunista vuol dire osare, pensare, volere e avere il coraggio delle proprie convinzioni.
(Vladimir Mayakosky)


Il comunismo non è una dottrina ma un movimento; non muove da princìpi ma da fatti.
(Marx-Engels)


Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.
(Karl Marx - "Introduzione a Per la Critica all'Economia Politica")


Il salario è determinato dal conflitto tra capitalista e operaio.
(Karl Marx "I Manoscritti Economico-Filosofici del '44")


Al pari del buddhismo, il socialismo è stato un movimento di massa "religioso", il quale, pur parlando in termini secolari e atei, mirava alla liberazione dell'umanità dall'egoismo e dalla brama di possesso.
(Erich Fromm, "Avere o essere", 1976)

La lotta alla miseria deve essere condotta dal Governo, mentre la ricerca della felicità deve essere lasciata all'iniziativa privata. In altre parole bisogna essere socialisti al vertice e liberi imprenditori alla base.
(Karl Popper)

martedì 26 ottobre 2010

L'ingiustizia intrinseca del capitalismo


Ingiustizia del capitalismo è quando i lavoratori dipendenti sono tassati del 45% alla fonte mentre la tassazione, in parte evasa, delle rendite finanziarie è solo del 12,5%.

Ingiustizia del capitalismo è quando porti i soldi in banca e ti danno un interesse del 0,2% (quando va bene), mentre quando li chiedi in prestito devi pagare un interesse del 4,5%.

Ingiustizia del capitalismo è quando un governo fa una sanatoria per il rientro dei capitali illegalmente esportati all'estero ma ne recupera solo le briciole perchè il grosso di quei capitali, spesso di origine mafiosa, viene goduto impunemente da quegli evasori all'estero che così ne escono "puliti" .

Ingiustizia del capitalismo è il raggiramento della volontà popolare da parte di una classe politica che non ha rispettato l'esito di referendum popolari come quelli che in Italia avevano messo al bando il nucleare o il finanziamento pubblico ai partiti.

Ingiustizia del capitalismo è quando un agricoltore è costretto a vendere il frutto del proprio sudato lavoro a 50 centesimi mentre al mercato lo stesso prodotto viene venduto a 7 euro.

Ingiustizia del capitalismo è la finta libertà assegnata al salario. Come guadagnare 1000 euro con 2 figli a carico ma poi essere costretti a spenderne 999 tra tasse, affitto, alimenti, libri e vestiti per i figli, spese sanitarie, auto, benzina, telefono e così via.

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