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martedì 1 maggio 2012

Gandhi e la verità

"Un errore non diventa verità solo per il fatto di
moltiplicarsi, come nemmeno una verità diventa errore
solo perchè nessuno la vede." - Mahatma Gandhi

"Anche se in minoranza, una verità rimane sempre
una verità." - Mahatma Gandhi

giovedì 21 aprile 2011

Sandro Pertini era al fianco dei palestinesi contro i crimini di Israele

"Una volta furono gli ebrei a conoscere la "diaspora"...vennero cacciati dal Medio oriente e dispersi nel mondo; adesso lo sono invece i palestinesi...Io affermo ancora una volta che i palestinesi hanno diritto sacrosanto ad una patria ed a una terra come l'hanno avuta gli israeliti...Se vi sono nazioni in cui i diritti civili ed umani sono conculcati, sono annullati, non vi è che un provvedimento da prendere contro queste nazioni: l'espulsione dall'Onu. Non valgono le proteste, se le porta via il vento. Non valgono le polemiche. Siano espulse dalla Organizzazione delle Nazioni Unite. Sia dato loro il bando, siano indicate all'umanità come colpevoli."

"Io sono stato nel Libano. Ho visitato i cimiteri di Chatila e Sabra. E una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quel massacro orrendo. Il responsabile di quel massacro orrendo è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro fatto. E un responsabile cui dovrebbe essere dato il bando della società."

Sandro Pertini, messaggio di fine anno agli italiani, 31/12/1983.

(dal Blog di Vittorio Arrigoni: http://guerrillaradio.iobloggo.com)



COMMENTI AL VIDEO:

Questo è un esempio per tutti i capi di stato oggi la nostra nazione è in balia della menzogna e della propaganda.
DIGNITA', RIVOGLIO LA DIGNITA'  DI QUEST'UOMO!


Se pensiamo che adesso a rappresentarci abbiamo Napolitano e Berlusconi sempre pronti e proni a Usa e a Israele. Datemi una macchina del tempo...


Ha sempre rischiato la pelle Pertini, per la sua liberta' e per quella di tutti. Puo' anche aver comesso degli errori (come quello di elogiare Stalin, ndr), ma su quanto dice in questo video, c' e' poco da girarci intorno.


I sionisti controllano l'America e sono alla base di tutte le nostre disgrazie. Non mi credete? Allora cercate su Google "Così parlò Benjamin Freedman", un ebreo che svelò le trame del sionismo, soprattutto durante la prima guerra mondiale, che portarono alla nascita di Israele. (...)

domenica 20 febbraio 2011

Aforismi di Winston Churchill


Lei ha dei nemici? Bene. Questo significa che ha lottato per qualcosa, nella sua vita.

Che cosa è la moda? È la più importante delle più inutili cose di questo mondo.

Nella guerra, determinazione; nella sconfitta resistenza; nella vittoria, magnanimità; nella pace, benevolenza.

Esistono molte cose nella vita che catturano lo sguardo, ma solo poche catturano il tuo cuore: segui quelle.

Sono sempre pronto a imparare, sebbene non sempre gradisca che altri mi insegnino.

La democrazia funziona quando a decidere sono in due e uno è malato.

La democrazia funziona quando le idee di pochi riescono a soddisfare i pochi che contano.

Il successo è l'abilità di passare da un fallimento all'altro senza perdere l'entusiasmo.

Il capitalismo è un'ingiusta ripartizione della ricchezza. Il comunismo è una giusta distribuzione della miseria.

Chi vive nella libertà ha un buon motivo per vivere, combattere e morire.

Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio.

Fanatico è colui che non può cambiare idea e non intende cambiare argomento.

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.

Il rimangiarmi le mie parole non mi ha mai dato l'indigestione.

L'abilità politica è l'abilità di prevedere quello che accadrà domani, la prossima settimana, il prossimo mese e l'anno prossimo. E di essere così abili, più tardi, da spiegare perché non è accaduto.

La più grande lezione nella vita è sapere che anche i pazzi alle volte hanno ragione.

L'ottimista vede opportunità in ogni pericolo, il pessimista vede pericolo in ogni opportunità.

Non è necessario inasprire le pene per bigamia. Un bigamo ha due suocere: come punizione mi pare che basti.

L'uomo inciamperà occasionalmente nella verità, ma la maggior parte delle volte si rialzerà e andrà avanti.

Mi piacciono i maiali. I cani ci guardano dal basso. I gatti ci guardano dall'alto. I maiali ci trattano da loro pari.

Non c'è niente di più esilarante che l'esser preso di mira senza successo.

Quelli che sono in grado di vincere una guerra possono raramente realizzare una pace conveniente, e quelli che possono realizzare una buona pace non hanno mai vinto una guerra.

Senza il coraggio, tutte le altre virtù perdono valore.

Più si riesce a guardare in dietro, più avanti si riuscirà a vedere.

Non c'è dubbio che è intorno alla famiglia e alla casa che le più grandi virtù della società umana si creano e si rafforzano.

venerdì 14 gennaio 2011

La gran noticia hace 30 años: ¡Un cubano en el cosmos!

di Marta Denis Valle, Corresponsal de Prensa Latina en Moscú (1978-1981)

Quien estaba de corresponsal de Prensa Latina en Moscú en 1980 recuerda lo sucedido sobre los preparativos, el vuelo conjunto cubano-soviético y regreso a la tierra del primer cosmonauta cubano Arnaldo Tamayo Méndez.

A esta agradable noticia asistí en Moscú junto a otros periodistas de Prensa Latina y un numeroso grupo de colegas cubanos que viajaron a la Unión Soviética para la cobertura de este acontecimiento, esperado por todos sin conocer la fecha exacta.

¡Qué un cubano iba a viajar al Cosmos!, constituía un secreto a voces pero muy pocas personas conocían la fecha exacta.

En abril de 1980 conversé largo rato con los dos candidatos cubanos, el teniente coronel de la Fuerza Aérea Revolucionaria Arnaldo Tamayo Méndez (Guantánamo, 29 de enero de 1942) y el capitán José Armando López Falcón (La Habana, 8 de febrero de 1950) camino del Centro de Cultura, de la Ciudad Estelar -a unos 40 kilómetros de Moscú-, donde se realizó un encuentro de la prensa de países socialistas con la tripulación del vuelo conjunto búlgaro-soviético, la cual había regresado a la Tierra antes de tiempo debido a un fallo técnico.

En esa ocasión, algunos colegas, conociendo de mi encuentro con los candidatos, me preguntaron si yo sabía, ¿cuál de los dos cubanos volaría y cuándo? Pero no pude responder.

Era un secreto todavía, y en nuestra conversación no tocamos ningún detalle reservado. Se habló sobre la vida en la Ciudad Estelar, el rigor de la preparación, acerca de Cuba, y otras cosas. Me aseguraron que ninguno se dejaría vencer por el entrenamiento en tierra y estaban dispuestos a cumplir la misión, robándole incluso tiempo a su descanso para dominar mejor el idioma específico de la técnica cósmica.

El primero de septiembre de 1980, las óptimas calificaciones obtenidas por ambos al concluir el programa de preparación teórica y física, en las aulas, y los entrenamientos terrestres y los vuelos aéreos, confirmaron sus palabras.

Era otoño en el hemisferio norte, cuando Tamayo y Yuri Romanenko partieron del Centro de Preparación y Entrenamiento Yuri Gagarin, de la Ciudad Estelar, para abordar horas después la nave espacial Soyuz-38, el jueves 18 de septiembre de 1980.

Tamayo y Romanenko, experimentado cosmonauta, integraron la primera tripulación, y López Falcón con el también veterano Evgueni Jrunov, la segunda.

Allí, en la estepa de Kazajstán, la primera pareja recibió el visto bueno de la comisión estatal.

El vehículo, impulsado por un poderoso cohete, de tres etapas, despegó del Cosmodromo de Baikonur, estepa de Kazajstán, arrojando fuego a la noche, mejor dicho a la madrugada, pues en ese lugar 11 minutos del viernes ya habían transcurrido. En ese instante el reloj del gran carillón del Kremlin marcaba en Moscú, las 22:11, y la popular emisora Radio Reloj de La Habana daba las 3:11 de la tarde.

En circuito cerrado, los periodistas acreditados en el Centro de Dirección de Vuelos, próximo a Moscú, observamos el lanzamiento de la nave. Un número reducido estuvo en Baikonur, entre ellos Eddy Martin, de la TV, y Gilberto Caballero, de la redacción científica de Prensa Latina -ambos fallecidos–,Juan Marrero , entonces del diario cubano Granma y actual dirigente de la Unión de Periodistas de Cuba, Jacinto Granda, de Juventud Rebelde, Víctor Pérez Galdós, de la Agencia de Información Nacional y Rosendo Gutiérrez, de Verde Olivo. Varios fotógrafos y camarógrafos los acompañaban.

Sin embargo, la gran noticia del primer cubano y latinoamericano en el Cosmos solo fue desembargada cuando la Soyuz-38 se situó cómodamente en una órbita circunterrestre intermedia (máxima altura respecto a la Tierra 273 kilómetros, mínima 199 kilómetros, tiempo de circunvalación 88,9 minutos e inclinación orbital 51,6 grados). Algo así como cuando la azafata permite desabrocharse los cinturones a los pasajeros de un vuelo aéreo y se apaga la luz de alarma.

Esa noche no dormimos los cubanos que estábamos en Moscú y tampoco numerosos residentes latinoamericanos.

A partir de las 24:00 (hora de Moscú), las imágenes del lanzamiento, los rostros de los dos tripulantes y las biografías de ambos se difundieron por el mundo casi con la misma rapidez de la rotación orbital de la nave cósmica.

La televisión local transmitió una programación especial (co-producción con Cuba), difundida por el sistema Intervisión, mucho más larga que durante los seis vuelos conjuntos anteriores del Programa Intercosmos.

Por la diferencia horaria, en Cuba la noticia llegó al atardecer y las cámaras devolvieron a Moscú imágenes del pueblo cubano que festejaba el suceso.

Esta explosión de júbilo duró más allá de los ocho días del vuelo; paso a paso fueron seguidas las incidencias e, igualmente, alcanzó notable repercusión internacional, especialmente en Latinoamérica.

Antes de partir Tamayo dijo sentirse “profundamente orgulloso de representar a la gran tierra latinoamericana, como la llamó José Martí, que abarca desde el río Grande hasta la Patagonia”.

TRABAJOS EN COMPLEJO ORBITAL

La Saliut 6, estación orbital pilotada soviética, de segunda generación, fue colocada en órbita de satélite artificial de la Tierra el 29 de septiembre de 1977, mediante un potente cohete portador. La Unión Soviética la puso a disposición de los países socialistas que firmaron en abril de 1967 el Programa Intercosmos sobre la cooperación en el estudio y utilización del espacio con fines pacíficos.

El 19 de septiembre de 1980, a las 23:49, según el reloj electrónico de la sala principal del Centro de Dirección de Vuelos, se formó el complejo orbital Saliut 6- Soyuz-37-Soyuz-38.

La Estación realizaba su vuelta número 17 mil 128 cuando las dos tripulaciones comenzaron su trabajo conjunto a una distancia máxima de la Tierra de 356 kilómetros, mínima 345 kilómetros, tiempo de circunvalación 91,4 minutos e inclinación orbital 51,6 grados.

En los trabajos espaciales se utilizaba la hora oficial de Moscú. A bordo de la Saliut 6, la noche duraba aproximadamente 37 minutos y el día de 45 a 47 min.

Después de comprobada la hermeticidad del “amarre cósmico”, a las 02:52 las cámaras de televisión enfocaron al sonriente Tamayo cuando se introducía por la compuerta de paso y abrazaba a la tripulación principal (Dnieper) que habitaba la estación desde el 9 de abril de ese año. Los anfitriones Leonid Popov y Valeri Riumin dieron la bienvenida a los Taimir Tamayo y a su comandante Romanenko con el pan y la sal, según una costumbre eslava.

Las emociones se sucedieron a bordo y hasta las 05, 30 no se introdujeron todos en sus respectivos sacos de dormir. Tamayo fijó el suyo en una de las paredes de la Saliut 6, que él pensó se trataba del piso pues el fenómeno de la flotación a causa de la ingravidez confundió su percepción. Después de aclarado esto durante el vuelo siguió usando para su descanso el cómodo lugar escogido inicialmente.

Los días de trabajo en la Saliut 6 fueron distribuidos entre los experimentos e investigaciones médico-biológicas, geofísicas y tecnológicas. El 90 por ciento de la carga de la Soyuz 38, trasladada a la estación la noche de la llegada, consistió en materiales científicos.

A las 13,30 del 20 de septiembre, la tripulación internacional comenzó la jornada laboral que incluyó experimentos médico-biológicos para determinar el estado del sistema cardiovascular en el periodo de adaptación.

Ese día Tamayo anunció que vio a Cuba por primera vez desde el Cosmos. “No había nubosidad, todo fue maravilloso, el cielo estaba limpio y tenía un bonito color. Sobrevolamos La Habana y vimos nuestra hermosa Patria”.

Y al pasar sobre el continente americano “me llené de alegría -afirmó–, igual que cuando vi a Cuba”.

“Deseo también enviar a los pueblos latinoamericanos un caluroso y fraternal saludo desde la Estación Orbital”, expresó Tamayo. A las madres y mujeres de América Latina y de África ofreció su respeto y profundo sentimiento de amistad e invitó a los niños a ser buenos estudiantes y buenos revolucionarios.

En diversas comunicaciones con el Centro de Dirección de Vuelos, habló en ruso -su idioma de trabajo- pero cada vez lo hizo también en español, primera vez que se escuchaba la lengua de Cervantes desde el Cosmos.

Narró como su idea del espacio cósmico, anterior al vuelo, resultó un poco diferente a su contacto directo con la ingravidez, a pesar de haber recibido las nociones generales de cómo trabajar y cómo comportarse en ese estado, porque en la Tierra no es posible crear las condiciones reales de este fenómeno:

“…prácticamente todos los sistemas fisiológicos cambian y el hombre tiene que adaptarse a esas condiciones en un periodo de tiempo extremadamente corto y mantener la capacidad para el cumplimiento del trabajo científico”.

“Puedo decir -señaló el 23 de septiembre-, que ya estoy completamente adaptado, aunque en los dos o tres primeros días experimenté algunos cambios bruscos del estado en que nosotros vivimos al de ingravidez. Por ejemplo, se siente la cabeza cargada debido a la sangre que se acumula en la parte superior del cuerpo… después uno se adapta. El primer día yo no podía dar esta vuelta (realizó un giro corporal completo con la cabeza hacia abajo) y en la actualidad puedo hacerlo sin ningún problema…claro, eso se adquiere con la práctica y con el movimiento constante dentro de la estación”.

El 26 de septiembre de 1980, Cuba entró definitivamente en la historia de la cosmonáutica con el feliz regreso a tierra del cosmonauta Arnaldo Tamayo después de cumplir un amplio programa en la Saliut 6.

Esa mañana, Tamayo y Romanenko prepararon la Soyuz 38 con los materiales que debían llevar de regreso.

Al mediodía, los Dnieper despidieron a los Taimir y la compuerta de paso se cerró a las 12.25 (hora de Moscú). Juntos dieron otras tres vueltas orbitales y a las 15,38 la tripulación visitante partió; se fueron alejando lentamente del complejo Saliut 6- Soyuz 37.

Todo ocurrió como estaba previsto: A las 18, 04 fue conectado el motor de frenado; 18, 26 se separó el módulo de descenso del resto de la nave; 18,31 la esfera con los cosmonautas dentro, penetró en la atmósfera. Nueve minutos después se abrió el primer paracaídas y pasados otros 15 minutos, el módulo de descenso se posó suavemente a las 18,54 (hora de Moscú), a unos 175 kilómetros al sudeste de la ciudad de Dzhezkazgán, Kazajstán.

Tamayo y Romanenko completaron 128 órbitas circunterrestres.

El último día de septiembre de 1980, Tamayo Méndez volvió triunfante a la Ciudad Estelar, donde se entrenan y viven los cosmonautas, para depositar un ramo de flores ante la estatua de bronce de Yuri Gagarin, el primer hombre en viajar al Cosmos. Allí se preparó y vivió desde la primavera de 1978.

(19 Septiembre 2010, Fonte)

Gino Donè Paro: l’amico italiano di Fidel Castro e Che Guevara

La prima volta che sentii parlare di Gino Donè fu nel 2004, in occasione del mio primo viaggio a Cuba. Di lui me ne parlò sua nipote Silvana, una mia carissima amica. Suo zio Gino fu l’unico italiano, o meglio l’unico europeo, tra i rivoluzionari che sbarcarono a Cuba in compagnia di Fidel Castro e Che Guevara.

Silvana mi mostrò un settimanale nel quale c’era un articolo su di lui con relative foto. Non contenta, gli telefonò e me lo passò: devo dire che, dalla voce, mi sembrò una persona molto più giovane e divertente. Voleva parlare in dialetto veneto, ma inevitabilmente scivolava sullo spagnolo con accento inglese. Mi augurò buon viaggio e mi disse di andarlo a trovare quando fossi tornata, per raccontargli le mie impressioni; poi gli passai il mio compagno cubano e, saputo che era di S. Clara, gli raccontò un po’ di aneddoti del periodo che lui passò in quella città.

Quando tornai da Cuba, incontrai finalmente Gino di persona. Fu emozionante parlare con lui, stupendo ed affascinante, anche se era parecchio avanti con gli anni (un po’ come Sean Connery che è sempre in auge). Nonostante l’età era ancora un bell’uomo, occhi azzurri e barba. Quando gli chiedevi della sua vita a Cuba gli brillavano gli occhi e si immergeva totalmente in quel lontano passato e raccontava…

Ripercorro la sua vita attraverso alcuni brani tratti dal sito http://www.venceremos.it/, dalla biografia di Gianfranco Ginestri e dal Gazzettino di Venezia:

“Gino Donè nacque a Monastier di Treviso nel 1924. Fu un uomo generoso e schivo, dopo la sua impresa straordinaria si era ritirò nel silenzio per anni, accennando alle avventure vissute con un sorriso ironico, come fossero cose normali, di tutti i giorni.

Non si vantò mai di niente, veniva invitato da tutte le associazioni che si occupano di Cuba ed esibito come un fiore all’occhiello. Lui era una persona troppo intelligente per protestare e stava al gioco.

La sua infanzia fu molto dura. Nonostante la povertà, riuscì comunque a frequentare le scuole professionali. Successivamente fu costretto ad arruolarsi in guerra. L’ 8 settembre 1943 era a Pola. Tornato a casa si unì ai partigiani; combattè i nazifascismi nelle paludi fra Carole e Jesolo. Era lui ad andare a prendere i soldati inglesi e americani, scappati dalle maglie dei nazisti, ed accompagnarli ai sottomarini che li attendevano al largo di Caorle.

Decise di espatriare dopo la guerra :”perché in Italia, se dicevi di essere stato partigiano, ti guardavano male, pensavano che fossimo tutti dei banditi”.

Si stabilì ad Amburgo, dove una sera, vedendo una bellissima nave scintillante, si imbarcò di nascosto, senza soldi né documenti. Quella nave andava a Cuba.

A Cuba sbarcò da clandestino. Nel 1951 lavorò all’Avana come tecnico carpentiere alla costruzione della Grande Plaza Civica della capitale, ribattezzata successivamente “Plaza de la Revoluciòn”.

Qui nel 1952 Gino si fidanzò con Norma Turino Guerra (che sposerà nel 1953), una giovane cubana rivoluzionaria abitante nella antica città di Trinidad (la quale è amica della giovane rivoluzionaria Aleida March, futura seconda moglie di “Che” Guevara) con la quale entreranno due anni dopo nel nuovissimo movimento rivoluzionario castrista “26 Luglio”, definito con la sigla “M-26-7” (dalla data dell’assalto alla Caserma Moncada del 26 Luglio 1953).

Subito la sua abilità viene notata dai circoli rivoluzionari che cercano di cacciare il dittatore Batista. Quando parlano a Fidel della sua esperienza, Fidel dice la famosa frase: “Mandame el Italiano!” El Italiano arriva a Città del Messico e qui diverrà, assieme ad Ernesto Che Guevara, uno dei personaggi chiave della Rivoluzione Cubana.

Per ben 2 volte fa la spola tra l’Avana e Città del Messico, insospettabile con passaporto italiano. Gli imbottiscono la giacca di dollari, che serviranno per comperare il famoso battello Granma.

Castro si era informato sul passato da partigiano di Gino e gli fa domande, ha in mente di arruolarlo nell’impresa. Servono uomini esperti perché i cubani che stanno per partire non hanno mai sperimentato vere battaglie. Vuole che Gino sia della partita, ma non lo dice subito. Cerca di capire chi è.

In quei giorni il Che era triste: amore finito con la moglie, e Hildita, la figlia appena nata, anche lei lontana. Non aveva voglia di niente. Continuava a chiedere a Gino della guerra in Italia, dei nazi, di Mussolini e lo interrompeva con la domanda che l’ossessionava: “Pensi che riusciremo a mandar via Batista?”. Impossibile, rispondeva. “Ho combattuto con gli americani e so quanti soldi, quante munizioni e di quale risorse dispongono. Non ce la faremo mai se vogliono appoggiare la dittatura, eppure bisogna tentare. Del resto non ho scelta. Se non provo non posso tornare a casa: Norma mi butterebbe fuori. E poi c’è Fidel. Lui inventa tante cose”.

Gino divenne amico del medico asmatico Che Guevara, che gli confidò che se non avesse incontrato Fidel sarebbe emigrato in Italia per specializzarsi contro l’asma, nella facoltà di medicina di Bologna. Gino diventò amico anche di Fidel e di Raul e, come ex partigiano, collaborava agli addestramenti militari.

A Gino piaceva il Che in quanto avevano le stesse idee. Non importava se lui era ateo e marxista e Gino era cresciuto attorno ai preti veneti, anche se ormai la fede era debole. Li legava la ribellione all’ingiustizia e l’essere sempre dalla parte di chi non sapeva difendersi. Però Ernesto esagerava. Una volta, arrivò a prenderlo per la camicia. Erano andati a cena in un posto economico, da pochi pesos: una fonda , come si diceva. Perché la paga era niente. Anche Castro tirava la cinghia. O si mangiava o si fumava. Una sera contano i soldi: 12 pesos per uno. Appena da sfamarli. Ernesto, il Pichi dominicano e Gino entrano in questa taverna che di bello aveva solo una cameriera indiana guahal. Tutti ne erano innamorati. Ernesto resta per ultimo. E poi arrivò assieme a una vecchia e due bambini. Comprò da mangiare al banco. La donna se ne va con le scodelle piene. Finalmente si siede al tavolo: “Stasera non ho appetito”, annuncia con allegria. Aveva speso fino all’ultimo soldo per i mendicanti! A Gino andò il sangue alla testa: “la città è piena di straccioni, non possiamo sfamarli tutti e sei troppo importante per noi. Impossibile cominciare la rivoluzione se non riesci a stare in piedi”. Pichi fa da paciere: “Dividiamo quello che c’è”. Ernesto confessa con un’innocenza che disarma: “Quando vedo la fame negli occhi degli altri, devo subito fare qualcosa. Anche vuotare le tasche degli ultimi spiccioli”».

Nel 1954 Gino riceve l’ordine dal “M-26-7” di accompagnare clandestinamente due gruppi di giovani cubani, in due viaggi distinti, a Città del Messico, dove è atteso da Fidel, qui esiliato dopo l’assalto alla Moncada di Santiago, e dopo due anni di prigione all’Isola dei Pini.

Portano Gino a sparare nel poligono dove si addestrano sotto la guida di un vecchio ufficiale, grosso, un po’ lento: il colonnello Alberto Bayo, madre cubana e padre spagnolo. aveva perso un occhio contro Franco e pensare che Franco era stato il suo comandante quando andava a caccia di ribelli nel Rif marocchino. Insegnava tecnica della guerriglia nella scuola militare di Salamanca, bravissimo nella teoria, ma non aggiornato sulle furbizie che la seconda guerra mondiale aveva insegnato a Gino, che ascoltava le sue lezioni sui prati della tenuta di Santa Rosa. Andavano là a sparare. Poi Gino viene rimandato a Cuba e ritorna in Messico col pacco dei dollari più pesante, provenienti dall’Avana. Settembre 1956, Fidel sta comprando il Granma. I soldi servono per un’infinità di cose: per esempio le scarpe. Fidel volle che le scarpe della spedizione le facesse un calzolaio italiano, su misura. Le scarpe erano buone, ma i tacchi con quei chiodi procurarono un sacco di guai.

Nella notte tra il 24 ed il 25 novembre 1956, dal porto fluviale alla foce del Rio Tuxpan nel Messico, partirono su una bagnarola e sbarcarono a Cuba.

Era una nottataccia, pioggia battente e mare mosso. La capitaneria di porto aveva proibito la navigazione. Ma già si era in ritardo sui tempi e si rischiava di saltare appoggi e coordinamento con la struttura della resistenza a Cuba, il Movimento del 26 Luglio.

Insomma quella notte dovevano assolutamente salpare, anche per il rischio che venissero scoperti dagli agenti di Batista.

Sul Granma, nel mare in tempesta, la storia di Gino è uguale alla storia di tutti. Soffre un po’ meno degli altri, è abituato a navigare; dopo due giorni finiscono acqua, frutta e scatolette; restano arachidi e altre noccioline. Cento ore di niente. A bordo il suo grado era quello di Tenente del Terzo Plotone comandato dal Capitano Raúl, fratello di Fidel.

Allo sbarco del 2 dicembre, non lontano dalla città di Manzanillo, li attendevano 40 mila soldati del dittatore Batista. Lì morì la metà dell’equipaggio.

Il Granma si impantanò nelle paludi, ma Gino aveva imparato contro i nazi a muoversi in palude, ma ignora l’insidia delle mangrovie: radici dove inciampano le scarpe, spine che strappano la tuta verde oliva indossata prima dello sbarco. E i morsi dei granchi. Dopo quattro ore di traversata nelle mangrovie sotto il tiro di aerei, fucili e cannoni di Batista; dopo cinque ore di marcia forzata in terraferma, poterono riposare, ma erano sfiniti e confusi per essere arrivati nel posto sbagliato. Non li aspettava nessuno, l’appuntamento era quattro giorni prima, un Km e mezzo più distante. Fanno l’appello col passaparola, mancavano in tanti. Ma, soprattutto, mancava Ernesto. Viene mandato Gino a cercarlo, ma di fare presto. Castro è angosciato, non sopporta la scomparsa di un amico tanto importante, eppure bisogna proseguire: L’inseguimento dei militari di Batista è cominciato.

Allora Gino prende uno dei suoi e torna verso la laguna; fame, stanchezza, traversata infame, niente riesce a fermare Donè nella sua ricerca del compagno Ernesto. Dopo alcuni chilometri vede il Che avanzare trascinando le gambe e a testa bassa; appena li vede si rianima, lo abbracciano, la gioia fu grande. Dopo circa mezz’ora (il Che era stato colto da un attacco d’asma), ripartono e tornano al resto dei guerriglieri. Dopo due giorni si separano, Gino torna segretamente a Santa Clara, ove nel Natale 1956 partecipa ad azioni di sabotaggio contro postazioni militari, insieme con Aleida March, futura moglie del Che. Ma ormai è un soggetto troppo conosciuto e quindi troppo a rischio. E’ costretto nel gennaio 1957 a lasciare Cuba in clandestinità, diretto in Messico.

Grazie alla sua esperienza come marinaio, lavora sulle navi, gira per vari Paesi come il Venezuela, la Grecia e il Vietnam.

Vuole però ritornare a Cuba dall’amata moglie Norma e, nel 1958, sbarca al porto di Cienfuegos. Immediatamente si dirige a Trinidad, pur sapendo che numerosi delatori lo conoscono e possono denunciarlo. Cerca di entrare in contatto con il Che, che era nel vicino Escambray. I soldati di Batista lo cercano nel villaggio di Jíquima de Alfonso, ove il suocero aveva una coltivazione di tabacco, ma riesce a scampare alla cattura.

Spiega a Norma che è costretto ad andare via dal Paese perché la dittatura lo sta cercando in ogni luogo e le propone di andare via insieme, ma lei dice che non può abbandonare la sua famiglia, né i compagni del Movimento.

Salpa, allora, da Nuevitas, nella provincia di Camaguey, per gli Stati Uniti, con la stessa nave con cui era arrivato dal Messico, e non rivedrà mai più la moglie, dalla quale divorzia per ragioni di sicurezza.

Negli Stati Uniti comincia una nuova vita e lavora come tassista, imbianchino, decoratore, cameriere. Il 1° gennaio 1959 trionfa la Rivoluzione cubana, costringendo alla fuga il dittatore Fulgencio Batista. Gino, che si trova a New York, apprende la notizia alla radio, festeggiando con gioia. Sollecita il visto d’ingresso a Cuba ma gli viene negato, perché esiste una legge che priva di residenza chi permane per più di un anno all’estero. E poi il nuovo console cubano a New York lo guarda con diffidenza, non ne vuol sapere di concedergli il visto. Gino non disse che era amico di Fidel, perchè sarebbe sembrata una vanteria. Gino era un uomo riservato, modesto, che non amava parlare di sé, né tanto meno gli piaceva esaltare le sue imprese a tal punto da non raccontare la sua storia al nuovo Console cubano. Diceva del suo personaggio: “Sono come voi, solo che in questa esperienza della rivoluzione sono sopravvissuto”.

Si sposa, in seconde nozze, con la portoricana Tony Antonia (conosciuta proprio attraverso Olga Norma).

Successivamente Gino si trasferisce in Florida, insieme con la sua seconda moglie.

Dopo molti anni trascorsi nell’ombra, stabilisce un contatto con alcuni vecchi compagni di lotta.

Nel 1995 torna a Cuba, della quale (pur amando l’Italia) si sente sempre parte, come figlio adottivo.

Senza figli e due volte vedovo, dal 2003 andò a vivere a San Donà di Piave, in provincia di Venezia, vicino alla nipote Silvana.

Gino diceva sempre su Fidel Castro:” Castro è stato, è e sempre sarà il mio comandante, per lui semper fidelis (dal motto dei marines)”

Dal 22 marzo 2008, data della sua morte alla casa di cura Rizzola di San Donà di Piave, Gino è entrato ufficialmente nel Pantheon degli eroi di Cuba. Nella casa di cura è stata allestita la camera ardente, adornata di 3 magnifiche corone di rose rosse, circa 2000 rose! La prima del lider maximo Fidel, la seconda del fratello Raul e la terza dei compagni superstiti del Granma. La camera ardente fin dalle prime ore venne presa d’assalto dai primi amici che lo volevano vedere per l’ultima volta. Lui era con la mano sul cuore. Poi la cerimonia al cimitero di Spinea, vicinissimo a Mestre, ma più che una cerimonia è stata una festa, a volte commovente. Il feretro avvolto nella bandiera cubana, ai lati Gerardo Soler e Jorge Sosa dell’ambasciata cubana in Italia. Hanno letto un discorso sulla vita di Gino, portando il saluto del popolo cubano al “companero” che amava la lealtà e la giustizia. “La morte non è vera morte – hanno letto, ricordando le frasi del rivoluzionario Josè Martì – se si è assolto ai doveri della vita”. Infine al grido del Che “Hasta siempre” hanno proclamato gloria eterna a Gino Donè. Le foto e i video dei rappresentanti dell’ambasciata sono stati spediti a Fidel, come lui stesso aveva richiesto. A disposizione di tutti su un tavolo, il suo rum preferito di Santiago di Cuba, Arecha, poi le Camel senza filtro che lui fumava in quantità, sulle note delle canzoni cubane, poi di quelle partigiane. Dopo i saluti di tutti, anche delle varie associazioni partigiane presenti in massa, il filmato. E’ stato il momento culminante. Come rivederlo in vita con la sua barba alla Hemingway, la parlantina sciolta con un lieve accento anglosassone, il sorriso magnetico. Raccontava la sua storia come fosse lì, in mezzo a noi. La guerra in Italia, la lotta per la sopravvivenza, le mille avventure, gli amori, mentre scorrevano immagini di lui col Che, di lui con Fidel, di lui con Raul, tutti barbuti. “Mi sono sempre sentito tra i meno privilegiati – diceva Gino nel filmato – forse per questo ho varcato tante frontiere”. Hasta siempre Gino.

Fonte

domenica 12 dicembre 2010

Per riflettere: aforismi su comunismo e capitalismo

SPERO DI ESSERE PRESTO SMENTITA MA I FATTI FINORA HANNO DIMOSTRATO CHE UN BUONA META' DEGLI ITALIANI NON HA ANCORA IMPARATO NIENTE DALLA STORIA, DALL'ESPERIENZA DI ALTRI PAESI, DALLA CULTURA UNIVERSALE. CHE SIA PERCHE' LEGGONO POCO? O PERCHE' NON RIFLETTONO ABBASTANZA IN PROFONDITA' SU CIO' CHE SUCCEDE NEL MONDO? SARA' PERCHE' NON HANNO UNA COSCIENZA ABBASTANZA SVILUPPATA O CHE SONO TROPPO EGOISTI? NON SO IL PERCHE' PERO' SO CHE E' UN VERO PECCATO NON CAPIRE QUANDO LA STORIA NECESSITA DI UN CAMBIAMENTO RADICALE!


La libertà senza socialismo è privilegio, ingiustizia; il socialismo senza libertà è schiavitù, barbarie.
(Michail Bakunin)

Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato a qualunque altro uomo.
(Che Guevara)

Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici. Sì, è vero, ma lo siamo in modo diverso, siamo di quelli disposti a dare la vita per quello in cui crediamo.
(Che Guevara)


Uno schiavo che non ha coscienza di essere schiavo e che non fa nulla per liberarsi, è veramente uno schiavo. Ma uno schiavo che ha coscienza di essere schiavo e che lotta per liberarsi già non è più schiavo, ma uomo libero.
(Lenin)


Essere comunista vuol dire osare, pensare, volere e avere il coraggio delle proprie convinzioni.
(Vladimir Mayakosky)


Il comunismo non è una dottrina ma un movimento; non muove da princìpi ma da fatti.
(Marx-Engels)


Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.
(Karl Marx - "Introduzione a Per la Critica all'Economia Politica")


Il salario è determinato dal conflitto tra capitalista e operaio.
(Karl Marx "I Manoscritti Economico-Filosofici del '44")


Al pari del buddhismo, il socialismo è stato un movimento di massa "religioso", il quale, pur parlando in termini secolari e atei, mirava alla liberazione dell'umanità dall'egoismo e dalla brama di possesso.
(Erich Fromm, "Avere o essere", 1976)

La lotta alla miseria deve essere condotta dal Governo, mentre la ricerca della felicità deve essere lasciata all'iniziativa privata. In altre parole bisogna essere socialisti al vertice e liberi imprenditori alla base.
(Karl Popper)

giovedì 9 dicembre 2010

Ricordando John Lennon

Esattamente 30 anni fa a New York moriva John Lennon. Per la sua epoca fu considerato un ribelle, eppure non un rivoluzionario, tanto che anche oggi, nell'era della New Age, il suo insegnamento risulta ancora valido ed attuale. Il suo attivismo per la pace, infatti, partiva da una "pulizia" interna della mente e del cuore che ciascun essere umano deve compiere a livello individuale ancor prima che aderendo passivamente ad un movimento politico collettivo, in un prioritario percorso di sensibilità e consapevolezza del sè. Egli era oltre e al di là delle più moderne idee e ideologie della sua epoca, e forse solo ora, avendone smascherati gli inganni, ci rendiamo conto a pieno del significato di verità delle parole di una delle più grandi anime del '900.



A Tribute to John Lennon
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martedì 2 novembre 2010

RICORDANDO PASOLINI

Il 2 novembre 1973 veniva assassinato Pier Paolo Pasolini all'idroscalo di Ostia, ad oggi i veri sicari materiali e i mandanti del delitto incredibilmente non sono ancora stati individuati, nonostante varie richieste di riapertura del caso da parte di Veltroni e Alfano. Pasolini il poeta, il regista, il commediografo, l'intellettuale di sinistra, l'omosessuale, il profeta della decadenza dei nostri tempi...I suoi libri vengono letti in quasi tutti i paesi del mondo, tranne, forse, in Italia, dove i giovani di oggi lo conoscono ben poco. Ma cosa caratterizza il messaggio di Pasolini? A parte il talento dell'artista, quello che mi colpisce di più della sua figura e del suo messaggio scritto e audiovisivo, è la grande e purtroppo inascoltata intelligenza che unita all'intuito d'artista ne facevano una specie di marziano per i suoi tempi. Tempi di cui fece quasi la radiografia grazie ad una profonda lucidità d'analisi e di vedute, l'apertura mentale e la capacità di visione profetica a fronte della cecità della massa, cosa che gli tirò addosso gli odi di molti suoi contemporanei e non solo.
Le scelte sbagliate che in Italia sono state fatte negli ultimi 50 anni, l'irresponsabilità della classe politica e dirigente, l'illusione dell'edonismo nordamericano e del neoliberismo anglosassone, della finta libertà e democrazia, Pasolini nei suoi scritti le aveva già previste negli anni '70, ci aveva messo in guardia. Ma non ce ne siamo accorti perchè è successo tutto troppo in fretta...Insomma, va detto, noi italiani non abbiamo ascoltato una delle più grandi voci del nostro tempo, siamo cascati in pieno nella trappola e oggi ne vediamo i risultati nel disastro della nostra società civile.

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