Visualizzazione post con etichetta Grandes cubanos del pasado. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Grandes cubanos del pasado. Mostra tutti i post

domenica 20 febbraio 2011

Viva Martí! Viva il Che!



"Queridos compañeros...", inizia così il memorabile discorso del Che del 1960 in memoria di José Martì, poeta della Revoluciòn.

Cari compagni,
bambini e adolescenti di oggi, uomini e donne di domani, eroi di domani; eroi, se sarà il caso, nei rigori della lotta armata; eroi, altrimenti, nella costruzione pacifica della nostra nazione sovrana.
Oggi è un giorno davvero particolare, una giornata che invita alla conversazione intima tra noi, che in qualche modo abbiamo contribuito con uno sforzo diretto alla Rivoluzione, e tutti voi.
Oggi si compie un altro anniversario della nascita di Josè Martì, e prima di entrare in argomento voglio premettere una cosa. Ho sentito qualche minuto fa: "Viva Che Guevara!" ma nessuno di voi è venuto in mente di gridare: "Viva Martí!"... E questo non va bene...
E non va bene per molte ragioni. Perché prima che nascesse il Che Guevara e tutti gli uomini che oggi hanno lottato, che hanno comandato come lui ha comandato, prima che nascesse tutta questa spinta liberatrice del popolo cubano, Martí era nato, aveva sofferto ed era morto sugli altari dell'ideale che oggi stiamo realizzando.
Di più: Martí fu il mentore diretto della nostra Rivoluzione, l'uomo alla cui parola bisognava sempre ricorrere per interpretare i fenomeni storici che stavamo vivendo, l'uomo la cui parola e il cui esempio bisognava ricordare ogni volta che si voleva dire o fare qualcosa di importante in questa patria... perché Josè Martí è molto più che cubano: è americano, appartiene a tutti i venti Paesi del nostro continente e la sua voce viene ascoltata e rispettata non soltanto qui a Cuba ma in tutta l'America.
E' toccato a noi l'onore di rendere viva la parola di Josè Martí nella sua patria, nel luogo in cui nacque. Ma ci sono molti modi di onorare Martí. Si può onorarlo celebrando religiosamente le festività che ogni anno indicano la data della sua nascita, o con la memoria del nefasto 19 maggio 1895. Si può onorare Martí citando le sue frasi, frasi belle, frasi perfette, e inoltre, e soprattutto, frasi giuste. Ma si può e si deve onorare Martí nel modo in cui avrebbe desiderato fosse fatto , quando diceva a pieni polmoni: "Il modo migliore di dire è fare".
Perciò noi abbiamo cercato di onorarlo facendo ciò che lui avrebbe voluto fare e che le circostanze politiche e le pallottole del colonialismo gli impedirono.
E non tutti, né molti - e forse nessuno -, possiamo essere Martí, ma tutti possiamo prendere esempio da Martí e cercare di seguire la sua strada nella misura delle nostre forze. Cercare di capirlo e di riviverlo con la nostra azione e la nostra condotta di oggi, perché quella guerra di indipendenza, quella lunga guerra di liberazione, ha avuto oggi la sua replica e ha avuto un gran numero di eroi modesti, ignoti, fuori dalle pagine della storia e che, tuttavia, hanno eseguito perfettamente i precetti e i comandamenti dell'apostolo.
Voglio oggi presentarvi un ragazzo che forse molti di voi già conoscono, e fare una piccola storia di questi giorni difficili sulla Sierra.
Lo conoscete o non lo conoscete? E' il comandante Joel Iglesias dell'Esercito Ribelle, e capo dell'Associazione dei Giovani Ribelli. Adesso vi voglio spiegare per quali ragioni occupa questo posto e perché lo presento con orgoglio in un giorno come questo.
Il comandante Joel Iglesias ha diciassette anni. Quando arrivò alla Sierra ne aveva quindici. E quando me lo presentarono non volli ammetterlo perché era troppo bambino. In quel periodo avevo un sacco di caricatori di mitragliatrice - la mitragliatrice che usavo a quell'epoca - e nessuno se li voleva caricare in spalla. Gli venne affidato il compito e la prova di portare quel sacco per le asperità accidentate della Sierra Maestra. Il fatto che è qui significa che riuscì a portarlo. Ma v'è molto di più. Voi non avrete il tempo di accorgervi, giacché ha camminato molto poco, che zoppica da un piede; non avete potuto vedere, non avete potuto neppure sentire, perché non vi ha salutato, che ha la voce roca e che si fatica a comprenderlo. Voi non avete potuto vedere che ha nel corpo dieci cicatrici di proiettili nemici e che la sua raucedine, il suo glorioso zoppicare, sono ricordi dei proiettili nemici, perché fu sempre in prima linea nel combattimento e nei posti di maggiore responsabilità.
Io ricordo che c'era un soldato - che in seguito fu anche lui comandante - che è morto poco tempo fa per un tragico errore.
Quel comandante si chiamava Cristino Naranjo. Aveva circa quarant'anni, e il tenente che lo comandava era il tenente Joel Iglesias, di quindici anni. Cristino dava del tu a Joel, e Joel, che lo comandava, gli dava del lei. Tuttavia Cristino Naranjo non mancò mai di obbedire a un solo ordine, perché nel nostro Esercito Ribelle, seguendo gli orientamenti di Martí, non ci si curava né dell'età, né del passato, né dei trascorsi politici, né della religione, né dell'ideologia precedente di un combattente. Ci importavano i fatti di quel momento e la dedizione alla causa rivoluzionaria.
Noi sapevamo anche, grazie a Martí, che non importava il numero di armi in mano, ma il numero di stelle sulla fronte. E Joel Iglesias, già a quell'epoca, era di quelli che avevano molte stelle sulla fronte, non quella sola che oggi ha come comandante dell'esercito. Per questo ho voluto presentarvelo in un giorno come oggi, perché sappiate che l'Esercito Ribelle si preoccupa della gioventù e di dare alla gioventù che oggi si affaccia alla vita il migliore dei suoi uomini, il migliore dei suoi esempi di lotta e dei suoi esempi di lavoro. Perché crediamo che è così che si onora Martí.
Volevo dirvi molte altre cose come questa, oggi. Volevo spiegarvi, affinché mi intendiate, affinché sentiate nel più profondo del cuore il perché di quella lotta in cui siamo passati con le armi alla mano, e di questa che oggi sosteniamo contro le potenze imperialiste, e che forse domani dovremo sostenere in campo economico, o anche sul campo di battaglia.
Tra tutte le frasi di Martí, ce n'è una che credo definisca come nessun'altra lo spirito dell'apostolo.
E' quella che dice: "Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato a qualunque guancia di uomo".
Questo era, ed è,l'Esercito Ribelle e la Rivoluzione cubana. Un esercito e una rivoluzione che sentono, nell'insieme e in ciascuno dei suoi compagni, l'affronto rappresentato dallo schiaffo dato a qualunque guancia di uomo in qualunque luogo della terra.
Si tratta di una Rivoluzione fatta per il popolo e mediante lo sforzo del popolo, nata dal basso, alimentata da operai e contadini, che ha richiesto il sacrificio di operai e contadini in tutti i campi e in tutte le città dell'isola. Ma che ha anche saputo ricordarli al momento della vittoria.
"Con i poveri della terra voglio condividere la mia sorte", diceva Martí... e altrettanto, interpretando le sue parole, abbiamo fatto noi.
Siamo stati scelti dal popolo e siamo disposti a continuare, fin quando il popolo lo vorrà, a distruggere tutte le ingiustizie e a instaurare un nuovo ordine sociale.
Non abbiamo paura delle parole né delle accuse come non ne ebbe paura Martí. Come in quel 1° Maggio - credo nel 1872 - in cui parecchi eroi della classe operaia nordamericana donavano la propria vita per difenderla e per difendere i diritti del popolo. Martí indicava con coraggio ed emozione quella data, che colpiva frontalmente chi aveva leso i diritti umani facendo salire al patibolo i difensori della classe operaia. E quel 1° Maggio, che Martí sottolineava allora, è lo stesso che la classe operaia del mondo intero - salvo negli Stati Uniti , dove hanno paura di ricordare quella data -, celebra tutti gli anni, e in tutte le capitali del mondo: e Martí fu il primo a sottolinearlo, come sempre era il primo a segnalare le ingiustizie. Così come si levò con i primi patrioti e come subì il carcere a quindici anni, e così come tutta la sua vita non fu nient'altro che una vita destinata al sacrificio, pensando al sacrificio e sapendo che il sacrificio suo era necessario alla realtà futura, a questa realtà rivoluzionaria che tutti voi oggi vivete.
Martí ci insegnò anche questo. Ci insegnò che un rivoluzionario e un uomo di governo non possono avere né gioie né vita privata, ma devono dedicare tutto al loro popolo, al popolo che li ha scelti e li ha assegnati a una posizione di responsabilità e di combattimento.
E anche quando noi dedichiamo tutte le ore possibili del giorno e della notte a lavorare per il nostro popolo, pensiamo a Martí e sentiamo di far rivivere il ricordo dell'apostolo...
Se da questa conversazione tra voi e noi dovesse restare qualcosa, se essa non sfumasse, come succede alle parole, mi piacerebbe che tutti nella giornata di oggi... pensassero a Martí.
Pensassero a lui come a una persona viva, non come a un dio né come a una cosa morta ma come a qualcosa che sia presente in ogni manifestazione della vita cubana, come in ogni manifestazione della vita cubana sono presenti la voce, l'andatura, i gesti del nostro grande e mai abbastanza compianto compagno Camino Cienfuegos. Perchè gli eroi, compagni, gli eroi del popolo non possono essere separati dal popolo, non si possono trasformare in statue, in qualcosa che è fuori dalla vita di quel popolo al quale donarono la loro. L'eroe popolare deve essere una cosa viva e presente in ogni momento della storia di un popolo.
Così come voi ricordate il nostro Camino , così dovete ricordare Martí, il Martí che parla e che pensa oggi, col linguaggio di oggi, perché questo hanno di grande i grandi pensatori rivoluzionari: il loro linguaggio non invecchia. Le parole di Martì oggi non sono da museo, sono inserite nella nostra lotta e sono il nostro emblema, sono la nostra bandiera di combattimento.
Questa è la mia raccomandazione finale: avvicinatevi a Martí senza timori, senza pensare di avvicinarvi a un dio, bensì a un uomo più grande degli altri uomini, più saggio e più pronto degli altri al sacrificio, e pensate che lo farete un poco rivivere ogni volta che penserete a lui, e molto lo fate rivivere ogni volta che agite come lui voleva che voi agiste.
Ricordatevi che fra tutti gli amori di Martí, il suo amore più grande era rivolto all'infanzia e alla gioventù , che a queste dedicò le sue pagine più tenere e commosse e molti anni della sua vita di lotte.
Per concludere , vi chiedo di congedarmi con un "Viva Martí!", che è vivo.

Ernesto "Che" Guevara

Discorso che Ernesto Che Guevara pronunciò durante la cerimonia in onore di Josè Martí organizzata dall'Associazione dei Giovani Ribelli , il 28 gennaio 1960.

Fonte

venerdì 14 gennaio 2011

La gran noticia hace 30 años: ¡Un cubano en el cosmos!

di Marta Denis Valle, Corresponsal de Prensa Latina en Moscú (1978-1981)

Quien estaba de corresponsal de Prensa Latina en Moscú en 1980 recuerda lo sucedido sobre los preparativos, el vuelo conjunto cubano-soviético y regreso a la tierra del primer cosmonauta cubano Arnaldo Tamayo Méndez.

A esta agradable noticia asistí en Moscú junto a otros periodistas de Prensa Latina y un numeroso grupo de colegas cubanos que viajaron a la Unión Soviética para la cobertura de este acontecimiento, esperado por todos sin conocer la fecha exacta.

¡Qué un cubano iba a viajar al Cosmos!, constituía un secreto a voces pero muy pocas personas conocían la fecha exacta.

En abril de 1980 conversé largo rato con los dos candidatos cubanos, el teniente coronel de la Fuerza Aérea Revolucionaria Arnaldo Tamayo Méndez (Guantánamo, 29 de enero de 1942) y el capitán José Armando López Falcón (La Habana, 8 de febrero de 1950) camino del Centro de Cultura, de la Ciudad Estelar -a unos 40 kilómetros de Moscú-, donde se realizó un encuentro de la prensa de países socialistas con la tripulación del vuelo conjunto búlgaro-soviético, la cual había regresado a la Tierra antes de tiempo debido a un fallo técnico.

En esa ocasión, algunos colegas, conociendo de mi encuentro con los candidatos, me preguntaron si yo sabía, ¿cuál de los dos cubanos volaría y cuándo? Pero no pude responder.

Era un secreto todavía, y en nuestra conversación no tocamos ningún detalle reservado. Se habló sobre la vida en la Ciudad Estelar, el rigor de la preparación, acerca de Cuba, y otras cosas. Me aseguraron que ninguno se dejaría vencer por el entrenamiento en tierra y estaban dispuestos a cumplir la misión, robándole incluso tiempo a su descanso para dominar mejor el idioma específico de la técnica cósmica.

El primero de septiembre de 1980, las óptimas calificaciones obtenidas por ambos al concluir el programa de preparación teórica y física, en las aulas, y los entrenamientos terrestres y los vuelos aéreos, confirmaron sus palabras.

Era otoño en el hemisferio norte, cuando Tamayo y Yuri Romanenko partieron del Centro de Preparación y Entrenamiento Yuri Gagarin, de la Ciudad Estelar, para abordar horas después la nave espacial Soyuz-38, el jueves 18 de septiembre de 1980.

Tamayo y Romanenko, experimentado cosmonauta, integraron la primera tripulación, y López Falcón con el también veterano Evgueni Jrunov, la segunda.

Allí, en la estepa de Kazajstán, la primera pareja recibió el visto bueno de la comisión estatal.

El vehículo, impulsado por un poderoso cohete, de tres etapas, despegó del Cosmodromo de Baikonur, estepa de Kazajstán, arrojando fuego a la noche, mejor dicho a la madrugada, pues en ese lugar 11 minutos del viernes ya habían transcurrido. En ese instante el reloj del gran carillón del Kremlin marcaba en Moscú, las 22:11, y la popular emisora Radio Reloj de La Habana daba las 3:11 de la tarde.

En circuito cerrado, los periodistas acreditados en el Centro de Dirección de Vuelos, próximo a Moscú, observamos el lanzamiento de la nave. Un número reducido estuvo en Baikonur, entre ellos Eddy Martin, de la TV, y Gilberto Caballero, de la redacción científica de Prensa Latina -ambos fallecidos–,Juan Marrero , entonces del diario cubano Granma y actual dirigente de la Unión de Periodistas de Cuba, Jacinto Granda, de Juventud Rebelde, Víctor Pérez Galdós, de la Agencia de Información Nacional y Rosendo Gutiérrez, de Verde Olivo. Varios fotógrafos y camarógrafos los acompañaban.

Sin embargo, la gran noticia del primer cubano y latinoamericano en el Cosmos solo fue desembargada cuando la Soyuz-38 se situó cómodamente en una órbita circunterrestre intermedia (máxima altura respecto a la Tierra 273 kilómetros, mínima 199 kilómetros, tiempo de circunvalación 88,9 minutos e inclinación orbital 51,6 grados). Algo así como cuando la azafata permite desabrocharse los cinturones a los pasajeros de un vuelo aéreo y se apaga la luz de alarma.

Esa noche no dormimos los cubanos que estábamos en Moscú y tampoco numerosos residentes latinoamericanos.

A partir de las 24:00 (hora de Moscú), las imágenes del lanzamiento, los rostros de los dos tripulantes y las biografías de ambos se difundieron por el mundo casi con la misma rapidez de la rotación orbital de la nave cósmica.

La televisión local transmitió una programación especial (co-producción con Cuba), difundida por el sistema Intervisión, mucho más larga que durante los seis vuelos conjuntos anteriores del Programa Intercosmos.

Por la diferencia horaria, en Cuba la noticia llegó al atardecer y las cámaras devolvieron a Moscú imágenes del pueblo cubano que festejaba el suceso.

Esta explosión de júbilo duró más allá de los ocho días del vuelo; paso a paso fueron seguidas las incidencias e, igualmente, alcanzó notable repercusión internacional, especialmente en Latinoamérica.

Antes de partir Tamayo dijo sentirse “profundamente orgulloso de representar a la gran tierra latinoamericana, como la llamó José Martí, que abarca desde el río Grande hasta la Patagonia”.

TRABAJOS EN COMPLEJO ORBITAL

La Saliut 6, estación orbital pilotada soviética, de segunda generación, fue colocada en órbita de satélite artificial de la Tierra el 29 de septiembre de 1977, mediante un potente cohete portador. La Unión Soviética la puso a disposición de los países socialistas que firmaron en abril de 1967 el Programa Intercosmos sobre la cooperación en el estudio y utilización del espacio con fines pacíficos.

El 19 de septiembre de 1980, a las 23:49, según el reloj electrónico de la sala principal del Centro de Dirección de Vuelos, se formó el complejo orbital Saliut 6- Soyuz-37-Soyuz-38.

La Estación realizaba su vuelta número 17 mil 128 cuando las dos tripulaciones comenzaron su trabajo conjunto a una distancia máxima de la Tierra de 356 kilómetros, mínima 345 kilómetros, tiempo de circunvalación 91,4 minutos e inclinación orbital 51,6 grados.

En los trabajos espaciales se utilizaba la hora oficial de Moscú. A bordo de la Saliut 6, la noche duraba aproximadamente 37 minutos y el día de 45 a 47 min.

Después de comprobada la hermeticidad del “amarre cósmico”, a las 02:52 las cámaras de televisión enfocaron al sonriente Tamayo cuando se introducía por la compuerta de paso y abrazaba a la tripulación principal (Dnieper) que habitaba la estación desde el 9 de abril de ese año. Los anfitriones Leonid Popov y Valeri Riumin dieron la bienvenida a los Taimir Tamayo y a su comandante Romanenko con el pan y la sal, según una costumbre eslava.

Las emociones se sucedieron a bordo y hasta las 05, 30 no se introdujeron todos en sus respectivos sacos de dormir. Tamayo fijó el suyo en una de las paredes de la Saliut 6, que él pensó se trataba del piso pues el fenómeno de la flotación a causa de la ingravidez confundió su percepción. Después de aclarado esto durante el vuelo siguió usando para su descanso el cómodo lugar escogido inicialmente.

Los días de trabajo en la Saliut 6 fueron distribuidos entre los experimentos e investigaciones médico-biológicas, geofísicas y tecnológicas. El 90 por ciento de la carga de la Soyuz 38, trasladada a la estación la noche de la llegada, consistió en materiales científicos.

A las 13,30 del 20 de septiembre, la tripulación internacional comenzó la jornada laboral que incluyó experimentos médico-biológicos para determinar el estado del sistema cardiovascular en el periodo de adaptación.

Ese día Tamayo anunció que vio a Cuba por primera vez desde el Cosmos. “No había nubosidad, todo fue maravilloso, el cielo estaba limpio y tenía un bonito color. Sobrevolamos La Habana y vimos nuestra hermosa Patria”.

Y al pasar sobre el continente americano “me llené de alegría -afirmó–, igual que cuando vi a Cuba”.

“Deseo también enviar a los pueblos latinoamericanos un caluroso y fraternal saludo desde la Estación Orbital”, expresó Tamayo. A las madres y mujeres de América Latina y de África ofreció su respeto y profundo sentimiento de amistad e invitó a los niños a ser buenos estudiantes y buenos revolucionarios.

En diversas comunicaciones con el Centro de Dirección de Vuelos, habló en ruso -su idioma de trabajo- pero cada vez lo hizo también en español, primera vez que se escuchaba la lengua de Cervantes desde el Cosmos.

Narró como su idea del espacio cósmico, anterior al vuelo, resultó un poco diferente a su contacto directo con la ingravidez, a pesar de haber recibido las nociones generales de cómo trabajar y cómo comportarse en ese estado, porque en la Tierra no es posible crear las condiciones reales de este fenómeno:

“…prácticamente todos los sistemas fisiológicos cambian y el hombre tiene que adaptarse a esas condiciones en un periodo de tiempo extremadamente corto y mantener la capacidad para el cumplimiento del trabajo científico”.

“Puedo decir -señaló el 23 de septiembre-, que ya estoy completamente adaptado, aunque en los dos o tres primeros días experimenté algunos cambios bruscos del estado en que nosotros vivimos al de ingravidez. Por ejemplo, se siente la cabeza cargada debido a la sangre que se acumula en la parte superior del cuerpo… después uno se adapta. El primer día yo no podía dar esta vuelta (realizó un giro corporal completo con la cabeza hacia abajo) y en la actualidad puedo hacerlo sin ningún problema…claro, eso se adquiere con la práctica y con el movimiento constante dentro de la estación”.

El 26 de septiembre de 1980, Cuba entró definitivamente en la historia de la cosmonáutica con el feliz regreso a tierra del cosmonauta Arnaldo Tamayo después de cumplir un amplio programa en la Saliut 6.

Esa mañana, Tamayo y Romanenko prepararon la Soyuz 38 con los materiales que debían llevar de regreso.

Al mediodía, los Dnieper despidieron a los Taimir y la compuerta de paso se cerró a las 12.25 (hora de Moscú). Juntos dieron otras tres vueltas orbitales y a las 15,38 la tripulación visitante partió; se fueron alejando lentamente del complejo Saliut 6- Soyuz 37.

Todo ocurrió como estaba previsto: A las 18, 04 fue conectado el motor de frenado; 18, 26 se separó el módulo de descenso del resto de la nave; 18,31 la esfera con los cosmonautas dentro, penetró en la atmósfera. Nueve minutos después se abrió el primer paracaídas y pasados otros 15 minutos, el módulo de descenso se posó suavemente a las 18,54 (hora de Moscú), a unos 175 kilómetros al sudeste de la ciudad de Dzhezkazgán, Kazajstán.

Tamayo y Romanenko completaron 128 órbitas circunterrestres.

El último día de septiembre de 1980, Tamayo Méndez volvió triunfante a la Ciudad Estelar, donde se entrenan y viven los cosmonautas, para depositar un ramo de flores ante la estatua de bronce de Yuri Gagarin, el primer hombre en viajar al Cosmos. Allí se preparó y vivió desde la primavera de 1978.

(19 Septiembre 2010, Fonte)

martedì 11 gennaio 2011

En memoria de Celia Sánchez Manduley

enero 11, 2011

Celia Sánchez Manduley, la eterna guerrillera de la Sierra y el Llano, la auténtica flor de la Revolución cubana, es recordada por la periodista Mireya Santana, de los servicios informativos de Radio Progreso, al cumplirse este 11 de enero el aniversario 31 de su deceso. Celia permanece en el recuerdo como una flor inmarcesible.

=============================================================

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

UN BLOG ALLA SCOPERTA DELLE PROPRIE IDEE

"La verità non è il bene assoluto, ma ciò che noi, in coscienza, nel corso di una nostra personale ricerca, e a seconda del livello di evoluzione e consapevolezza raggiunti, di volta in volta preferiamo ed eleggiamo come tale".


Follow us on FB!

Havana time

Rome time

Tourism in Cuba (video)

POST PIU' POPOLARI

SLIDESHOW

GET LOGO OF CUBA-ITALIA BLOG

Aggiungi il widget di Cuba-Italia blog al tuo sito. COPIA E INCOLLA IL SEGUENTE CODICE e aggiungilo come gadget HTML/JAVA SCRIPT (piattaforma Blogger):

<a href="http://cuba-italia.blogspot.com">
<img src="http://i1006.photobucket.com/albums/af182/giorgi-one/
LOGO_blog_7_little_crop.jpg" alt="Logo Cuba-Italia blog"
border="0" /></a>

Ed ecco come apparirà il logo sul tuo sito o blog:

Logo Cuba-Italia blog

Se hai un sito o un blog e sei interessato allo scambio link, scrivimi una EMAIL con il codice del tuo banner.