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giovedì 19 luglio 2012

Siria: non dimentichiamo quel che è successo in Libia!

HANNO COSTRUITO UN SET DELLA PIAZZA VERDE DI TRIPOLI (LA COSTRUZIONE DELLA NOTIZIA)

UNA CITTADINA ITALIANA CHE E' ANDATA IN LIBIA CI RACCONTA COSA HA VISTO.
http://www.albamediterranea.org



FALSIFICAZIONE STORICA E FICTION DELLA REALTA' (OLTRE LA MANIPOLAZIONE)

NIENTE E' MAI COME SEMBRA.



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"LE BUGIE SULLA LIBIA"

ENRICO GIARDINI per ALBAMEDITERRANEA.

giovedì 20 ottobre 2011

Quando Gheddafi andava al Larry King Show

Finchè é andato bene, Gheddafi era buono da tenersi stretto. Poi è diventato un povero pazzo ed assassino che andava eliminato...E che, guarda caso, la Libia fosse un paese ricco di petrolio...è SOLO UNA CURIOSA COINCIDENZA???



Gheddafi, per come parla, mi ricorda tanto Bossi, non so perchè! Sarà per questo che all'inizio andava così d'accordo con Berlusconi? Comunque, ora è morto e risponderà al creatore per i suoi peccati, come anche per le sue opere buone, sempre che ne abbia fatte. Lasciatemi fare solo una considerazione: è facile parlare in questo modo quando si hanno tanti soldi, ci si sente invincibili. A me dà veramente l'impressione di essere il tipico dittatore. E comunque non era sicuramente uno che si metteva nei panni del suo popolo, pur essendo un populista, visto che non ha mai indetto libere elezioni e che comandava su tutti i libici sebbene ne rappresentasse plausibilmente meno di un terzo. E poi, che ci andava a fare negli Stati Uniti se non a fare affari con altri miliardari come lui? La stessa cosa che ha fatto quando è venuto in Italia in visita a Berlusconi.
Evidentemente ai suoi partner d'affari americani, o più probabilmente ai loro concorrenti multimiliardari sionisti, non è andato giù quello che ha detto in tv e hanno pianificato bene come sottrargli l'intera torta.

domenica 9 ottobre 2011

Entrevista a Isabel Pisano

Actriz, escritora, ex compañera de Arafat y corresponsal de guerra, en esta entrevista 'el Che arabe, como fue llamada esta valiente mujer, habla con conocimiento de los hechos de la guerra de Libia...



mercoledì 13 luglio 2011

105 niños fueron secuestrados en Misrata tras bombardeo

105 niños de un orfanato fueron secuestrados
en Misrata después del bombardeo de la ciudad
y llevados en algunos países europeos.

 “El ministro de Bienestar Social de Libia, Ibrahim Sharif, denunció que 53 niñas y 52 niños fueron secuestrados del Centro Infantil de Misrata”, informó el enviado especial de TeleSUR en el país noreafricano, Rolando Segura, a través de su cuenta en la red social de Twitter.

Agencias internacionales reseñaron que las autoridades libias han abierto una investigación para descubrir qué ocurrió con los 105 niños de un orfanato, secuestrados en Misrata después del bombardeo de la ciudad, y cuyo paradero se desconoce desde hace varias semanas, indicó el ministro libio de Asuntos Sociales.

“Esos huérfanos, 52 niños y 53 niñas, fueron secuestrados en Misrata, ciudad controlada hoy por los grupos que operan por mandato de otros países, y llevados a un lugar desconocido”, afirmó el ministro Sharif, ante los medios internacionales.

El periodista de TeleSUR indicó que “diversas fuentes aseguran que los 105 niños de Misrata fueron sacados del país en un barco turco, francés o italiano”.

En este sentido, el titular de Bienestar Social libio dijo: “Testigos afirmaron que los vieron a bordo de un barco turco, otros dicen un barco italiano o un barco francés. Nosotros queremos saber la verdad y consideramos a esos países responsables de la suerte de esos niños, que no son ni soldados ni personas armadas”.

Precisó además que las autoridades libias disponen de una lista con los nombres de los menores.

De acuerdo con la información obtenida por Segura, “las fuerzas armadas capturaron a un libio residente de Alemania, quien manifestó ver cómo fueron secuestrados niños”.

“Un médico de los insurgentes que fue detenido por las autoridades libias confesó que los niños habían sido llevados a Italia y a Francia”, declaró el ministro Ibrahim Sharif.

Segura refirió que el Gobierno de Libia señaló que los niños fueron vistos por última vez en el canal árabe TV Al Jazeera.

Tras la aprobación de la resolución emitida por el Consejo de Seguridad de la Organización de las Naciones Unidas (ONU), en la cual se permitía la imposición de una zona de exclusión aérea, las potencias imperiales han atacado indiscriminadamente a la población y a las infraestructuras del país, dejando como saldo más de 900 muertos y miles de heridos.


Fuente: Con información de Telesur

venerdì 8 aprile 2011

Detained female journalist interrogated on Libyan television

One of the many subjected to enforced disappearances in Libya during the uprising that started on February 17 2011, Rana El-Aqbani reappeared on Libyan television being questioned why she supported the revolution. During the interview she was grilled in a very aggressive way that seemed more like an interrogation.

lunedì 21 marzo 2011

A Misurata in Libia, uno dei più grandi tesori dell'età romana composto da 108.000 monete


Fonte: CNR

Il tesoro monetale di Misurata (Libia) costituisce il più grande ritrovamento di monete romane. Scoperto nel 1981 circa 18 km. ad Ovest di Misurata, in occasione di lavori agricoli, è composto da oltre 108.000 nummi (monete in bronzo con arricchimento superficiale in argento) databili tra il 294 e il 333 d. C., da Diocleziano a Costantino I.

Il tesoro è attualmente custodito presso il Museo Archeologico di Leptis Magna (Lebda, El Khoms).

Lo studio del tesoro è stato affidato dal Dipartimento delle Antichità della Grande Repubblica Araba Popolare e Socialista Libica al dr. Salvatore Garraffo, direttore dell'Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali, Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Il tesoro di Misurata, che ha restituito, tra l'altro, un numero considerevole di monete inedite o rare, è un documento di eccezionale importanza per lo studio della circolazione monetaria nella Tripolitania antica nella età di Costantino il Grande, per l'individuazione delle varie tappe dello svilimento del contenuto in fino del nummus, e non in ultimo, per lo studio delle tecnologie adottate per la sua produzione.

Le monete sono state restaurate nel corso delle varie Missioni che si sono succedute presso il Museo di Leptis Magna a partire dagli anni '90 del secolo scorso.

Il tesoro monetale romano è fruibile in tutto il suo splendore grazie al lavoro dell’Istituto per le tecnologie applicate ai beni culturali (Itabc) del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che ha coordinato il restauro, lo studio storico, l’analisi composizionale e la digitalizzazione di questo patrimonio.

Le monete, a partire dal 2007, sono state oggetto di un’accurata serie di analisi fisiche non distruttive, volte a definire la percentuale del contenuto in argento nella lega e a precisare, in associazione con altri metodi di indagine, la tecnologia di fabbricazione, elementi che aiutano a ricostruire l’‘inflazione’ e le periodiche crisi economiche e monetarie che travagliarono in quei decenni l’impero romano.

Le misure si basano sull’utilizzo di sorgenti radioattive messe a disposizione dai laboratori del Cnr e dell’Istituto nazionale di fisica nucleare. “Il laboratorio per le analisi non distruttive Landis dell’Infn-Lns”, spiega il responsabile Giuseppe Pappalardo, “ha sviluppato l’analisi delle superfici con il sistema portatile Pixe-alfa (brevetto Infn/Cea), la caratterizzazione del substrato mediante il sistema a controllo di stabilità Bsc-Xrf e l’analisi quantitativa dell’interno mediante l'innovativa tecnica Dpaa (Deep proton activation analysis).

Allo stato attuale si tratta del più completo protocollo di analisi non distruttiva di monete.

Il tesoro, composto da 108 mila monete, fu rinvenuto casualmente durante l’esecuzione di lavori agricoli, dentro grossi vasi (olle, brocche, anfore), sotterrati in prossimità di due edifici, facenti parte forse di un luogo di cambio dei cavalli del cursus publicus - il servizio per il trasporto di merci o plichi appartenenti allo Stato - e di persone che viaggiavano per conto dell’amministrazione centrale.

Databili tra il 294 e il 333 d.C., queste monete sono nummi (folles), ossia prodotti con una lega rame-stagno-piombo comprendente una piccola quantità di argento, caratterizzati da un arricchimento superficiale sottilissimo con il medesimo metallo. Anche se non è da escludere che il tesoro dovesse essere costituito da un numero maggiore di esemplari, si tratta più grande ritrovamento non solo di epoca romana, ma, probabilmente, di tutto il mondo antico.

“Oltre che per le dimensioni”, spiega Salvatore Garraffo direttore dell’Itabc-Cnr, “il rinvenimento si distingue perchè che getta nuova luce sia sulla storia dell’economia e della circolazione monetaria in Tripolitania nella prima metà del IV secolo d.C., sia sulla metallurgia e la tecnologia della produzione monetale di quel periodo”.Ma a chi apparteneva questo patrimonio? “Si possono avanzare due ipotesi”, continua Garraffo, “il tesoro costituirebbe il contenuto di una cassa destinata a erogare pagamenti o al ritiro di monete messe ‘fuori corso’ anche al fine di recuperarne, mediante rifusione, il contenuto in argento”.

(15 luglio 2009, Fonte)

Risoluzione 1973 (2011) del Consiglio di Sicurezza dell'ONU


Commento di Antonio Papisca, Cattedra UNESCO Diritti umani, democrazia e pace dell'Università di Padova.

La Risoluzione 1973 è il naturale seguito della Risoluzione 1970 a fronte del rifiuto di Gheddafi di adempire a quanto in essa disposto, in particolare di porre immediatamente fine alla violenza, di andare incontro alle legittime domande della popolazione e di rispettare i diritti umani e il diritto internazionale umanitario.

Ora si passa ai fatti, cioè l'ONU decide di autorizzare l'uso della forza militare con l'obiettivo primario di proteggere la popolazione - "i civili e gli insediamenti urbani civili", compresa la città di Bengasi -, escludendo categoricamente il dispiegamento di "una forza di occupazione straniera di qualsiasi forma e in qualsiasi parte del territorio libico".

Il divieto di volo riguarda "il decollo, l'atterraggio e il sorvolo nel territorio libico di velivoli registrati in Libia o gestiti da cittadini o compagnie libiche'. La sola eccezione è per voli a scopo umanitario.

A usare la forza sono autorizzati gli stati membri, che potranno agire 'singolarmente' o attraverso organizzazioni o accordi regionali in stretta cooperazione con il Segretario Generale delle Nazioni Unite.

La Risoluzione 1973 specifica altri punti della precedente, in particolare quelli che riguardano l'embargo sulle armi e il congelamento dei beni della famiglia Gheddafi e di altri esponenti del suo regime.

La parte assolutamente nuova riguarda quella che possiamo chiamare la cabina di regia dell'intera operazione, pilotata dal Consiglio di Sicurezza attraverso l'apposito Comitato istituito dalla Risoluzione 1970 e il Segretario Generale. Di questa cabina fanno parte un nuovo organismo creato ad hoc, il "Panel di sette esperti", e la Lega degli Stati Arabi. Dunque, a guidare e controllare che la delicata operazione si svolga nel rispetto della legalità internazionale, viene messa in opera una struttura politica per così dire pluralista, alla quale sono associate anche l'Unione Africana e la Organizzazione della Conferenza Islamica, espressamente citate nella Risoluzione.

Il tutto avverrà dunque con la piena legittimazione dell'ONU e sotto il suo "coordinamento politico", non sotto il suo comando, ruolo che le è tuttora precluso dal fatto di non disporre di una forza di polizia militare permamente come previsto dall' articolo 43 della Carta: "Al fine di contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, tutti i membri delle Nazioni Unite si impegnano a mettere a disposizione del Consiglio di Sicurezza, a sua richiesta e in conformità ad un accordo o ad accordi speciali, le forze armate, l'assistenza e le facilitazioni, compreso il diritto di passaggio, necessario per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale".

Nel caso della Risoluzione 1970 il richiamo è stato, specificamente, all'articolo 41, che dispone per la comminazione di sanzioni di carattere non militare. Nella nuova Risoluzione, che appunto autorizza l'uso della forza, il riferimento è, genericamente, al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, laddove sarebbe stato appropriato richiamare l'articolo 42, il quale stabilisce che "se il Consiglio di Sicurezza ritiene che le misure previste nell'articolo 41 siano inadeguate o si siano dimostrate inadeguate, esso può intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o terrestri di Membri delle Nazioni Unite". E' appena il caso di sottolineare che, ai sensi della Carta, né l'ONU nè gli stati possono fare 'guerre' intese come operazioni finalizzate alla distruzione dello 'Stato nemico" (comprensivo di governo, di popolo e di territorio).

In conclusione, quanto deciso con la Risoluzione 1973 va collocato in un contesto caratterizzato dal fatto che c'è la domanda esplicita di intervento della Comunità internazionale da parte di una popolazione che rivendica il diritto di autodeterminarsi liberamente, c'è la pressione dell'opinione pubblica internazionale, c'è la esplicita richiesta di Organizzazioni regionali quali la Lega Araba, l'Unione Africana, la Conferenza Islamica. E c'è la nuova politica del Presidente Obama, con la sua opzione per il multilateralismo istituzionale e per il ruolo prioritario delle Nazioni Unite. C'è la prova che le Nazioni Unite dispongono di un serbatoio di forte legittimazione.

Occorre profittarne per mettere l'ONU nella condizione di agire più prontamente e di assicurare il governo della globalizzazione a fini di pace e di giustizia, anche in campo economico e finanziario: questo può avvenire a condizione che si affronti con determinazione il problema della sua riforma, soprattutto della sua democratizzazione.

Ancora una volta, l'Unione Europea ha esitato e non ha parlato ad una sola voce: la Germania è stata il giocatore scettico ed esistante, con un ruolo che non premia la sua ambizione a divenire membro permanente del Consiglio di Sicurezza.

Fonte

mercoledì 2 marzo 2011

Gheddafi: ""Io sono un simbolo!"



Gheddafi, alla giornalista di una tv americana a cui ha rilasciato un intervista, ha detto: "Io non mi dimetto perchè non rivesto alcuna carica, io sono un simbolo". E aggiunge: "Perchè dovrei lasciare la Libia?" Come dire, la Libia è mia.

Certo, non ha alcuna carica semplicemente perchè è al di sopra di tutte le cariche, ovvero si è ritagliato il ruolo di un Dio.
Ma soprattutto dicendo questo il rais libico si rifà palesemente al ruolo che ricopre Fidel Castro a Cuba, ovvero di simbolo della rivoluzione, quello sì, un autentico ruolo di simbolo di un paese. Ma è chiaro che il paragone non regge e il goffo e furbesco plagio del rais libico non risulta credibile.

Gheddafi è e rimane un vero dittatore, altro che simbolo! Al di là delle parole vuote di un bugiardo - a parlare ahimè ci sono i fatti - rimangono sul campo decine di migliaia di morti, ragazzi e uomini che manifestavano pacificamente, disarmati, forti solo del loro numero e della loro voce, uccisi senza pietà dai mercenari del rais nelle strade e nelle piazze della Libia.

martedì 1 marzo 2011

Felicitan a Cuba por discurso en Ginebra

El ministro de Exteriores de Cuba, Bruno Rodríguez.
Ginebra, 1 mar. - Diplomáticos de diversos países felicitaron hoy al canciller cubano, Bruno Rodríguez, al término de su discurso en el Consejo de Derechos Humanos (CDH) aquí, que tocó de "forma medular" temas de actualidad.

En una práctica inusual en el Palais des Nations del CDH en Ginebra, numerosos delegados aplaudieron y luego se acercaron al ministro de Exteriores de Cuba para congratularlo por sus valoraciones sobre el caso de Libia y la crisis en países árabes. Según pudo corroborar Prensa Latina, en especial comentaron la serie de preguntas lanzadas por el titular a la actuación del Consejo ante situaciones límites que amenazan a la humanidad y entorpecen la paz y el desarrollo mundial.

Entre otras interrogantes, Rodríguez inquirió acerca de las medidas que adoptaría el CDH contra un Estado miembro (EEUU) que cometa actos que causen grandes sufrimientos y atenten gravemente la integridad física o mental, como el bloqueo a Cuba.

"Si el derecho humano esencial es el derecho a la vida, ¿estará listo el Consejo para suspender la membresía de los Estados que desaten una guerra?", dijo en referencia indirecta a la propuesta adoptada en Ginebra de sacar a Libia del estamento de ONU.

Además cuestionó la capacidad de acción del CDH ante la carrera armamentista y nuclear, y la perspectiva de establecer un procedimiento temático sobre el impacto del cambio climático en el ejercicio de los derechos humanos.

Otro punto sensible abordado por el diplomático se refirió a si el Consejo suspendería a Estados que financien y suministren ayuda militar luego empleada en violaciones de los derechos humanos y en ataques contra la población civil, como ocurren en Palestina.

En declaraciones a un grupo de periodistas, Rodríguez hizo hincapié en las informaciones públicas que destacan propuestas e iniciativas de países europeos y Estados Unidos de acudir al uso de la fuerza militar con la OTAN para intervenir en Libia.

Hemos visto en Ginebra a la secretaria de Estado norteamericana decir que todas las opciones están sobre la mesa, así que es evidente la intención, puntualizó.

Durante su intervención en el CDH recalcó que Cuba comparte plenamente la preocupación mundial por las pérdidas de vidas de civiles en Libia.

Pero advirtió que "con toda seguridad, el pueblo libio se opone a toda intervención militar extranjera, que alejaría aún más un arreglo y provocaría miles de muertes, de desplazados y enormes daños a la población".

Como señalé en mis palabras en el Consejo, hay que situar a la política de saqueo impuesta por Estados Unidos y sus aliados de la OTAN en el origen de la situación en el Medio Oriente y el Norte de Africa, apostilló.

et/ft

(Fausto Triana, PrensaLatina)

venerdì 25 febbraio 2011

Londres niega haber pagado sobornos a Libia para evacuar a ciudadanos


El premier británico David Cameron
Londres.- Un portavoz del Foreign Office negó hoy que Londres haya pagado “sobornos” a Libia para sacar a sus ciudadanos atrapados en ese país.

Según varios medios británicos, entre ellos la cadena de televisión Sky News, el Gobierno de David Cameron habría realizado pagos superiores a lo normal a las autoridades libias para rescatar a esos ciudadanos, destacó Efe.

Los libios “incrementaron las tarifas aprovechando la situación. Tuvimos que pagarlas porque la alternativa habría sido dejar a cientos de ciudadanos británicos atrapados en Trípoli”, dijo el portavoz de Exteriores.
Sin embargo, negó que pagar las tarifas que establecen las autoridades en un aeropuerto extranjero equivalga a “soborno”.

Libia controla su propio espacio aéreo, así que si otro Gobierno quiere que sus aviones aterricen en ese país, debe solicitar permiso de las autoridades.

El Gobierno de David Cameron ha sido criticado fuertemente por los británicos atrapados en Libia, la oposición laborista y la prensa de este país, incluida la conservadora, por su tardanza en enviar aviones al país árabe para evacuar de allí a sus ciudadanos.

Según informa hoy el vespertino Evening Standard, el Foreign Office no fletó en firme los aviones enviados a ese rescate hasta el miércoles por la mañana, casi veinticuatro horas después que otros países comenzaran a evacuar a los ciudadanos desde Libia.

La compañía de vuelos chárter Air Partner esperaba aún la luz verde del Foreign Office mientras Francia, Rusia y otros estados estaban ya rescatando a sus ciudadanos de la violencia desatada en ese país del norte de África.

Aunque hasta el momento el Reino Unido ha repatriado a unos 500 británicos, todavía quedan cerca de dos centenares en Trípoli y en yacimientos petrolíferos situados a cientos de kilómetros de la costa.

El Gobierno de Londres trata de organizar hoy convoyes con otros países para rescatar a los trabajadores del sector petrolero que se encuentran aún en el desierto, a algunos de los cuales se les están terminando los alimentos.

(Informe25.com, 25 febrero 2011, Fuente)

giovedì 24 febbraio 2011

Annozero 2011 - Il giovane blogger libico

L'intervista di Eva Giovannini a Hassan Al Djhami, creatore della pagina Facebook "17 Febbraio -- il giorno della collera" che in poche ore ha raccolto decine di migliaia di adesioni.

Libia. Controllo con calci e schiaffi per dei giornalisti italiani, la Farnesina protesta


24 febbraio 2011

TRIPOLI – Un gruppo di giornalisti italiani, tra cui l’inviato dell’ANSA, sono stati bloccati e controllati da un gruppo di miliziani governativi sull’autostrada che va dall’aeroporto a Tripoli e uno di loro, Fabrizio Caccia del Corriere della Sera, è stato anche schiaffeggiato e preso a calci quando ha detto di essere italiano. Dopo un controllo ‘brusco’ sono stati rilasciati e hanno potuto raggiungere un albergo della capitale.

“Appreso dal trattamento di cui è stato fatto oggetto un gruppo di giornalisti … la Farnesina ha impartito istruzioni all’Ambasciatore a Tripoli, Vincenzo Schioppa, di compiere un formale passo di protesta presso le Autorità libiche”.

Fonte

La clave africana: Kadafi y el “golpe petrolero” de la CIA en Libia

En Libia, el objetivo clave del intento del derrocamiento de Kadafi es el petróleo. La gran dinámica movilizadora de las invasiones militares, las guerras y conflictos regionales, y los golpes internos de la CIA contra líderes y presidentes desgastados que ya no “cierran” con el control estratégico hegemónico de la primera potencia imperial del sistema capitalista, es el apoderamiento de los mercados y de las fuentes naturales del “oro negro”. Un recurso clave (y en extinción) para la supervivencia futura de las potencias centrales.

Por Manuel Freytas
IAR Noticias – 23-Febrero-2011

La clave petrolera africana

Lo de Libia estaba cantado. Es el premio mayor en el tablero de las “revueltas populares” armadas y organizadas por la CIA, el Mossad y los servicios “aliados” en África y Medio Oriente.
Después de iniciar un proyecto de remodelación “democrática” expulsando a sus desgastados dictadores aliados en Egipto y Túnez, EEUU va por el petróleo libio y por una posición estratégica en el dispositivo del control geopolítico militar en África.
Para EEUU y los centros del poder imperial mundial, África es un continente seguro de abastecimiento petrolero que contrabalancea la inestabilidad conflictiva de un explosivo Medio Oriente, y de un Asia Central en disputa permanente entre el eje Rusia-China y el bloque “occidental” EEUU-Unión Europea.
En el marco de la “guerra fría” energética con China y la Rusia de Putin, el poder imperial norteamericano y sus transnacionales intentan convertir a África en una especie de colchón energético de seguridad frente a un explosivo Irán y un Medio Oriente cruzado por los conflictos militares.
La importancia de África como suministrador de petróleo a las potencias centrales es clave. Ya produce cerca del 12% de lo que se consume en el mundo y el 25% de lo que consumen los EEUU, más de lo que este último país importa desde Arabia Saudita.
Desde el marco geopolítico y estratégico de la “guerra contra el terrorismo” EEUU, potencia locomotora del sistema capitalista y sus socios de las grandes potencias europeas, avanzan en su proyecto de conquista del continente africano para posicionarse en el control de sus reservas energéticas y minerales.
A este proyecto respondió la decisión de la administración Bush de crear el “The United States Africa Command (AFRICOM), un comando de “guerra contraterrorista” que empezó a operar activamente en toda la región en el 2008.
El control geopolítico y militar del continente africano, que produce entre 12 y 14 millones de barriles diarios de petróleo (estimaciones para el 2012), otorga a los EEUU el margen de maniobra y seguridad suficientes que justifican las intervenciones militares en estos países.
Los gobiernos africanos, controlados por oligarquías y “señores de la guerra” financiados y protegidos por Washington, se ven cada vez más impotentes para controlar a los movimientos armados nacionalistas que obstaculizan el saqueo de las transnacionales, como es el caso de Somalía y el Cuerno de Africa.
En este escenario, y siguiendo la nueva doctrina impuesta en la revisión cuatrienal de la Defensa de febrero de 2006, el Pentágono comenzó a desarrollar operaciones militares en alta escala por todo el territorio africano, principalmente en sus regiones energéticas y mineras claves del sur y del norte, creando unidades especializadas dedicadas a la instrucción y el adiestramiento de tropas locales en el “combate al terrorismo”.
La estrategia operativa incluye reuniones entre estados mayores de países regionales con oficiales y funcionarios del Pentágono, maniobras y ejercicios conjuntos de las tropas, vuelos sistemáticos de aviones de reconocimiento, localización a través de fotos tomadas por satélites militares norteamericanos, y de provisión de armas y tecnología de alta precisión a las fuerzas implicadas en la “guerra contra el terrorismo”.
La estrategia del Pentágono en África responde a un doble objetivo, geopolítico-militar y económico.
Además del negocio que proporciona a las armamentistas y a las contratistas de servicios del Pentágono el incremento de las operaciones militares contra el “terrorismo” en la región, se estima que África y sus regiones proporcionarán, en apenas una década, el 25% del crudo que consumirá EEUU en 2015.
Tener el control del acceso a esas fuentes de recursos se ha convertido en un objetivo estratégico central para Washington y sus corporaciones protegidas por el Pentágono.
La función y misión principal del nuevo mando militar USA para el continente africano, es la de vigilar y controlar las fuentes energéticas africanas, así como sus sistemas de distribución mundial (oleoductos, buques petroleros, y rutas).
Y eso es lo que están haciendo las tropas norteamericanas y los gobiernos títeres “asociados” como los de Nigeria y Yemen (entre otros) que utilizan el exterminio en masa de rebeldes y de población justificado bajo el argumento del combate contra los “grupos terroristas”.
Esta misión principal de las tropas imperiales fue enunciada en un principio, por el presidente Jimmy Carter en enero de 1980, cuando describió al caudal petrolero del Golfo Pérsico y de Africa como un “interés vital” para los EEUU.
Carter, elegido luego Premio Nobel de la “Paz”, afirmó que EEUU debería emplear “cualquier medio que fuese necesario, incluyendo la fuerza militar” para enfrentar y neutralizar cualquier intento por parte de un poder “hostil” para bloquear esos recursos estratégicos.
Con la creación del nuevo comando unificado para las operaciones militares en Africa (AFRICOM), anunciado por el secretario de Defensa, Robert Gates en febrero de 2007, Washington y sus corporaciones petroleras, detrás de la fachada de la “guerra contraterrorista” comenzaron un plan totalizado de control y apoderamiento del petróleo y de los recursos estratégicos del continente negro.
En este escenario hay que leer los acontecimientos de “revueltas populares” organizadas por la CIA en África y Medio Oriente, y el sangriento golpe interno que está funcionando contra Kadafi en Libia.

El “golpe petrolero” en Libia

A diferencia del resto de los procesos de “protesta popular en el mundo árabe islámico” infiltrados por la CIA y las inteligencias “aliadas”, Libia se inscribe en los patrones operativos de las “revoluciones naranja” en el espacio soviético, o en los “golpes budistas” del Tibet o Birmania, o en la rebelión “reformista” para derrocar a los ayatolas en Irán, encuadrados en la nueva “guerra fría” por áreas de influencia (militar y comercial) que mantiene el eje capitalista Rusia-China con el eje capitalista USA-UE-Israel.
La clave del golpe contra Kadafi es el apoderamiento del petróleo libio, cuyo control (como sucedió con Irán en 1979) perdió con la irrupción de Kadafi en el liderazgo de Libia en 1969.
Libia, miembro de la Organización de Países Productores de Petróleo (OPEP), es el cuarto productor de petróleo en Africa, después de Nigeria, Argelia y Angola, con cerca de 1,8 millones de barriles diarios y posee unas reservas evaluadas en 42.000 millones de barriles.
Según la agencia norteamericana de información sobre la energía (EIA), Libia era en 2009 el cuarto productor de petróleo en África con una producción de 1,789 millones de barriles diarios, detrás de Nigeria (2,211 mbd), Argelia (2,125 mbd) y Angola (1,948 mbd).
Libia también quiere desarrollar su producción de gas natural, sector en el que tiene reservas estimadas en 1,540 billones de m3, según la Organización de Países Exportadores de Petróleo (OPEP).
El país ha duplicado casi sus exportaciones de gas natural en tres años, de 5.400 millones de m3 en 2005 a más de 10.000 millones de m3 anuales, también según estadísticas de la OPEP.
Libia exporta la mayor parte de su petróleo a los países de Europa, entre ellos Italia, Alemania, España y Francia, y aunque participan del negocio, las petroleras norteamericanas no tienen la hegemonía en la extracción y comercialización del crudo de ese país.
Este dato es clave para entender el golpe interno que la CIA lanzó en Libia montada en la fachada de las “revueltas árabes” contra “regimenes dictatoriales de Africa y Medio Oriente.
De la misma manera como trata de desestabilizar Irán con la misma metodología operativa de infiltración y orientación política de las “protestas populares”, Washington aprovecha este escenario para lanzar un movimiento interno oreintado a derrocar a Kadafi, un aliado “inestable” que privilegia las relaciones con Europa y con los países incursos dentro del “eje del mal”.
A la llegada al poder del coronel Kadafi en 1969, las compañías petroleras, mayoritariamente estadounidenses, extraían del suelo libio más de 2 millones de barriles diarios.
Pero muy rápidamente, el líder libio nacionalizó el petróleo, limitó la producción, le quitó la hegemonía de extracción y comercialización a las pulpos norteamericanos y creó la Compañía Nacional del Petróleo (NOC), que inició emprendimientos conjuntos con participación minoritaria de empresas extranjeras.
Después de veinte años de aislamiento, el régimen de Kadafi volvió a abrir los recursos energéticos y petroleros libios a la voracidad de las compañías petroleras occidentales, principalmente de la Unión Europea.
El ex primer ministro británico Tony Blair fue el primero en estrechar la manos con el “viejo enemigo” de Occidente en Trípoli. Al hacer eso, comenzó a conducir a Libia fuera de la marginalidad financiera, y a entregarla a los brazos de Royal Dutch/Shell y BAE Systems , que cotizan en la Bolsa de Londres.
La visita de Blair a Libia en 2004, la primera de un líder británico desde 1943, estuvo marcada por una sociedad establecida entre Shell y la petrolera estatal libia, unos 30 años después de que la firma anglo-holandesa produjera por última vez en suelo libio.
Desde el año 2003 se instalaron en Libia la corporación italiana ENI, la francesa TOTAL, la española REPSOL YPF y la angloholandesa Royal Dutch Shell. Las usamericanas Chevron y Occidental tuvieron que esperar tres años a que EEUU levantara sus sanciones comerciales para poder ingresar en la torta petrolera libia.
En 2010, de enero a noviembre, los países europeos miembros de la Organización para la Cooperación y el Desarrollo Económico (OCDE) compraron una media de 1,06 millones b/d de Libia, precisó la Agencia Internacional de la Energía (AIE).
En este escenario de relativa “postergación” (su participación en Libia no es hegemónica) de los consorcios petroleros norteamericanos en relación a los europeos marca una de las líneas conducentes centrales de las actuales operaciones desestabilizadoras y golpistas contra Kadafi en Libia.
En el actual escenario represivo en Libia, se verifica la presencia de actores internacionales conocidos y de operaciones golpistas de EEUU que se repiten como un calco a escala global con distintos nombres, como “revoluciones naranjas” en los ex países soviéticos, “rebelión budista” en el Tibet y el sudeste asiático, y los más recientes denominados “revueltas árabes islámicas” que se propagan por África, Medio Oriente y amenazan con extenderse a China, Rusia y los ex países soviéticos.
Por un lado Kadafi y su régimen de más de 40 años cierra sus fronteras a la prensa internacional y reprime en forma sangrienta con la fuerza militar a los grupos “opositores” armados y financiados por la CIA y los “servicios occidentales”.
Y por el otro, el bloque “democratizador” con EEUU, la UE, la ONU y las ONG de la CIA, crea las condiciones internas e internacionales para terminar con Kadafi e instalar un “gobierno democrático” controlado por Washington.
Viejas estrategias, viejas operaciones, y viejos actores conocidos. El objetivo estratégico siempre es el mismo: control geopolitico y militar regional, control del gobierno, control de los recursos estratégicos y control de los mercados.
En Libia, el objetivo clave del intento del derrocamiento de Kadafi es el petróleo.
La gran dinámica movilizadora de las invasiones militares, la guerras y conflictos regionales, y los golpes internos de la CIA contra líderes y presidentes desgastados que ya no “cierran” con el control estratégico hegemónico de la primera potencia imperial del sistema capitalista, es el apoderamiento de los mercados y de las fuentes naturales del “oro negro”.
Un recurso clave (y en extinción) para la supervivencia futura de las potencias centrales.

Fuente

mercoledì 23 febbraio 2011

E' questa l'UE che vogliamo? Cinica e Immobile?


Ma è proprio questa l'Unione Europea che vogliamo o che i suoi padri fondatori volevano? Cosa sta decidendo il Parlamento Europeo riguardo al massacro in atto in Libia? Intendono intervenire solo quando non esisterà più un libico in piedi? O l'Europa unita serve solo quando si tratta di manovrare soldi?

Tutto il mondo sta a guardare il film dell'uccisione di migliaia di persone, i feriti sono già arrivati a 50.000. Nessuno aiuta questi poveri disperati, nessuno decide niente a Bruxelles, nessuno si muove...E' questa l'Unione europea che vogliamo? Se così, io non la voglio. L'emergenza umanitaria non esiste solo quando gli immigrati invadono il nostro territorio. E' un'ipocrisia. Emergenza è anche e soprattutto adesso, quando si tratta di fermare la scure assassina di un dittatore su una popolazione che rivendica solo il suo sacrosanto diritto di vivere in una democrazia.
 
Politici, fregatevene del politicamente corretto, non parlate sempre e solo delle conseguenze economiche, della mancanza di petrolio o di gas, dei vostri affari. Mi rivolgo alle menti più eccelse e superpagate d'Europa: coraggio, trovate il modo di dare una mano concreta a questo popolo, nelle mani di un folle assassino a sangue freddo. I vostri Big Jim in divisa, che tanto lucidate e foraggiate in tempo di pace, a cosa servono se non in questi casi? Altrimenti aboliteli questi eserciti inutili, perchè non servono assolutamente a niente.

Pilotos cubanos bombardean en Libia? Que mentira!!

Aqui esta la prueva de la grande manipulacion mediatica contra Cuba en la prensa dos EE.UU.! A segun del periodico de Florida, El Nuevo Herald: "pilotos cubanos bombardean en Libia"! Esto no tiene ningun sentido! La declaracion de Fidel fue pronta y clara contra Gheddafi en favor del pueblo libico en revuelta! Como los pilotos cubanos, como los de Libia, vuelan con aviones Mig, de fabricación soviética, la única justificación que viene a la mente, de buena fe, es que alguien ha visto el mal. Y ademas, usted saben, este periódico tiene una audiencia en su mayoría de cubanos anticastristas de Florida y uno pensaría que lo hacen a propósito para producir noticias que se pueden vender en esto lugar.

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Pilotos cubanos bombardean en Libia
By Redacción de El Nuevo Herald

Un periodista británico ha informado que cubanos y europeos orientales están pilotando algunos de los aviones y helicópteros desplegados en Libia para aplastar la revuelta contra Moammar Gadhafi, que ha gobernado al país durante más de 40 años.

``Según los informes más recientes, el régimen ha desplegado helicópteros y aviones a reacción para aplastar el levantamiento, supuestamente tripulados por mercenarios de la Europa Oriental, Cuba y otros lugares'', escribió Hugh Milesen el blog de London Reviewof Books.

Miles es un periodista que se especializa en el Medio Oriente. Editor de una revista de medios de comunicación publicada por la Universidad Americana en El Cairo, nació en Arabia Saudita y se educó en Libia.

``La información es irregular, pues las redes de comunicaciones no están funcionando, pero todos los informes desde Libia indican que después de 42 años en el poder, al coronel Gadhafi le ha llegado su hora. Las tribus están dirigiéndose hacia la capital en masa, los soldados que aún respaldan al régimen están tratando de detenerlas, y la violencia está escalando'', escribió Miles en su espacio el lunes.

``Mientras tanto, los ex incondicionales del régimen están de-sertando en cantidades crecientes'', añadió, y ``académicos islámicos de Libia se manifestaron hoy por primera vez para dictaminar que luchar contra Gadhafi es una legítima jihad''.

Africa tiene varias aerolíneas de tercera categoría y peor que en ocasiones obtienen sus viejos aviones y pilotos en naciones del antiguo bloque soviético. La fuerza aérea de Gadhafi incluye aviones a reacción y helicópteros de fabricación soviética.

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Ma di che rivoluzione parla Gheddafi?


La rivoluzione è un processo di liberazione di un popolo, che parte prima di tutto dal popolo. I leader hanno spesso una loro funzione importante ma vengono in secondo piano, servono ad agevolare un processo in atto. Gheddafi nel suo discorso farneticante ha parlato della rivoluzione libica, e che fu lui a portarla al successo contro il colonialismo italiano. Come dire che non c'è miglior rivoluzionario di lui. Addirittura, in un colmo di esaltazione egocentrica, si è vantato dicendo: "la Libia sono io!". C'è qualcosa di profondamente sbagliato in queste parole. Ciò dimostra, se ve ne fosse bisogno, che Gheddafi è un vero dittatore e non un leader riconosciuto dal suo popolo. Un vero leader non darà mai l'ordine di sparare contro il suo popolo, come ha fatto il Rais libico, che ha massacrato migliaia di persone sparando razzi sulla folla, ma si mette al servizio del suo paese, della rivoluzione. Se è bravo, un leader riesce ad educare il suo popolo a valori condivisi, come la giustizia sociale, l'onestà, la cultura, la solidarietà, il rispetto delle regole, l'autonomia, la libertà, il lavoro. Ma non è lui il Paese. Il consenso di un popolo dev'essere la ragione stessa dell'esistenza di un leader politico, poichè la volontà popolare è sacra, è la lanterna che lo guida. Non è un caso che Fidel Castro è stato uno dei primi leader mondiali a condannare chiaramente e con decisione Gheddafi, prima della recente risoluzione del consiglio di sicurezza dell'ONU.

martedì 22 febbraio 2011

Gheddafi isterico in Tv: "Io leader a vita, morirò qui!". E accusa Italia e Usa. E Bossi fa battute

Muammar Gheddafi torna in tv, con un discorso sprezzante, provocatorio, con la bava alla bocca. Un lungo monologo da “fuori di testa”, quello che il raìs rivolge alla nazione.

Il discorso ruota attorno a una vera e propria minaccia: non mollerà il potere, non ha alcuna intenzione di lasciare la guida del Paese. «Non sono un presidente e non posso dimettermi» ha detto il Colonnello, sottolineando di essere invece il leader della rivoluzione e di voler rimanere, «fino all’eternità un combattente, un mujihid».

«Resterò a capo della rivoluzione fino alla morte, morirà come un martire, come mio nonno» ha aggiunto il raìs, lanciando una sorta di guanto di sfida al popolo che da una settimana contesta il suo potere e che ne chiede le dimissioni dopo più di 40 anni. «Io - ha ricordato - sono un rivoluzionario. Ho portato la vittoria in passato di questa vittoria si è potuto godere per generazioni».

Gheddafi ha detto che il suo Paese non è in guerra e ha aggiunto di aver lasciato sempre il potere al popolo. «Voi avete deciso che il petrolio sia gestito dallo Stato, lo hanno deciso i comitati popolari» ha sottolineato.

Riferendosi ai fatti di Tripoli, il Colonnello ha negato di aver fatto ricorso all’uso della forza. «Ma lo faremo» ha promesso pure, dedicando gran parte del suo intervento proprio ai giovani scesi in piazza a manifestare. «Hanno dato le armi ai ragazzini, li hanno drogati. Andate ad attaccare questi ratti. Le famiglie dovrebbero raccogliere i propri figli dalle strade» ha spiegato Gheddafi, accusando anche gli Stati Uniti e l’Italia di aver «distribuito ai ragazzi a Bengasi» razzi rpg.

L’invito al popolo libico è quello di «uscire dalle case » e di «attaccare i manifestanti». Alla polizia e all’esercito il Colonnello ha chiesto invece di «schiacciare la rivolta».

Il regime di Gheddafi è spacciato e per la Germania e il mondo democratico l’ingerenza è adesso «un dovere» morale. Lo ha affermato alla televisione pubblica Zdf il ministro degli Esteri Guido Westerwelle (Fdp): «una famiglia dominatrice che minaccia di guerra civile il proprio popolo è arrivata alla fine».

Intanto l’Onu chiede all’Italia di prepararsi ad accogliere i profughi. E Umberto Bossi risponde: “Li rispediremo in Germania e in Europa”.

(22 febbraio 2011, Fonte)

Fidel Castro denuncia que la OTAN planea invadir Libia

Martes, 22 de febrero 2011

Las potencias occidentales no sabían cómo tratar con el Islam naciente. la inteligencia cubana parece sospechar que, bajo la excusa de proteger a los inmigrantes que viven en Libia, los Estados Unidos y sus subordinados, la OTAN los planes para invadir realmente Libia. Sería extraño, ya que ellos están haciendo grandes esfuerzos anti-diplomática para iniciar otra guerra o Irán o Corea del Norte y Libia, incluso antes de la guerra civil que vive ahora, es menos preparado que cualquiera de ellos. Por otra parte, como Libia está muy cerca de Europa, en especial las bases militares en el sur de Italia, atacando no requiere mucho tiempo de preparación. Analicemos las posibles consecuencias.

La excusa falsa de que los medios de comunicación ya la creación de imperiales, incluso en Brasil, es peligroso. Si Libia es invadida con el pretexto de proteger a los estadounidenses y los inmigrantes europeos en el país. Sólo los italianos son un millón y medio! Pero entonces los europeos y los estadounidenses, el tratamiento de los inmigrantes tan mal, sobre todo del Islam, ahora va a invadir un país árabe para proteger ... los inmigrantes? ¡Qué ironía! Entonces, cuando el Islam es una potencia, quizás una federación democrática de los países árabes e islámicos, tienen el derecho de invadir la decadente Europa a la protección de los inmigrantes árabes?

El Islam, al parecer, nunca será lo mismo! Hay una revolución en curso, y los cambios de régimen tener lugar meses, yendo y viniendo, subiendo y bajando de la represión en cada país de una manera. Sabemos esto porque las revoluciones son así. invasiones extranjeras en Afganistán e Irak fueron sin duda un ingrediente que llevó a los atentados recientes, y se percibe como el estudio de las revoluciones del pasado, ahora una invasión extranjera en el curso de la revolución, multiplicar la furia revolucionaria. Cuando existe la posibilidad de la participación de varios países en una guerra mundial en el vasto mundo árabe y musulmán.

Pero las potencias occidentales, en su desesperación, no puede ser prudente. Ellos necesitan una guerra. Todo lo que puede oler es que si la revolución es derribar serviles regímenes árabes, por lo menos también a punto de derrocar a los regímenes nacionalistas, es decir, los enemigos de la OTAN y los EE.UU., al igual que la de la sumisión. Los servicios de inteligencia occidentales a continuación, estimulado la oposición libia en el uso de la violencia, porque son simplemente no se preocupan por vida de las personas. Ahora están estudiando la posibilidad de una invasión.

EE.UU. y sus colas pondrá fin a la guerra pensando que tanto buscan. Pacifistas de todo el mundo puede desarmar o intentar hacer un aluvión de quejas, en especial el Comandante Fidel Castro, portavoz de la cubana, que ha conseguido avergonzar a los EE.UU. a posponer sus planes para revelar en detalle. Pero, por supuesto, no se puede detener esta guerra siempre tan dispuesta! Así que nos preguntamos - ¿Es posible dominar las armas todo el Islam?

(Traducción del portugués)

Fuente)

Gheddafi: "Non lascerò la mia terra"

17.06 "Sono il leader della nazione e non mi farò da parte". Gheddafi parla in tv alla Libia in rivolta e assicura: "Non posso lasciare la terra mia e dei miei avi. Morirò come un martire". Il Colonnello rivendica "le vittorie" che ha portato al popolo libico, e accusa: "Vogliono rovinare la vostra immagine nel mondo". I contestatori sono "giovani drogati", ma dietro di loro ci sono "infiltrati" mossi dall'estero che pagano i giovani per provocare disordini, aggiunge.

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sabato 19 febbraio 2011

Bagno di sangue in Libia!

Video shock ripreso da cellulare durante le proteste anti-Gheddafi in Libia di questi giorni. Riprende l'uccisione di un ragazzo colpito alla testa da un proiettile durante gli scontri di piazza. Le immagini mostrano la crudeltà delle forze di sicurezza del dittatore libico che non esitano a sparare nel mucchio e ad uccidere. Sono infatti 84 finora le vittime tra i manifestanti, e in soli 3 giorni, purtroppo.

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