Le pretese dei lavoratori europei di avere stipendi e condizioni lavorative migliori, vite lavorative più brevi, generose liquidazioni, ferie lunghe e tempo libero per questo e per quell'altro devono essere tenute sotto controllo! A tutto c'è un limite!
Dobbiamo essere grati che la Commissione Europea abbia le risposte giuste. Presto il modello neoliberista diventerà irreversibile e tutti questi pretenziosi nuovi ricchi dovranno tacere una volta per tutte. Ed era ora. Con una brillante mossa, la Commissione ha proposto un pacchetto di misure chiamato il "six-pack", ovvero una confezione da sei (un gioco di parole, "six-pack" si riferisce anche ai cosiddetti addominali da tartaruga, ndt), un nome allegro che evoca feste dove la birra scorre a fiumi. Questo pacchetto è piuttosto più austero e darà alla Commissione una leva finora sconosciuta negli affari dei suoi Stati membri.
Con un voto risicato, lo scorso 28 settembre il Parlamento Europeo ha approvato il piano della Commissione, un'assunzione di potere di ampio respiro sulla capacità dei singoli Stati di stabilire i propri bilanci e di gestire i propri debiti sovrani. Da ora in poi, il Parlamento e il Consiglio (con la Commissione naturalmente in supervisione del processo) saranno in grado di costringere i governi a rispettare le raccomandazioni del Trattato di Maastricht, note anche come "Patto di Crescita e Stabilità" cui recentemente gli Stati membri avevano prestato poca preziosa attenzione. Dopo il 2005 questo Patto è parso quasi una singolare reliquia. Ma adesso, grazie al "six-pack", non saranno tollerati deficit superiori al 3%, né debiti nazionali superiori al 60% del Pil. Queste persone hanno bisogno di rigida disciplina, non bisogna commettere errori.
Cominciando con il 2012, gli europarlamentari e il Consiglio analizzeranno i bilanci nazionali prima ancora che i Parlamenti nazionali possano esprimersi in alcun modo o persino che possano avere la possibilità di vederli. Se gli Stati non diminuiscono il loro debito abbastanza rapidamente o se rifiutano i "suggerimenti" di bilancio di Bruxelles, entreranno in campo le misure obbligatorie. In caso di ulteriore recalcitranza da parte degli Stati membri, la sanzione può comportare il deposito o il pagamento a fondo perduto dello 0,01, lo 0,02 o persino lo 0,05% del Pil del paese all'Unione Europea, a seconda di come severamente venga giudicata la non conformità dello Stato. Nel caso, ad esempio, della Francia, con un Pil di circa 1,9 trilioni di euro, la Commissione potrebbe richiedere un deposito o una multa da 20 miliardi a 40 miliardi di euro, o persino 100 miliardi, se la Commissione decidesse di portare le sanzioni allo 0,05% del Pil.
In linea con i soliti metodi tacitamente efficaci della Commissione, queste misure permanenti del "six-pack" hanno fatto tutto l'iter fino a essere approvate senza la minima increspatura, con poco dibattito e un coinvolgimento della cittadinanza pari a zero. La maggioranza degli europei non hanno la benché minima idea che sia avvenuto un cambiamento, tanto meno un attacco selvaggio alla capacità di governo delle proprie nazioni. Grazie a questa legislazione, possiamo far conto sul potere duraturo della dottrina neoliberista in tutta Europa, particolarmente nell'eurozona, dove i funzionari eletti vengono espropriati del loro diritto di redigere i bilanci da altri funzionari che non devono rendere conto a nessuno. Hanno perso il diritto di dire la loro sulla politica monetaria già molto tempo addietro.
Il "six-pack", grazie anche alla maggioranza europarlamentare di destra, è ora saldamente radicato e sarà difficile se non impossibile renderlo reversibile. In qualsiasi altro luogo, si sarebbero potute sentire frequenti accuse di un colpo di Stato contro i governi e le popolazioni degli Stati membri. Ma per ora, tutto è calmo sul fronte dell'Ue.
Simultaneamente, la Commissione sta spingendo gli Stati membri a seguire un'altra parte dello scenario neoliberista, attraverso una serie di altre direttive che assicurano settimane e vite lavorative più lunghe e il graduale allineamento di stipendi e benefici sociali secondo i denominatori comuni più bassi. Questo processo potrà essere un po' più lento, ma sarà anche potenziato dal "six-pack".
La Corte di Giustizia Europea sta facendo la sua parte, particolarmente per il secondo obiettivo, con almeno quattro giudizi separati che obbligano i lavoratori ad accettare salari sotto la norma, persino quando lavorano in paesi con forti leggi a protezione dei lavoratori, come la Svezia o la Finlandia.
Si deve ammirare la capacità di discrezione della Commissione e quella di fare le cose senza turbare i cittadini o i Parlamenti nazionali degli Stati membri. L'apparente complessità tecnica della realizzazione delle misure e del processo contribuisce a tenere tutto a bada, nonostante queste misure siano realmente piuttosto dirette (e che, si potrebbe aggiungere, lasciano ovunque impronte digitali tedesche).
Nel contempo, i media neoliberisti non scorgono motivi per questionare quanto sta accadendo dietro le quinte a Bruxelles e coadiuvano a contenere la protesta, fino a che per i cittadini sarà troppo tardi per intervenire. Tutto questo preannuncia vittorie più grandi per il neoliberismo e il fallimento delle economie europee. No, scusate, fallimento per il 90% della popolazione. Per il resto andrà bene. Non c'è niente di che preoccuparsi. Come descritto da Martin Wolf sul Financial Times, dove ha recentemente parafrasato Tacito per descrivere la situazione europea: «Hanno creato un deserto e lo chiamano stabilità».
Susan George, TransNational Institute, presidente del Consiglio del Tni, presidente onorario di Attac France.
22/10/2011 - Fonte: controlacrisi.org
Una ventana abierta sobre Cuba para esponer las mentiras que circulan por el Web sobre este pais. El blog se centra en los estilos de vida del tercio milenio, contiene asuntos políticos y noticias principalmente de Italia, Europa, Cuba y América Latina, en todo caso tratando de exponer los engaños de la globalización y del neoliberalismo selvaje en cualquier parte del mundo se producen estos.
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sabato 22 ottobre 2011
sabato 23 luglio 2011
La civile Norvegia, dal sogno all'incubo
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| L'isola di Utoya, paradiso di vacanza per tanti giovani campeggiatori. |
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| Le tende dei partecipanti al campo estivo del partito laburista. |
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| L'assassino mentre spara sui ragazzi inermi. |
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| I corpi delle povere vittime sugli scogli dell'isola di Utoya. |
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| I corpi speciali della Polizia in azione per catturare l'assassino. |
Il mondo attuale è marcio...E la putrefazione si espande da un'Europa sempre più pervasa di estremismi di destra, malata di odio razziale, antiislamica e conservatrice, infettando ora anche la civile Norvegia, un paese tanto pacifico quanto geloso della propria autonomia e individualità, unico tra i 'ricchi' del vecchio continente occidentale a scegliere deliberatamente di non entrare nell'UE...E' la fine di un sogno? Pare proprio che il seme putrido dell'intolleranza, fuorviero di violenze inaudite, stia rigerminando più cruento che mai, alimentato da redivivi soldati di Dio che, come novelli crociati, perpetrano le loro malefiche gesta dietro un'armatura ideologica d'infausta memoria, quella basata su Dio, patria e famiglia...
Nel seguente articolo, tratto da Repubblica, Adriano Sofri racconta la sua Norvegia, spiegando perché “nessun posto del mondo è così bello e così civile”. E' il ritratto di un paese in cui i poliziotti girano disarmati, che rispetta la natura, che non fa affari con i dittatori e che ora è stato colpito al cuore a tradimento dal doppio attentato di Oslo e Utoya. Un paese che sulle tombe dei suoi morti scrive solo: "Grazie di tutto".
Petrolio, natura e polizia disarmata, s'infrange il sogno di un paese felice
di ADRIANO SOFRI
Quando arrivò a capo della creazione, Dio si frugò nelle tasche e trovò una manciata di granelli di polvere. Rovesciò le tasche, strofinò i polpastrelli, la polvere cadde e fece la Norvegia, mari e monti, isole e fiordi. Nessun posto del mondo è così bello e così civile.
Ieri il primo ministro Jens Stoltenberg, bersaglio lui stesso della guerra scatenata da qualche miserabile farabutto, ha detto: “Non ci toglieranno il nostro modo di vivere”. Era la cosa più importante da dire, e tuttavia la Norvegia dopo ieri non sarà più lo stesso Paese, prima di tutto per i norvegesi. Non è più stata quella di prima la Svezia, dopo la sera del 1986 in cui il primo ministro Olof Palme, che tornava a casa da un cinema, a piedi, con sua moglie, fu assassinato.
La convivenza e la semplicità di modi riescono a suscitare un odio speciale. La semplicità senza ostentazione segna la monarchia, il cui erede ha sposato un’ottima ragazza madre, cui si attribuivano trascorsi di droga. Ancora ieri, un poliziotto di Oslo ha detto a chi lo intervistava: “Noi siamo disarmati, e spero che non ci costringano mai ad armarci”.
I norvegesi tengono la natura come la cosa più preziosa, e più che rispettarla le appartengono. Senza smancerie, perché è spesso una natura durissima. Averci a che fare è impossibile senza contare sui propri vicini, e questa solidarietà va assieme a un riserbo e una sobrietà leggendari.
Si scherza, neanche tanto: se una famigliola norvegese arriva a piantare la tenda sulla sponda di un lago e ne intravede un'altra sulla sponda opposta riparte brontolando: "C'è troppa folla qui". L'individualismo coincide con una sensazione invincibile del proprio diritto: non c'è soggezione all'autorità, sfiderebbe il ridicolo il norvegese che dicesse a un altro: "Lei non sa chi sono io".
Il rispetto per la legge dello Stato vale finché il cittadino senta di condividere la morale dello Stato. Anche ora che è molto più americanizzata, la Norvegia conserva un suo sentimento sdegnosamente fiero. Non c'è hytte che non abbia il pennone per la bandiera, issata a segnalare che in quel momento la casa è abitata: un clamoroso segnale a vantaggio dei ladri, in un paese dove si devono temere molto i ladri.
Fra i paesi scandinavi, la Norvegia era la sorella povera, e anche dopo l'indipendenza, nel 1905, gli svedesi la guardavano con una certa condiscendenza. Poi il petrolio del Mare del Nord l'ha resa improvvisamente ricca, ma senza che se ne dimenticasse. A un armatore oggi ricchissimo fu intentata una causa, con l'accusa di aver comprato la patente nautica. La vinse quando il suo avvocato spiegò che uno che era nato pescatore e a 12 anni col primo paio di scarpe era imbarcato sui pescherecci nell'oceano non avrebbe avuto bisogno di comprarsi patenti.
Il petrolio coincide ovunque con la tirannide e l'oscurantismo (con poche eccezioni, ora il Ghana, forse). Siccome il petrolio finisce, i norvegesi ne hanno fatto una risorsa da accantonare largamente per le generazioni a venire, e hanno selezionato i loro partner economici in modo da escludere dittatori e violatori di diritti umani e corrotti.
Oggi la Norvegia resiste alle pressioni congiunte di Usa Canada e Russia sul petrolio nel mare di Barents, per difendere un modo di estrazione non distruttivo e il futuro della pesca: "Il petrolio finirà e noi mangeremo di nuovo aringhe". Il futuro della pesca del resto è spacciato dovunque, e anche alle Lofoten si moltiplicano le annate in cui la pesca del merluzzo è sospesa.
La Norvegia, che non arriva ai cinque milioni di abitanti, non fa parte dell'Unione Europea - ripetuti referendum hanno respinto l'ingresso - e conserva la sua moneta, la corona. Tiene il primo posto nelle graduatorie sui diritti e sulla qualità della vita. Internazionale ripubblicava ieri il servizio di Le Monde sui padri norvegesi - nove su dieci - che vanno in congedo per stare coi figli neonati. Dal 2006 nei consigli di amministrazione deve sedere per legge il 40 per cento di donne, di fatto sono più numerose. Si immaginarono cortei di uomini: "Non siamo panda".
Tutti i cittadini partecipano degli aiuti al mondo povero, per i quali la Norvegia è di gran lunga al primo posto. Lo è anche per le missioni delle Nazioni Unite. Un lettore o uno spettatore italiano resterebbe stupito di fronte all'estrema sobrietà con cui in Norvegia si dà notizia della morte di militari o volontari norvegesi in zone di guerra o di missione.
L'accoglienza agli stranieri, specialmente asiatici - a cominciare dai vietnamiti - è stata molto vasta, e ha sperimentato, prima di altri paesi, le difficoltà e anche i fallimenti di programmi di integrazione troppo fiduciosi. Oslo conosce tensioni e paure, ma niente poteva far immaginare una violenza così sfrenata e feroce, se non proprio l'odio speciale che provocano la calma e la bellezza.
Mentre scrivo non so quanti morti è costata la giornata di ieri, nel centro della città e sull'isola dei ragazzi. Mi tornano in mente i cimiteri norvegesi, che somigliano a giardini e si chiamano così. Noi iscriviamo nostri ricordi e saluti sulle tombe dei morti. Là sono i morti a salutare chi è rimasto, con tre monosillabi: "Takk for alt". Grazie di tutto.
23 luglio 2011, Fonte: Repubblica.it
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venerdì 27 maggio 2011
Spagna: polizia in tenuta anti-sommossa sgombera con i manganelli plaza Cataluña. Benvenuti nell'Europa delle destre, ragazzi!
Criticavano Zapatero? Volevano un cambio? Eccolo! Questo e' il primo risultato della vittoria dei partiti di centro-destra alle ultime elezioni amministrative spagnole.
I GIOVANI SPAGNOLI CHE OCCUPAVANO PLAZA DE CATALUNYA SI SVEGLIANO OGGI TRAUMATICAMENTE DAL LORO BEL SOGNO RIVOLUZIONARIO NATO SOTTO L'ALA PROTETTRICE DI UN GOVERNO DI SINISTRA TUTTO SOMMATO ONESTO, QUELLO DI ZAPATERO.
ll video sotto mostra le violenze gratuite della Polizia spagnola contro i giovani manifestanti pacifici. Benvenuti nella realtà, ragazzi! Confesso che ero rimasto molto stupito dal vostro comportamento civile, dalla vostra mancanza di rabbia. Ma ora capisco il perchè: non eravate ancora stati scottati, come noi italiani, dalla dura reazione di un governo fascista, la mano violenta della legge delle destre non vi aveva ancora toccato nel vivo. Ora spero che la vostra reazione sia ancora più convinta e determinata, non potete mollare proprio adesso che avete sollevato le speranze di tanti giovani europei!
Da notare la trasparenza dei visi scoperti dei ragazzi contro l'anonimato vigliacco dei poliziotti che si nascondono dietro la visiera scura dei loro elmetti! Bastardi mastini al soldo del potere, vergognatevi almeno alla luce del sole!
I GIOVANI SPAGNOLI CHE OCCUPAVANO PLAZA DE CATALUNYA SI SVEGLIANO OGGI TRAUMATICAMENTE DAL LORO BEL SOGNO RIVOLUZIONARIO NATO SOTTO L'ALA PROTETTRICE DI UN GOVERNO DI SINISTRA TUTTO SOMMATO ONESTO, QUELLO DI ZAPATERO.
ll video sotto mostra le violenze gratuite della Polizia spagnola contro i giovani manifestanti pacifici. Benvenuti nella realtà, ragazzi! Confesso che ero rimasto molto stupito dal vostro comportamento civile, dalla vostra mancanza di rabbia. Ma ora capisco il perchè: non eravate ancora stati scottati, come noi italiani, dalla dura reazione di un governo fascista, la mano violenta della legge delle destre non vi aveva ancora toccato nel vivo. Ora spero che la vostra reazione sia ancora più convinta e determinata, non potete mollare proprio adesso che avete sollevato le speranze di tanti giovani europei!
Da notare la trasparenza dei visi scoperti dei ragazzi contro l'anonimato vigliacco dei poliziotti che si nascondono dietro la visiera scura dei loro elmetti! Bastardi mastini al soldo del potere, vergognatevi almeno alla luce del sole!
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domenica 1 maggio 2011
Uno spettro si aggira per l’Europa. Quello dell’intolleranza
All’inizio del XXI secolo sembrano non essere scomparsi alcuni cliché tipici della prima metà del Novecento. Razzismo, xenofobia e spostamento dell’asse partitico verso la destra extraparlamentare e radicale, specie nelle repubbliche dell’Est europeo appena entrate nell’UE . Alcuni fatti molto recenti riportano alla ribalta un tema che purtroppo non è ancora relegato nei libri di storia, ma fa parte della nostra quotidianità.
Dalla multiculturale Inghilterra a Mosca, passando per gli ex satelliti sovietici (che ormai sono parte integrante dell’Unione Europea) qualcosa di estremamente marcio si agita al di sotto della crisi economica di inizio secolo ed alle istituzioni parlamentari. Un fantasma si aggira per l’Europa. A Bradford, lo scorso 30 agosto è andato in scena una specie di far west metropolitano con centinaia di manifestanti dell’UAR (United Against Racism) sfiorati dalla violenta reazione di un gruppo di estrema destra, l’EDL (English Defence League). Bradford ospita una consistente minoranza pakistana, che ha scatenato la violenza del gruppo dell’estrema destra xenofoba. Fortunatamente la polizia ha avuto successo nell’evitare un contatto tra le due fazioni, arrestando 14 memebri dell’EDL. Quello che sorprende è l’età dei fermati: solo 3 su 14 hanno più di 25 anni. Quindi si tratterebbe di giovani e giovanissimi (due arrestati sono minorenni) che abbracciano movimenti xenofobi nella patria della democrazia parlamentare. Il tutto a meno di dieci anni dalla celeberrima Bradford Race Riot del 2001, quando circa mille persone di gruppi etnici differenti parteciparono a scontri su vasta scala. Da un lato l’estrema destra e i gruppi anti-immigrazione del National Front e dell’altra i memebri della Anti-Nazi League e la comunità pakistana e del sud-est asiatico. Dal proprio sito, l’English Defence League ci tiene a precisare la propria versione dei fatti: si tratta di un complotto orchestrato dalla polizia e dai media che vogliono rendere inattivo lo sforzo di lotta senza quartiere all’integralismo islamico intrapreso dalla lega. Ed inoltre, l’EDL risponde di rifiutare gli ideali xenofobi e genocidari di Adolf Hitler (letteralmente si esprimono con un “fuck off!!!”). Tuttavia, quando spiegano la propria visione politica, l’islamismo diviene un “cancro da estirpare”, anche ricorrendo ad alleanze tra cristiani, buddhisti, ebrei e hindu. Il tutto nascosto dietro un patriottismo di facciata: “non è un crimine amare la propria nazione”. Nessuna distinzione tra jihadisti, bahai o semplici musulmani praticanti ed integrati nel tessuto economico-sociale dell’industriale Bradford.
IN RUSSIA, INTANTO... - Nello stesso giorno, ma molto più ad est, a Miass (Russia), un gruppo di skinheads attaccava i partecipanti ad un concerto rock. Il tutto senza un motivo apparente. Dieci persone sono rimaste ferite e quindici assalitori sono stati arrestati dalla polizia. La Russia è, molto più delle democrazie occidentali, un crogiolo di etnie, venute a contatto a seguito delle migrazioni post-crollo dell’URSS, pronto ad esplodere. Proprio come la Jugoslavia una volta sfumato il sogno titino. San Pietroburgo è il virulento centro operativo di una serie sterminata di piccoli gruppi, cellule più o meno numerose di un orgamismo dell’odio molto sfaccettato. Questa galassia assomiglia all’organizzazione di al-Qaeda: non hanno un organigramma ben definito, ma tutte queste cellule obbediscono allo stesso ideale, ovvero quello di sbarazzarsi delle minoranze che hanno fatto ingresso nella Russia post-sovietica e che sono il capro espiatorio per le difficoltà economiche ed occupazionali del terzo millennio russo. L’unico partito vero e proprio con una base anche piuttosto ampia e con una doppia faccia (una partitica ed una paramiliatare) è Unità Nazionale Russa, il cui simbolo è la svastica e l’obiettivo primario è l’espulsione forzata di tutti i non-russi. Emigrati kazaki e etnie provenienti dagli ex stati satellite dell’URSS, ma anche studenti universitari africani, sono il bersaglio preferito degli hate crimes. I crimini strettamente razziali hanno raggiunto la cifra allarmante di 13.000 casi tra il 2000 e il 2005. Nel 2007 Amnesty International denunciò oltre trecento casi di violenze xenofobe con 21 persone rimaste uccise dai pestaggi di gruppo. Nel 2004 fece scalpore l’esecuzione da parte di un gruppo di neo-nazisti del prof. Nikolai Girenko, etnologo di fama internazionale e impegnato nella difesa della minoranze.
LE CAUSE - Malessere e disillusione sociale, disoccupazione e perdita del senso comunitario sono alla base di un massiccio spostamento dei movimenti extraparlamentari verso la destra xenofoba. In Russia come in Gran Bretagna. Sembra strano, ma due Paesi con storie ed istituzioni così diverse condividono uno stesso malessere profondo. Come lo condividono molti altri Paesi europei che sono pienamente integrati nelle stretture dell’UE o si stanno affacciando ad esse. La European Union Agency for Fundamental Rights, che si occupa di monitorare i fenomeni discriminatori nei Paesi membri, ha pubblicato, nel proprio Report per il 2010, cifre allarmanti. In alcuni paesi “insospettabili” la recrudescenza degli hate crimes rappresenta una vera piaga sociale. Le repubbliche nordiche sembrano colpite da un flagello: in Danimarca nel 2008 gli hate crimes sono aumentati del 400% rispetto all’anno precedente, in Germania del 16%, in Finlandia del 66% e in Svezia del 71%. La Svezia ha anche un altro poco invidiabile primato: nel 2008 i casi registrati di violenze compiute da frange di estrema destra è aumentato del 72%. Nei Paesi nordici l’estrema destra extraparlamentare sta crescendo in maniera smisurata. In Svezia sono ospitate alla luce del sole e a portata di click decine di organizzazioni neo-naziste con propri quotidiani e siti internet aggiornatissimi. Gruppi come il Nationalsocialistisk front (Fronte nazionale), Svenska Motståndsrörelsen (Movimento della resistenza svedese), nato da una costola del movimento paramilitare per la supremazia ariana (VAM), ed i secessionisti del Skånepartiet (partito della Scania) sono i principali responsabili di attacchi violenti a manifestazioni pacifiche per i diritti degli omosessuli svedesi e per spedizioni punitive nei confronti degli immigrati di origine africana. Da qui si spiega l’aumento vertiginoso dei casi di hate crimes nel paese.
PAESE CHE VAI... - L’avanzata di questi movimenti extraparlamentari è molto accentuata nelle repubbliche dell’est che hanno da poco superato la “sbornia” dell’entrata nell’UE. Se in alcuni paesi, come Germania, Austria e Croazia, la minoranza di movimenti di estrema destra richiama il passato remoto del primo dopoguerra e della rinascita dopo le emiliazioni subite dal Trattato di Versailles, nei paesi dell’Europa orientale l’Ungheria è un caso di scuola circa l’avanzata di movimenti di estrema destra.
Il crollo del Pil ungherese nel 2009, -6,3%, non solo ha portato al governo gli ultraconservatori di Orban, ma ha segnato l’avanzata del partito estremista e xenofobo Jossik che si rifà alla tradizione della “grande Ungheria” (molto simile al concetto di pangermanismo), mettendo in serio pericolo le relazioni doplomatiche con i Paesi vicini (come la Slovacchia) che ospitano minoranze di lingua ungherese. Jossik è anche uno dei principali sostenitori di campagne di emarginazione ed allontanamento anche coatto della popolazione rom. Come in Ungheria, anche la Romania ospita un partito di estrema destra che, per un periodo non proprio breve, fu il secondo partito all’interno del Paese. Si tratta del Partidul România Mare (PRM), ovvero il partito della Grande Romania. Il partito, fondato nel 1991 appena dopo il colpo di stato che rovesciò il sanguinario Ceausescu, riuscì ad ottenere 127 seggi con quasi il 20% di preferenze. Antisemitimo, omofobia, irredentismo, il PRM, prima del totale obblio nelle elezioni del 2008, ospitava tutta una serie di cliché propri del neo-nazismo eccetto una glorificazione dei tempi andati, ovvero quelli del socialismo reale quando la Romania era un satellite dell’URSS. La Slovacchia, in opposizione al sogno della “grande Ungheria” del partito Jossik oppone un partito politico, che riuscì ad ottenere l’11% dei voti nel 2006, che ha sviluppato e codificato un anti-ungherismo molto marcato. Si tratta del Slovenská národná strana (SNS), o partito nazionale slovacco, fondato anch’esso dopo la caduta del comunismo, che ha nell’espulsione della minoranza ungherese, considerata dal leader storico Ján Slota “un cancro nella nazione slovacca”. Slota ha anche vaticinato un giorno in cui “i carri armati slovacchi distruggeranno Budapest”. In Bulgaria, invece, esiste il Natsionalen Sǎyuz Ataka (NSA), anch’esso ispirato da un sentimento razzista nei confronti della minoranza turca e musulmana. A differenza di altri partiti simili, l’NSA è abbastanza ben rappresentato in seno alle ististuzioni bulgare ed anche europee. Nelle elezioni politiche del 2009 ha confermato i 21 seggi ottenuti nel 2005, conquistando anche 2 seggi in seno al parlamento europeo.
IL FUTURO - Empiricamente, le elezioni degli ultimi anni hanno mostrato uno scivolone piuttosto evidente dei partiti di estrema destra. Questa però è una magra consolazione perché, espulsi dall’aura di legalità e di controllo che è proprio di ciascun partito all’interno di strutture democratiche, la xenofobia e il razzismo di fondo si spostano inevitabilmente verso la piazza. In Svezia, la quasi totale assenza di partiti neo-nazisti o razzisti in seno al parlamento non ha impedito (anzi, ha favorito) l’incremento di casi di violenza contro immigrati, non-svedesi ed omosessuali. Lo stesso dicasi per la Gran Bretagna e la Russia. In questo ragionamento si inserisce perfettamente il caso del Belgio. Il partito di estrema destra Vlaams Blok, apertamente secessionista e negazionista, venne messo all’indice nel 2004 per violazione della legge belga contro l’omofobia e la xenofobia. Ma Vlaams Blok era nel migliore momento elettorale della propria storia, con un’ascesa vertiginosa che lo aveva portato, nel 2003, a guadagnare 18 seggi alla Camera (11% dei voti), 5 seggi al Senato (11%) e tre poltrone al parlamento europeo, ottenendo il 14% delle preferenze. Dal 2004 il partito è stato dichiarato illegale, ma l’operazione di facciata comunque non ha eliminato la tendenza sociale ad appoggiare movimenti razzisti, spesso traslatisi direttamente nelle piazze e tra la gente. Anche la storia sembra confermare questa tendenza: il partito Nazional-socialista tedesco (quello di Adolf Hitler per intenderci), a cui si ispira gran parte delle formazioni razziste contemporanee, sembrava essere finito ed espulso dal parlamento di Weimar dopo l’exploit del maggio 1924. Dai quasi 2 milioni di voti (maggio 1924) era precipitato a 900 mila nel dicembre dello stesso anno, per poi scendere a 800 mila quattro anni più tardi. Il resto della vicenda è arcinoto. L’Europa, provata dalla crisi economica globale e da un ruolo non troppo soddisfacente nell’epoca della globalizzazione, dovrà probabilmente fare i conti con un demone che si agita sotto le avvolgenti istituzioni repubblicane e comunitarie. E l’Italia?
(Alessandro Badella, 17 Settembre 2010, Fonte)
Dalla multiculturale Inghilterra a Mosca, passando per gli ex satelliti sovietici (che ormai sono parte integrante dell’Unione Europea) qualcosa di estremamente marcio si agita al di sotto della crisi economica di inizio secolo ed alle istituzioni parlamentari. Un fantasma si aggira per l’Europa. A Bradford, lo scorso 30 agosto è andato in scena una specie di far west metropolitano con centinaia di manifestanti dell’UAR (United Against Racism) sfiorati dalla violenta reazione di un gruppo di estrema destra, l’EDL (English Defence League). Bradford ospita una consistente minoranza pakistana, che ha scatenato la violenza del gruppo dell’estrema destra xenofoba. Fortunatamente la polizia ha avuto successo nell’evitare un contatto tra le due fazioni, arrestando 14 memebri dell’EDL. Quello che sorprende è l’età dei fermati: solo 3 su 14 hanno più di 25 anni. Quindi si tratterebbe di giovani e giovanissimi (due arrestati sono minorenni) che abbracciano movimenti xenofobi nella patria della democrazia parlamentare. Il tutto a meno di dieci anni dalla celeberrima Bradford Race Riot del 2001, quando circa mille persone di gruppi etnici differenti parteciparono a scontri su vasta scala. Da un lato l’estrema destra e i gruppi anti-immigrazione del National Front e dell’altra i memebri della Anti-Nazi League e la comunità pakistana e del sud-est asiatico. Dal proprio sito, l’English Defence League ci tiene a precisare la propria versione dei fatti: si tratta di un complotto orchestrato dalla polizia e dai media che vogliono rendere inattivo lo sforzo di lotta senza quartiere all’integralismo islamico intrapreso dalla lega. Ed inoltre, l’EDL risponde di rifiutare gli ideali xenofobi e genocidari di Adolf Hitler (letteralmente si esprimono con un “fuck off!!!”). Tuttavia, quando spiegano la propria visione politica, l’islamismo diviene un “cancro da estirpare”, anche ricorrendo ad alleanze tra cristiani, buddhisti, ebrei e hindu. Il tutto nascosto dietro un patriottismo di facciata: “non è un crimine amare la propria nazione”. Nessuna distinzione tra jihadisti, bahai o semplici musulmani praticanti ed integrati nel tessuto economico-sociale dell’industriale Bradford.
IN RUSSIA, INTANTO... - Nello stesso giorno, ma molto più ad est, a Miass (Russia), un gruppo di skinheads attaccava i partecipanti ad un concerto rock. Il tutto senza un motivo apparente. Dieci persone sono rimaste ferite e quindici assalitori sono stati arrestati dalla polizia. La Russia è, molto più delle democrazie occidentali, un crogiolo di etnie, venute a contatto a seguito delle migrazioni post-crollo dell’URSS, pronto ad esplodere. Proprio come la Jugoslavia una volta sfumato il sogno titino. San Pietroburgo è il virulento centro operativo di una serie sterminata di piccoli gruppi, cellule più o meno numerose di un orgamismo dell’odio molto sfaccettato. Questa galassia assomiglia all’organizzazione di al-Qaeda: non hanno un organigramma ben definito, ma tutte queste cellule obbediscono allo stesso ideale, ovvero quello di sbarazzarsi delle minoranze che hanno fatto ingresso nella Russia post-sovietica e che sono il capro espiatorio per le difficoltà economiche ed occupazionali del terzo millennio russo. L’unico partito vero e proprio con una base anche piuttosto ampia e con una doppia faccia (una partitica ed una paramiliatare) è Unità Nazionale Russa, il cui simbolo è la svastica e l’obiettivo primario è l’espulsione forzata di tutti i non-russi. Emigrati kazaki e etnie provenienti dagli ex stati satellite dell’URSS, ma anche studenti universitari africani, sono il bersaglio preferito degli hate crimes. I crimini strettamente razziali hanno raggiunto la cifra allarmante di 13.000 casi tra il 2000 e il 2005. Nel 2007 Amnesty International denunciò oltre trecento casi di violenze xenofobe con 21 persone rimaste uccise dai pestaggi di gruppo. Nel 2004 fece scalpore l’esecuzione da parte di un gruppo di neo-nazisti del prof. Nikolai Girenko, etnologo di fama internazionale e impegnato nella difesa della minoranze.
LE CAUSE - Malessere e disillusione sociale, disoccupazione e perdita del senso comunitario sono alla base di un massiccio spostamento dei movimenti extraparlamentari verso la destra xenofoba. In Russia come in Gran Bretagna. Sembra strano, ma due Paesi con storie ed istituzioni così diverse condividono uno stesso malessere profondo. Come lo condividono molti altri Paesi europei che sono pienamente integrati nelle stretture dell’UE o si stanno affacciando ad esse. La European Union Agency for Fundamental Rights, che si occupa di monitorare i fenomeni discriminatori nei Paesi membri, ha pubblicato, nel proprio Report per il 2010, cifre allarmanti. In alcuni paesi “insospettabili” la recrudescenza degli hate crimes rappresenta una vera piaga sociale. Le repubbliche nordiche sembrano colpite da un flagello: in Danimarca nel 2008 gli hate crimes sono aumentati del 400% rispetto all’anno precedente, in Germania del 16%, in Finlandia del 66% e in Svezia del 71%. La Svezia ha anche un altro poco invidiabile primato: nel 2008 i casi registrati di violenze compiute da frange di estrema destra è aumentato del 72%. Nei Paesi nordici l’estrema destra extraparlamentare sta crescendo in maniera smisurata. In Svezia sono ospitate alla luce del sole e a portata di click decine di organizzazioni neo-naziste con propri quotidiani e siti internet aggiornatissimi. Gruppi come il Nationalsocialistisk front (Fronte nazionale), Svenska Motståndsrörelsen (Movimento della resistenza svedese), nato da una costola del movimento paramilitare per la supremazia ariana (VAM), ed i secessionisti del Skånepartiet (partito della Scania) sono i principali responsabili di attacchi violenti a manifestazioni pacifiche per i diritti degli omosessuli svedesi e per spedizioni punitive nei confronti degli immigrati di origine africana. Da qui si spiega l’aumento vertiginoso dei casi di hate crimes nel paese.
PAESE CHE VAI... - L’avanzata di questi movimenti extraparlamentari è molto accentuata nelle repubbliche dell’est che hanno da poco superato la “sbornia” dell’entrata nell’UE. Se in alcuni paesi, come Germania, Austria e Croazia, la minoranza di movimenti di estrema destra richiama il passato remoto del primo dopoguerra e della rinascita dopo le emiliazioni subite dal Trattato di Versailles, nei paesi dell’Europa orientale l’Ungheria è un caso di scuola circa l’avanzata di movimenti di estrema destra.
Il crollo del Pil ungherese nel 2009, -6,3%, non solo ha portato al governo gli ultraconservatori di Orban, ma ha segnato l’avanzata del partito estremista e xenofobo Jossik che si rifà alla tradizione della “grande Ungheria” (molto simile al concetto di pangermanismo), mettendo in serio pericolo le relazioni doplomatiche con i Paesi vicini (come la Slovacchia) che ospitano minoranze di lingua ungherese. Jossik è anche uno dei principali sostenitori di campagne di emarginazione ed allontanamento anche coatto della popolazione rom. Come in Ungheria, anche la Romania ospita un partito di estrema destra che, per un periodo non proprio breve, fu il secondo partito all’interno del Paese. Si tratta del Partidul România Mare (PRM), ovvero il partito della Grande Romania. Il partito, fondato nel 1991 appena dopo il colpo di stato che rovesciò il sanguinario Ceausescu, riuscì ad ottenere 127 seggi con quasi il 20% di preferenze. Antisemitimo, omofobia, irredentismo, il PRM, prima del totale obblio nelle elezioni del 2008, ospitava tutta una serie di cliché propri del neo-nazismo eccetto una glorificazione dei tempi andati, ovvero quelli del socialismo reale quando la Romania era un satellite dell’URSS. La Slovacchia, in opposizione al sogno della “grande Ungheria” del partito Jossik oppone un partito politico, che riuscì ad ottenere l’11% dei voti nel 2006, che ha sviluppato e codificato un anti-ungherismo molto marcato. Si tratta del Slovenská národná strana (SNS), o partito nazionale slovacco, fondato anch’esso dopo la caduta del comunismo, che ha nell’espulsione della minoranza ungherese, considerata dal leader storico Ján Slota “un cancro nella nazione slovacca”. Slota ha anche vaticinato un giorno in cui “i carri armati slovacchi distruggeranno Budapest”. In Bulgaria, invece, esiste il Natsionalen Sǎyuz Ataka (NSA), anch’esso ispirato da un sentimento razzista nei confronti della minoranza turca e musulmana. A differenza di altri partiti simili, l’NSA è abbastanza ben rappresentato in seno alle ististuzioni bulgare ed anche europee. Nelle elezioni politiche del 2009 ha confermato i 21 seggi ottenuti nel 2005, conquistando anche 2 seggi in seno al parlamento europeo.
IL FUTURO - Empiricamente, le elezioni degli ultimi anni hanno mostrato uno scivolone piuttosto evidente dei partiti di estrema destra. Questa però è una magra consolazione perché, espulsi dall’aura di legalità e di controllo che è proprio di ciascun partito all’interno di strutture democratiche, la xenofobia e il razzismo di fondo si spostano inevitabilmente verso la piazza. In Svezia, la quasi totale assenza di partiti neo-nazisti o razzisti in seno al parlamento non ha impedito (anzi, ha favorito) l’incremento di casi di violenza contro immigrati, non-svedesi ed omosessuali. Lo stesso dicasi per la Gran Bretagna e la Russia. In questo ragionamento si inserisce perfettamente il caso del Belgio. Il partito di estrema destra Vlaams Blok, apertamente secessionista e negazionista, venne messo all’indice nel 2004 per violazione della legge belga contro l’omofobia e la xenofobia. Ma Vlaams Blok era nel migliore momento elettorale della propria storia, con un’ascesa vertiginosa che lo aveva portato, nel 2003, a guadagnare 18 seggi alla Camera (11% dei voti), 5 seggi al Senato (11%) e tre poltrone al parlamento europeo, ottenendo il 14% delle preferenze. Dal 2004 il partito è stato dichiarato illegale, ma l’operazione di facciata comunque non ha eliminato la tendenza sociale ad appoggiare movimenti razzisti, spesso traslatisi direttamente nelle piazze e tra la gente. Anche la storia sembra confermare questa tendenza: il partito Nazional-socialista tedesco (quello di Adolf Hitler per intenderci), a cui si ispira gran parte delle formazioni razziste contemporanee, sembrava essere finito ed espulso dal parlamento di Weimar dopo l’exploit del maggio 1924. Dai quasi 2 milioni di voti (maggio 1924) era precipitato a 900 mila nel dicembre dello stesso anno, per poi scendere a 800 mila quattro anni più tardi. Il resto della vicenda è arcinoto. L’Europa, provata dalla crisi economica globale e da un ruolo non troppo soddisfacente nell’epoca della globalizzazione, dovrà probabilmente fare i conti con un demone che si agita sotto le avvolgenti istituzioni repubblicane e comunitarie. E l’Italia?
(Alessandro Badella, 17 Settembre 2010, Fonte)
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