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sabato 8 ottobre 2011

Seconda stella, l'Acqua - Riccardo Petrella

Riccardo Petrella, politologo ed economista italiano, ha un dottorato in Scienze Politiche e Sociali alla Università di Firenze. Docente presso l'Università Cattolica di Lovanio, si iscrive in una tradizione che unisce cristianesimo, personalismo e solidarismo. Ha fondato nel 1991 il Gruppo di Lisbona, composto da 21 studiosi, imprenditori, giornalisti e leader culturali, per promuovere un'analisi critica delle attuali forme di globalizzazione. Presidente dell'Acquedotto pugliese fino al 2006, è soprattutto conosciuto per il suo impegno a favore dell'acqua pubblica.

Acque in bottiglia: un errore del passato che va riparato o ridimensionato con urgenza


In tempi di crisi si vedono più chiaramente le iniquità, quelle a cui, in tempi di vacche grasse, non avevamo dato molta importanza. Un esempio su tutti: le acque in bottiglia.
E' un vero scandalo al quale anche noi contribuiamo col nostro acquisto e a cui dobbiamo porre rimedio subito, prima che sia troppo tardi. Il business dell'acqua è diventato troppo grande e pericoloso ed è ormai in mano a poche multinazionali: 2 colossi, Nestlè (Svizzera) e Danone (Francia), gestiscono il 30% del mercato.

La Nestlè da sola possiede più di 260 marche d'acqua, tra cui Terrier (n.1 al mondo), Contrex, Vittel, Pejo, Lievissima, San Pellegrino, San Bernardo, Recoaro, Panna, Vera...Mentre nel gruppo Danone troviamo tra le altre la Ferrarelle, San Benedetto, Guizza, Evian, Vitasnella, Boario, Fonteviva...

L'acqua invece dovrebbe essere tutta sotto controllo pubblico, anche quella in bottiglia; e questo lo si fa, non dico togliendo le licenze e nazionalizzando le aziende, che sarebbe complicato, ma almeno imponendo loro una quota societaria di partecipazione statale non inferiore al 50% e quindi di fatto ponendole sotto stretta sorveglianza pubblica. L'acqua è e deve rimanere un bene di tutti, ricchi e poveri, non dimentichiamolo! E lo stesso discorso vale anche per tutte le altre risorse del pianeta, che non dobbiamo assolutamente lasciare appannaggio di pochi. Da questo punto di vista, ad una cosa, forse, questa crisi sarà servita: ad aprirci gli occhi prima che sia troppo tardi.

Qualcuno vuol darcela a bere
di Giuseppe Altamore, giugno 2003

«E’ molto chiaro che fare affidamento sull’acqua in bottiglia, pensando che solo perché non viene dal rubinetto sia più pura e immune dall’inquinamento, non risolverà affatto i problemi di sicurezza e approvigionamento», afferma Gianfranco Bologna, portavoce del WWF Italia.
«Ma la migliore acqua da bere non si trova necessariamente in una bottiglia», chiarisce Bologna. «Se vogliamo bere acqua pura dobbiamo porre maggiori sforzi nel proteggere fiumi, laghi e falde idriche, e poi investire in modo che tale acqua arrivi in modo sicuro al consumatore attraverso i rubinetti».
Per queste ragioni, l’acqua minerale è stata inclusa tra gli otto mali che affliggono l’acqua in Italia nel controforum organizzato a Firenze negli stessi giorni del Terzo forum mondiale dell’acqua che si è tenuto a Kyoto nel marzo 2003.
Non solo, il consumo di acqua minerale è stato incluso fra i mali del «Pozzo di Antonio», il rapporto sullo stato dell'acqua in Italia, a cura di Riccardo Petrella, presidente del Comitato italiano del contratto dell'acqua, che delinea un quadro dello stato delle risorse idriche nel nostro paese e delle loro gestione. E dove starebbe il male? L'acqua minerale non è forse più pura e più sana e, dunque, migliore per la salute di quella potabile? Si chiede Petrella
(in modo retorico-provocatorio, ndr). 

«La prima ragione del 'male', sta per l'appunto nell'ingiustificata credenza che l'acqua minerale sia più pura e più sicura dell'acqua potabile. L'acqua minerale non è né per definizione né in pratica necessariamente più pura e più sana dell'acqua potabile, si legge nella relazione. Anzitutto l'acqua minerale non è considerata dal legislatore un'acqua potabile, ma come un'acqua terapeutica in ragione di certe caratteristiche fisico-chimiche che ne suggeriscono un uso per fini specifici. Per queste ragioni è consentito alle acque minerali di contenere sostanze come l'arsenico, il sodio, il cadmio in quantità superiori a quelle invece interdette per l'acqua potabile. Mentre non è permesso all'acqua potabile di avere più di 10µg/l (microgrammi per litro) di arsenico, è frequente che la maggior parte delle acque minerali siano contenute 40/50µg/l di arsenico senza l'obbligo di dichiararlo sulle etichette. Lo stesso vale per altre sostanze.
 

Una clamorosa omissione che può essere pericolosa per la salute di chi beve sistematicamente la stessa acqua minerale per anni senza controllo medico. Ricordiamo, inoltre, che nel febbraio 2000, l'Italia ha ricevuto un ammonimento da parte della Commissione dell'Unione europea, perché i valori massimi previsti per alcune sostanze tossiche e indesiderabili nelle acqua minerali italiane erano superiori alle norme imposte a livello comunitario».

«La seconda ragione del 'male' risiede nel fatto che se - come abbiamo visto - l'acqua minerale non è né più pura né più sana della potabile è certamente molto più cara: dalle 300 alle 600 e persino 1000 volte più cara», aggiunge Petrella.
Secondo gli ultimi dati, derivati da un'inchiesta della Federconsumatori, il costo medio in Italia di 200 metri cubi d'acqua potabile, corrisponde al consumo medio di una famiglia, è pari, nel 2000, a 361.269 lire annue, cioè 1806 lire al metrocubo (0.93 euro).
Un litro di Perrier costa più di 1000 litri di acqua di rubinetto, la più cara d'Italia (quella di Forlì) e quasi 3000 volte di più dell'acqua potabile di Milano.
«Il successo di mercato delle acque minerali è chiaramente uno scandalo», continua Petrella.
«Ci troviamo di fronte a un fenomeno di sfruttamento a fine di lucro di un bene demaniale che secondo quanto ha riconfermato la legge sull'acqua del 1994 (la legge Galli) fa parte del patrimonio inalienabile delle regioni. Lo sfruttamento avviene con il beneplacito formale ed esplicito delle autorità pubbliche. Le regioni hanno ceduto il diritto di gestione delle acque minerali a delle tariffe ridicolmente basse. Il caso della Lombardia, una delle regioni a più alta densità di fonti minerali illustra bene la situazione. Su più di 2000 miliardi di lire che rappresentano il business delle acque minerali in Lombardia per 8 miliardi di litri di acqua estratti di cui solo 2 miliardi e mezzo sono stati imbottigliati e venduti (che fine hanno fatto gli altri 5,5 miliardi di litri estratti?), la regione Lombardia ha visto arrivare nelle sue casse meno di 300 milioni di lire, una miseria rispetto agli incassi delle imprese private.
Quel che è grave è che più dell’80% delle acque minerali sono imbottigliate in contenitori di plastica (in Pet), il cui costo si aggira sui 1° cent contro i 25 cent per la bottiglia di vetro. I costi dello smaltimento ricadono sulle regioni che spendono di più di quanto incassino dai canoni delle concessioni di sfruttamento delle fonti.
«Non è difficile capire, ora, perché il business dell’acqua minerale sia così lucroso e le ragioni che hanno spinto il capitale privato a influenzare, tramite la pubblicità e la potenza della grande distribuzione, il comportamento delle popolazioni occidentali a diventare dei grossi consumatori d’acqua minerale», precisa Petrella. «Aneddoto che aggiunge il 'comico' a una situazione inquietante: nel febbraio 2002 un decreto del Ministero della Sanità ingiungeva agli esercizi di vendere al consumatore l’acqua minerale naturale originariamente preconfezionata in confezione integra o aperta soltanto al momento della consumazione. Una tale misura, se fosse entrata in vigore, avrebbe comportato uno sperpero inimmaginabile di bottiglie. Fortunatamente, di fronte alla numerose critiche, il Ministero ha ritirato il decreto alcuni giorni dopo averlo adottato».
Il business dell’acqua minerale è un business a forte concentrazione industriale e finanziaria. Nestlé (multinazione svizzera) e Danone (francese) sono rispettivamente la numero uno e la numero due delle imprese mondiale d’acqua imbottigliata. Da sole rappresentano più del 30% del mercato mondiale. Nestlé possiede più di 260 marche d’acqua minerale in tutto il mondo, fra cui Vittel, Contrex, Terrier (la più importante del mondo) e le italiane San Pellegrino, Lievissima, Panna. Fanno parte invece della Danone: Ferrarelle, San Benedetto (Guizza)… Il grande business delle minerali in Italia è, dunque, fonte di benefici soprattutto per gli azionisti della Nestlé e della Danone.

«La terza ragione del 'male' risiede nella mercificazione dell’acqua e nella privatizzazione dei servizi d’acqua. Questi hanno trovato nel business delle acque minerali uno strumento potente di stimolo e di 'legittimazione'. Perché non mercificare anche l’acqua potabile, si sono detti gli operatori privati? Che differenza c’è – domandano – tra l’acqua potabile e l’acqua minerale? Se la mercificazione di quest’ultima non solleva nessun problema economico, politico, sociale, etico, perché – si chiedono il consumatore e il finanziere – si deve impedire di vendere e acquistare l’acqua potabile come ogni altra merce? Perché le imprese private non dovrebbero prendersi cura anche dei relativi servizi idrici?
Il mondo commerciale dell’acqua minerale sta scombussolando l’intero settore dell’acqua.
Attirate dagli alti livelli di profitto e dalla allettanti promesse future del business acqua, potenti imprese come la Coca Cola sono entrate anch’esse nel settore introducendo un nuovo tipo di 'acqua da bere', l’acqua purificata. L’acqua 'purificata' non è altro che acqua d’acquedotto sottoposta ad alcune operazioni di demineralizzazione e di declorizzazione. Piano piano, il legislatore ha autorizzato anche in Italia la vendita in bottiglia dell’acqua di rubinetto. Una grande confusione caratterizza sempre più il 'business dell’acqua' composto da un numero crescente di tipi d’acqua: acqua potabile di rubinetto, 'acqua da tavola' (si tratta di acque potabili in bottiglia), acqua potabile in bottiglia 'naturale' con 'aggiunta di anidride carbonica', acqua 'purificata', acqua naturale minerale (acqua minimamente mineralizzata, acqua oligominerale, acqua minerale terapeutica), acqua di sorgente (cioè acqua potabile prelevata alla fonte ma che non può essere clorata. Tutte le acque minerali sono di sorgente ma non tutte le acque di sorgente sono minerali), acqua di sorgente 'naturale', acqua di falda.
L’espansione del 'mercato dell’acqua' ha condotto a un rimescolamento delle carte a livello delle imprese: le imprese tradizionali d’acqua minerali sono entrate nel settore dell’acqua potabile in bottiglia e, viceversa, le imprese d’acqua potabile cominciano a intervenire nel settore delle acque in bottiglia (minerali comprese). Lo stesso dicasi delle imprese di soft drinks (limonate, cola, bevande gassate…) e del latte (la Parmalat, per esempio, ha messo sul mercato una sua acqua in bottiglia, l’'Aqua Parlamat'.
«Tutto ciò in una logica commerciale e di profitto. La mercificazione dell’acqua, facilitata dal boom delle acque minerali, rappresenta uno dei mali più gravi e insidiosi», accusa Petrella.

Fonte

giovedì 9 giugno 2011

Cara Marcegaglia, l'acqua non è una merce!

La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia invita a votare NO al referendum sull'acqua, paventando il rischio per il nostro paese di fare un passo indietro di 20 anni... MA MAGARI!

Cara Marcegaglia, il tempo non torna indietro. Come puoi dire che votando SI' al referendum sull'acqua, l'Italia tornerebbe indietro di 20 anni? Sai che questo non è possibile. Ma anche se lo fosse, in Italia 20 anni fa si stava molto meglio di adesso. Ad esempio, scommetto che quando era tuo padre a gestire gli stabilimenti di famiglia, l'aria a Ravenna non era così irrespirabile come ora. Penso che sia meno peggio fare un passo indietro di 20 anni che 100 verso la barbarie. Hai visto dove ci ha portato il tuo amico imprenditore Berlusconi? Alla soglia del baratro. Privatizzando l'acqua può succedere anche di peggio. Non pensare solo all'economia disastrata dell'Italia, pensa al principio. Viviamo in un mondo globalizzato. Se si comincia a far passare il principio che l'acqua è una merce, per i popoli dei paesi più poveri, ad esempio quelli africani, sarebbe la catastrofe umanitara. L'acqua potabile non è e non deve essere mercificabile in un mondo civile, dev'essere un bene di tutti, gestito pubblicamente, ad un prezzo socialmente accettabile al rubinetto e liberamente accessibile e gratuito alla fonte...e basta!

venerdì 3 giugno 2011

Il fallimento delle privatizzazioni dell'acqua in Sudamerica, tra inefficienze, alte tariffe, tentativi di monopolio e proteste popolari

L'ACQUA, IL PREZIOSO "ORO BLU" CHE POTREBBE DIVENTARE PIU' COSTOSO DEL PETROLIO...NON PERMETTIAMO CHE CIO' ACCADA!

L’acqua è senza dubbio la risorsa più importante per il genere umano. Anche se la quantità d’acqua presente nel pianeta è grandissima (si calcola in 1,34 miliardi di chilometri cubi), il 96,5% di questa massa, è salata (costituisce gli oceani ed i mari della Terra), pertanto non è utilizzabile dall’uomo né per il consumo diretto né per l’agricoltura o l’allevamento.
Solo il 3,5% dell’acqua del pianeta pertanto, è teoricamente utilizzabile dall’uomo. Il 70% di questa “piccola” quantità, però, è imprigionato nei ghiacci dell’Antartide o della Groenlandia, o negli altri ghiacciai situati nelle catene montuose del pianeta, e non è pertanto usufruibile dall’uomo.
La quantità d’acqua effettivamente disponibile dall’uomo corrisponde pertanto a meno dell' 1% dell’acqua totale della Terra, e si trova nei laghi (naturali o artificiali), nei fiumi e nelle falde acquifere.
A partire dagli ultimi vent’anni in varie zone della Terra si sono verificate complesse crisi umanitarie e sociali dovute alla persistente scarsezza d’acqua pulita. Si è giunti a queste situazioni sia in seguito all’aumento esponenziale della popolazione mondiale (7000 milioni di persone nel 2011), sia a causa di dissennate politiche di prelievi forzati da laghi e fiumi per favorire produzioni agricole (come presso il lago d’Aral), ma anche in seguito alla costruzione di dighe esageratamente grandi che hanno strozzato il flusso dei fiumi e modificato gli ecosistemi. Ultimo motivo, ma molto significativo, l’accaparramento delle fonti idriche pulite da parte di potenti multinazionali, che hanno proceduto poi, in assenza di competitori, a vendere a caro prezzo la “loro acqua”, ad ignari consumatori.
Nei tre paesi dove si consuma più acqua al mondo: India, Cina e Stati Uniti d’America, si verificano continuamente crisi ambientali e sociali dovute alla scarsità d’acqua. In India, paese dove vive il 17% della popolazione mondiale (1200 milioni di persone), la maggioranza del consumo d’acqua è dovuta all’agricoltura (l’86%).
In Cina, paese di 1340 milioni di persone, moltissimi fiumi e laghi sono contaminati, dovuto agli alti livelli d’inquinamento industriale.
Il fiume Giallo (Huang Ho, lungo più di 5000 chilometri), inquinato e imprigionato in enormi dighe costruite allo scopo di produrre elettricità, ha perso la sua forza e all’estuario è poco più largo di un rigagnolo. La situazione d’approvvigionamento idrico si è fatta critica nella capitale cinese, Pechino, dove per lunghi mesi i suoi abitanti hanno sofferto di mancanza d’acqua.
Anche negli Stati Uniti d’America si sono verificate negli ultimi anni continue crisi idriche, dovute a forzati prelievi delle falde acquifere (per esempio la Ogallala, tra il Texas e il Nuovo Messico), che semplicemente non si stanno rinnovando proprio per la scarsità delle piogge.
Anche nei paesi del Medio Oriente c’è una cronica scarsità d’acqua, dovuto sostanzialmente al clima arido e alla mancanza di fiumi e precipitazioni: Arabia Saudita, Emirati Arabi, Libia, Yemen, Kuwait, Oman. In questi paesi, dove la popolazione è in continuo aumento, si sono implementati impianti di desalinizzazione marina, che però sono costosi ed inquinanti.
Nella maggioranza di questi casi la scarsità o mancanza d’acqua causa terribili carestie, in quanto non si riesce ad irrigare i campi e pertanto si perde gran parte della produzione agricola. In altri casi, come per esempio nell’Africa sub-sahariana, la pessima qualità dell’acqua causa gravi malattie che spesso portano alla morte persone deboli dal punto di vista immunitario.
I primi quattro paesi dove invece c’è più abbondanza d’acqua, in termini assoluti, sono, nell’ordine: Brasile, Russia, Canada e Colombia.
Purtroppo è proprio in questi paesi (e in molti altri), che potenti imprese multinazionali si sono da tempo appropriate delle sorgenti dei principali fiumi, da dove sgorga l’acqua pura, o hanno preso in concessione laghi e falde acquifere, nell’intento di lucrare sulla gestione e sulla vendita d’acqua agli utilizzatori finali, che da cittadini depositari di diritti, sono diventati semplici consumatori.
Nel 2000 in appena l’1% dei comuni brasiliani erano state date concessioni ad imprese private per gestire e vendere acqua. L’acqua era gestita nella sua quasi totalità da enti pubblici e le tariffe erano basse. Fino al 2006 si sono privatizzate 52 entità pubbliche (dati ABCON). Solo nel 2007 sono state date in concessione ad imprese private 7 enti per la distribuzione dell’acqua, che antecedentemente erano pubblici.
Per esempio nel luglio del 2000 il comune di Campo Grande (capitale del Mato Grosso del Sud) ha dato in concessione all’impresa Aguas de Barcelona, un’impresa collegata alla multinazionale Suez, la gestione e la distribuzione dell’acqua nell’area metropolitana della città. Secondo i sostenitori della privatizzazione dell’acqua queste concessioni portano capitali freschi nelle casse delle entità amministrative locali e migliorano il servizio. Coloro i quali invece sono contrari a questo processo sostengono che con le imprese private i costi salgono e i quartieri poveri non vedono migliorato il loro accesso alla rete idrica. L’impresa Suez-Lyonnaise des Eaux, che è presente anche a Manaus con una concessione trentennale, sostiene invece che dalla sua gestione l’accesso ai quartieri poveri è migliorato, arrivando a coprire un 95% della popolazione. In ogni caso le tariffe sono aumentate laddove vi è una gestione privata dell’acqua per esempio a Manaus (impresa Suez) o nel Paraná (dove è presente l’impresa francese Vivendi, che oggi si chiama Veolia). Attualmente le concessioni private in Brasile sono circa 70, in 10 dei 26 Stati.
In Bolivia il conflitto sociale contrario alla privatizzazione dell’acqua è stato molto forte soprattutto durante le proteste di Cochabamba nel 2000.
Intorno alla metà degli anni 80’ il paese andino stava sprofondando in un caos economico senza precedenti, con un’inflazione galoppante. I governanti di allora si piegarono allo strapotere del Banco Mondiale e chiesero dei prestiti, indebitando ancora di più il paese. Per far fronte a questi debiti si permise l’entrata massiccia d’investitori internazionali, che si appropriarono di vari settori dell’economia, come il sistema telefonico, quello strategico degli idrocarburi e le linee aeree.
In seguito a pressioni della Banca Mondiale la gestione e la distribuzione dell’acqua a Cochabamba, città di 1 milione di abitanti, situata a metà strada tra La Paz (capitale politica del paese) e Santa Cruz de la Sierra (capitale economica della Bolivia), fu data in concessione ad un consorzio internazionale chiamato Aguas del Tunari, composto dalle imprese: Bechtel Enterprise Holdings (USA), International Water Limited (UK), Edison (Italia), Abengoa (Spagna) e le due imprese boliviane ICE Ingenieros e SOBOCE.
Il presidente boliviano Hugo Banzer permise l’ampliamento della concessione per Aguas del Tunari a ben 40 anni, ma quando il governo approvò la legge 2029, che avrebbe permesso un monopolio di fatto per Aguas del Tunari molti gruppi di cittadini iniziarono una forte protesta in difesa dell’acqua pubblica perché videro in Aguas del Tunari una reale minaccia per il loro futuro.
La protesta esplose nel gennaio del 2000, quando un manager inglese del consorzio dichiarò che si sarebbe immediatamente tolto il servizio idrico a chi non avrebbe pagato puntualmente. Le bollette erano salatissime, si pensi che una famiglia normale (il reddito mensile era di circa 70$ per persona al mese nel 2000), era costretta a pagare circa 20$ al mese.
Gli scontri tra i dimostranti e la polizia furono durissimi, non solo a Cochabamba ma in tutto il Paese. Ci furono moltissimi arresti e centinaia di feriti.
Le organizzazioni per l’acqua pubblica indicono un referendum dove si sancì con il 96% dei voti che la concessione con Aguas del Tunari doveva essere cancellata. Il governo ignorò il referendum e le proteste ripresero vigore in aprile del 2000.
Quando il governo imprigionò vari leaders del movimento per l’acqua pubblica, detto La Coordinadora, (tra i quali Oscar Olivera), la protesta s’infiammò ancora di più e si estese praticamente a tutto il Paese. La gente esigeva non solo la cancellazione del contratto con Aguas del Tunari, ma anche migliori condizioni salariali in genere. Il Paese stava cadendo nel caos.
L’8 aprile del 2000 il presidente Banzer proclamò lo “stato d’emergenza”, una misura eccezionale tesa a mantenere l’ordine nel Paese. Alla polizia venivano dati poteri eccezionali e veniva stabilita il coprifuoco. Nei giorni successivi ci furono vari scontri cruenti tra le forze dell’ordine e i dimostranti durante i quali ci furono vari morti. I poliziotti stessi entrarono in sciopero chiedendo un aumento del loro salario e lo stesso fecero i militari. La protesta si estese ad altre categorie sociali, come i professori delle scuole, e i coltivatori di coca. La morte violenta di uno studente, Victor Hugo Daza, non fece che peggiorare la situazione. A questo punto i manager del consorzio Aguas del Tunari decisero di lasciare Cochabamba e si diressero a Santa Cruz de la Sierra.
A quel punto il leader del movimento per l’acqua pubblica, Oscar Olivera, ottenne dal governo la cessazione del contratto con il consorzio Aguas del Tunari. Per fortuna il governo si rese conto che insistere nel voler a tutti i costi privatizzare l’acqua avrebbe portato al collasso del paese. In seguito il consorzio Aguas del Tunari iniziò una causa internazionale contro lo Stato della Bolivia per “mancati guadagni”, come se l’acqua boliviana fosse un bene vendibile di loro proprietà.
Anche se la gestione dell’acqua a Cochabamba ritornò ad essere pubblica e amministrata dall’ente SEMAPA, i problemi non terminarono: nel 2006 ci furono notevoli disservizi nella distribuzione dell’acqua e spesso si dovette interrompere il somministro. Secondo i responsabili dell’ente pubblico mancherebbero i fondi per ristrutturare il sistema che sarebbe ormai obsoleto per la città di Cochabamba. Anche nella città di La Paz dove il sistema di gestione e distribuzione dell’acqua è invece privatizzato (Aguas de Illimani, una sussidiaria della francese Suez), i problemi di inefficienza e alte tariffe continuano.
In Argentina dal 1991 al 1999 vi sono state delle massicce privatizzazioni di vari settori strategici tra i quali l’acqua. Le concessioni date a ditte private coprivano più del 60% della popolazione del Paese. Nel 1993 la francese Suez ottenne una concessione per la gestione, la distribuzione e la vendita dell’acqua nell’area metropolitana di Buenos Aires (13 milioni d’abitanti). Detta concessione fu revocata nel 2006 e la gestione dell’acqua tornò al settore pubblico.
In Colombia dal 1997 al 2007 sono state privatizzate circa 40 entità pubbliche che distribuivano l’acqua a costi calmierati. Oggi le imprese private hanno il controllo della gestione, distribuzione e vendita d’acqua in molti comuni colombiani, per un totale che assomma al 20% della popolazione totale del Paese.
Le privatizzazioni dell’acqua iniziarono a Cartagena de Indias nel 1996, per poi estendersi ad altre città della costa caraibica e dell’interno. Spesso la gestione delle falde acquifere e della distribuzione dell’acqua è mista, ovvero in parte pubblica e in parte privata. Nella città di Barranquilla per esempio l’impresa privata Triple A ha migliorato il servizio, però le bollette sono aumentate notevolmente.
Il problema della gestione dell’acqua nelle città colombiane è la situazione di monopolio di fatto d’alcune imprese private, che hanno aumentato le tariffe, senza offrire al cittadino la possibilità di scegliere altre opzioni di approvvigionamento.
Nella maggioranza dei casi in Colombia le falde acquifere sono situate in alta montagna, le zone cosiddette di “paramo”. Lo sfruttamento minerario (soprattutto aurifero), è una costante minaccia alla qualità delle acque che potrebbero essere contaminate da cianuro o mercurio elementi utilizzati nel processo d’estrazione di molti minerali, tra i quali l’oro.
Come si vede in molti Paesi del Sud America è ancora in corso un processo di privatizzazione dell’acqua, bene di primaria importanza per la vita degli esseri umani. In alcune città del Sud America, come per esempio Cochabamba o Buenos Aires, sono state revocate le concessioni a imprese private, spesso straniere, e si è tornati ad un sistema pubblico di gestione e distribuzione dell’acqua.


(22/05/2011, Fonte: Yuri Leveratto)

sabato 14 maggio 2011

Referendum del 12 e 13 giugno


PASSAPAROLA! Ai referendum di domenica 12 e lunedì 13 giugno vota SI per dire NO.

Vota SI per dire NO AL RITORNO DEL NUCLEARE A FISSIONE (lo facciamo!!!)
Vota SI per dire NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELL'ACQUA
Vota SI per dire NO AL LEGITTIMO IMPEDIMENTO


È necessario che votino almeno 25 milioni di persone per superare il quorum.

mercoledì 2 febbraio 2011

Bolivia: cosa succede a privatizzare l'acqua

Avremo le palle per fare altrettanto??
Tratto da The Corporation - Micheal Moore.

lunedì 13 dicembre 2010

Mega centrali ENEL in Patagonia. Fiumi deviati e acqua privatizzata

di Marta Ragusa

“Dacci oggi la nostra acqua quotidiana”, questo il titolo di una lettera pastorale redatta sotto forma di saggio teologico-scientifico da Luis Infanti De La Mora, vescovo di Aysén, umidissima regione della Patagonia cilena. A partire dal 2014 due dei più importanti fiumi di questa zona, il Pascua e il Baker, dovrebbero essere coinvolti nella costruzione di cinque enormi centrali idroelettriche (per un totale di 2750 MW). Il progetto si chiama HidroAysén, l’impresa che lo ha maturato è ENDESA, la cui principale azionista oggi è l’italiana ENEL. La lettera di Luis Infanti, nato a Udine ma trapiantato in Cile da 35 anni, è stata letta durante l’Assemblea degli azionisti ENEL avvenuta a Roma lo scorso aprile; l’intento del vescovo italo-cileno non è stato solo quello di opporsi al mega progetto ma anche quello di invitare ENEL a restituire allo Stato cileno i diritti di sfruttamento dell’acqua dei due fiumi patagonici che ENDESA aveva acquisito grazie a una speciale legge, il Código de Aguas, promulgata nel 1981 in piena dittatura Pinochet. Numerose organizzazioni internazionali forniscono il loro appoggio al “Consejo de Defensa de la Patagonia chilena” che, tra l’altro, ha accusato ENDESA di violazione dei diritti dei popoli di fronte al Tribunale Permanente dei Popoli, radunatosi a Madrid lo scorso maggio. Secondo il “Consejo” il progetto HidroAysén avrebbe delle conseguenze fatali per l’ambiente, uno dei più incontaminati del pianeta, e per la sua popolazione. Visto che attualmente la società maggiormente implicata nel progetto è italiana, la campagna “Patagonia sin represas” è sbarcata anche in terra nostra: “Patagonia senza dighe” è stata lanciata lo scorso 21 settembre a Roma da Juan Pablo Orrego, coordinatore internazionale del “Consejo”. Ad accompagnarlo durante i vari incontri informativi, la voce e la chitarra di Angel Parra, figlio di uno dei simboli della tradizione musicale cilena, Violeta Parra (1917-1967). Intanto il progetto HidroAysén, a causa dell’ennesimo rinvio per la revisione della valutazione di impatto ambientale, è rimasto arenato nonostante la visita e le pressioni sul governo esercitate dell’Amministratore Delegato ENEL, Fulvio Conti.

Lo straordinario paesaggio naturale della Patagonia cilena,
 d'una bellezza mozzafiato unica al mondo,
verrebbe irrimediabilmente deturpato dalle dighe
 che l'Enel, attraverso la propria multinazionale,
intende costruire in Cile.
 Il popolo cileno non le vuole e si sta ribellando.
E noi, non ci ribelliamo?
 Quando ho sentito che l'Enel aveva una multinazionale
 e che faceva queste cose, quasi non ci credevo.
 E per la prima volta mi sono sinceramente
 vergognato di essere italiano.
Mentre i potenti decideranno se dare il via o meno alla costruzione di uno degli impianti idroelettrici più grandi del mondo (di certo quello che prevede la più lunga linea per il trasporto dell’energia elettrica), il Cile resta pur sempre il Paese in cui le risorse idriche sono fra le più privatizzate. In pratica ogni fiume dell’affascinante terra patagonica appartiene a una grande multinazionale che la sfrutta secondo le proprie finalità commerciali. A garantire la legalità di questa consuetudine, il già citato Código de Aguas che, oltre a certificare il pieno diritto dell’utilizzo delle acque del Paese, elargisce paradossalmente anche il diritto del “non uso” dell’acqua. E infatti, le società che decidono di investire nella costruzione delle centrali, secondo questa legge, non “consumano” le risorse acquifere, semplicemente ne deviano il corso, rimettendole continuamente in circolo.
 

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