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lunedì 24 ottobre 2011

Riflessioni di Fidel sulla morte di Gheddafi

In blu i paesi membri della NATO.

Lunedì 24 ottobre, 2011

FIDEL CASTRO: IL RUOLO GENOCIDA DELLA NATO

Questa brutale alleanza militare è divenuta lo strumento più perfido di repressione che la storia dell'umanità abbia conosciuto.

La NATO assunse questo ruolo repressivo globale non appena l'URSS, che era servita agli Stati Uniti come pretesto per crearlo, cessò di esistere. Il suo progetto criminale si fece evidente in Serbia, un paese slavo, il cui popolo lottò così eroicamente contro le truppe naziste nella seconda guerra mondiale.

Quando nel marzo 1999 il paesi di questa organizzazione nefasta nei suoi sforzi per spezzare la Jugoslavia dopo la morte di Josip Broz Tito, inviò truppe a sostegno dei secessionisti del Kosovo, incontrarono una forte resistenza da parte di quelle nazioni le cui forze esperte erano rimaste intatte.

L'amministrazione nordamericana, consigliata dal governo di destra spagnolo di José Maria Aznar, attaccò le stazioni televisive in Serbia, i ponti sul Danubio e Belgrado, la capitale di quel paese. L'Ambasciata della Repubblica di Cina fu distrutta dalle bombe yankee, molti funzionari morirono, e non fu un errore come dissero i responsabili. Numerosi patrioti serbi furono uccisi. Il Presidente Slobodan Miloševiс, dominato dal potere degli aggressori e dalla scomparsa dell'URSS, cedette alle richieste della NATO e accettò la presenza di truppe dell'alleanza atlantica in Kosovo sotto mandato delle Nazioni Unite, il che alla fine portò alla sua sconfitta politica e al suo successivo giudizio da parte del tribunale per nulla imparziale dell'Aia. Stranamente morì in prigione. Se il leader serbo avesse resistito qualche giorno in più , la NATO sarebbe entrata in una grave crisi che era sul punto di esplodere. L'impero ebbe a disposizione così molto più tempo per imporre la sua egemonia tra i sempre più subordinati membri di tale organizzazione.

Tra il 21 febbraio e il 27 aprile di quest'anno, ho pubblicato sul sito web CubaDebate nuove 'Riflessioni' sul tema, dove ho discusso ampiamente il ruolo della NATO in Libia e quello che a mio parere sarebbe successo.

Sono quindi costretto ad una sintesi delle idee fondamentali che ho presentato, e dei fatti che si sono verificati così come avevo previsto, oggi che una figura centrale in questa storia, Muammar Al-Gheddafi, è stato gravemente ferito dai più moderni cacciabombardieri della NATO, che hanno intercettato e reso inutilizzabile la vettura su cui viaggiava, catturato ancora vivo e ucciso dagli uomini che questa organizzazione militare aveva armato.

Il suo cadavere è stato sequestrato ed esibito come un trofeo di guerra, una condotta che viola i più elementari principi delle norme islamiche e di altre credenze religiose prevalenti nel mondo. È stato annunciato che la Libia sarà presto dichiarata "Stato democratico e difensore dei diritti umani".

Sono costretto a dedicare alcune 'Riflessioni' su questi fatti importanti e significativi.

Continuerò Lunedì.

Fidel Castro Ruz
23 Ottobre 2011

Fonte articolo (in spagnolo): Cubadebate
Traduzione a cura di Cuba-Italia blog

sabato 1 ottobre 2011

La vergogna vigilata di Obama (seconda parte e finale)

di Fidel Castro Ruz

RIFLESSIONI DEL COMPAGNO FIDEL sulla detenzione di René González in Florida.

 “Dirigiamo la nostra attenzione adesso al Corno d’Africa ed avremo un esempio terribile del fallimento storico della ONU: la maggioranza delle agenzie di notizie serie sostengono che  tra 20.000 – 29.000 bambini minori di 5 anni sono morti negli ultimi tre mesi.”

“Quello che è necessario per affrontare questa situazione sono 1400 milioni di dollari, non per risolvere il problema, ma per affrontare le emergenze che vivono Somalia, Kenia, Djibouti e Etiopía.

Secondo tutte le informazioni i prossimi due mesi saranno decisivi per evitare la morte di più di 12 milioni di persone e la situazione più grave è quella della Somalia.

“Non potrebbe essere più atroce questa realtà, se nello stesso tempo non ci chiedessimo quanto si sta spendendo nel distruggere la Libia. Così risponde il congressista statunitense Dennis Kucinich: questa nuova guerra ci costerà 500 milioni di dollari solo durante la prima settimana. È chiaro che non abbiamo risorse finanziarie per questo e termineremo riducendo i finanziamenti di altri importanti programmi domestici. Secondo lo stesso Kucinich, con quello che si è speso nelle prime tre settimane al nord del continente africano per massacrare il popolo libico, si sarebbe potuto aiutare molto tutta la regione del Corno d’Africa, salvando decine di migliaia di vite”.

“... è francamente deplorevole che nel messaggio di apertura della 66ª Assemblea Generale della ONU non si sia richiamato ad un’azione immediata per dare una soluzione alla crisi umanitaria che soffre il Corno d’Africa, mentre si assicura che è giunto il momento d’agire sulla Siria”.

“Richiamiamo ugualmente per la fine del vergognoso e criminale blocco contro la fraterna Repubblica di Cuba, un blocco che da più di cinquant’anni viene esercitato dall’impero con crudeltà e violenza, contro l’eroico popolo di José Martí”.

“Sino al 2010 ci sono state 19 votazioni nell’Assemblea Generale della ONU che confermano la volontà  mondiale d’esigere dagli Stati Uniti l’eliminazione del blocco economico e commerciale contro Cuba. Esauriti tutti gli argomenti della sensatezza internazionale, resta solo da credere che questa persecuzione contro la Rivoluzione Cubana è la conseguenza della superbia imperiale di fronte alla dignità e al coraggio che ha mostrato il mai sottomesso   popolo cubano, nella sovrana decisione di dirigere il proprio destino e lottare per la sua felicità”.

“Nel Venezuela, crediamo che sia giunta l’ora d’esigere dagli Stati Uniti non solo la fine immediata e senza condizioni del criminale blocco imposto contro il popolo cubano, ma anche la liberazione dei Cinque combattenti antiterroristi, sequestrati nelle carceri dell’ impero per l’unico motivo di cercare d’impedire le azioni illegali che gruppi di terroristi preparano contro Cuba, con la protezione del governo degli Stati Uniti”.

“Per noi è chiaro che le Nazioni Unite non migliorano nè miglioreranno da dentro, se il Segretario Generale con il Procuratore della Corte Penale Internazionale partecipano ad un’azione di guerra, come nel caso della Libia e non c’è niente da sperare dall’attuale formato di questa organizzazione”.

“È intollerabile che esista un Consiglio di Sicurezza che volta la schiena al clamore della maggioranza delle nazioni, senza riconoscere deliberatamente la volontà dell’Assemblea Generale. Se il Consiglio di Sicurezza è una sorta di club con membri privilegiati, che può fare l’Assemblea Generale? Qual’è il suo margine di manovra quando costoro violano il diritto internazionale”?

“Parafrasando Bolívar quando si riferiva concretamente al nascente imperialismo yankee nel 1818 ‘Basta già che le leggi siano valide per il debole e gli abusi li pratichi il forte’, non possiamo essere i popoli del sud che rispettano il diritto universale, mentre il nord ci distrugge e saccheggia, violandolo”.

“Se non rispettiamo una buona volta l’impegno di rifondare le Nazioni Unite, questa organizzazione perderà definitivamente la poca credibilità che le resta di fatto, com’è accaduto con l’organismo che è precedentemente immediato: La Lega delle Nazioni”.

“Il futuro di un mondo multipolare in pace risiede in noi, nell’articolazione dei popoli maggioritari del pianeta, per difendersi dal nuovo colonialismo e per raggiungere l’equilibrio dell’universo che neutralizzi l’imperialismo e l’arroganza”.

“Questo richiamo ampio, rispettoso, senza esclusioni, è indirizzato a tutti i popoli del mondo, ma soprattutto alle potenze emergenti del sud, che devono assumere con coraggio il ruolo che sono chiamate a disimpegnare immediatamente”.

“Nell’America Latina  e nei Caraibi sono sorte poderose e dinamiche alleanze regionali che vogliono costruire uno spazio regionale democratico rispettoso delle particolarità e desiderose di  porre l’accento nella solidarietà e la complementarità, potenziando quello che unisce e risolvendo politicamente quello che ci divide, creando un nuovo regionalismo che ammette la diversità e rispetta i ritmi di ognuno.

[...] l’Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nuestra America  (ALBA) avanza come esperimento d’avanguardia di governi progressisti e antimperialisti, cercando formule di rottura con l’ordine internazionale imperante e rinforzando la capacita dei popoli di far fronte collettivamente ai poteri di fatto, ma questo non impedisce che i suoi membri diano una spinta decisa ed entusiasta al consolidamento dell’Unione delle Nazioni sudamericane (UNASUR), blocco politico che federa 12 Stati sovrani del Sudamerica, con il fine di raggrupparli in quello che il Libertador Simón Bolívar chiamò “Una Nazione di Repubbliche".  E ancora, noi 33 paesi dell’America Latina e dei Caraibi ci prepariamo per fare il passo storico di fondare una grande entità regionale che ci raggruppi tutti,  senza esclusioni, dove poter disegnare  insieme le politiche che dovranno garantire il nostro benessere, la nostra  indipendenza  e la nostra sovranità, con basi d’uguaglianza, solidarietà e complementarità”.

“Caracas, la capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, è orgogliosa sin d’ora di ricevere nei prossimi 2 e 3 di dicembre, il Vertice dei capi di Stato e di Governo che fonderanno definitivamente la nostra Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici  (CELAC).”

Con queste profonde idee si conclude il secondo messaggio del presidente bolivariano Hugo Chávez all’Assemblea Generale della ONU.

Secondo un dispaccio della AFP  in data di oggi, a Washington: "Il presidente statunitense, Barack Obama, ha dichiarato mercoledì 28 che sino a quando sarà presidente sarà disposto a cambiare la politica con Cuba, sempre e quando si  producano svolte politiche e sociali significative”.

Che simpatico! Che intelligente! Tanta bontà non gli ha permesso di comprendere ancora che 50 anni di blocco e di crimini contro la nostra Patria, non sono riusciti e piegare il nostro popolo. Molte cose cambieranno in Cuba, ma cambieranno per il nostro sforzo e nonostante gli Stati Uniti. E forse prima si disgregherà questo impero.

L’invincibile resistenza dei patrioti cubani la simbolizzano i nostri 5 Eroi.

Non si piegheranno mai! Non si arrenderanno mai! Come dichiarò Martí, e l’ho già ricordato altre volte: “Prima di  tralasciare l’impegno  di fare libera e prospera la Patria, si unirà il mare del nord al mare del sud e nascerà un serpente da un uovo d’aquila”.

È ovvio che la giudice del Distretto sud della Floridia ha messo in evidenza la vergogna vigilata di Obama. 

Fidel Castro Ruz
28 settembre del 2011
Ore 19. 37


(Traduzione Gioia Minuti)

La vergogna vigilata di Obama (prima parte)

Libertà per René González!
di Fidel Castro Ruz

RIFLESSIONI DEL COMPAGNO FIDEL sulla detenzione di René González in Florida.

Non perchè brutale, dura e attesa, ha smesso di indignare la notizia che una giudice yankee del Distretto Sur della Florida, ha negato a René González, Eroe antiterrorista cubano, dopo aver scontato l’ingiusta sentenza che gli avevano imposto, il diritto di ritornare nel seno della sua famiglia a Cuba.

Dopo 13 anni di crudele e non meritata reclusione, il governo degli Stati Uniti che ha creato mostri come Luis Posada Carriles e Orlando Bosch, che come agenti della Centrale d’Intelligenza yankee fecero esplodere in volo un aereo cubano pieno di passeggeri, obbliga René a rimanere in questa nazione, sottoposto ad un regime detto di ‘lbertà vigilata’.

Gli altri tre Eroi cubani resteranno nelle prigioni ingiustamente e per vendetta, più un altro condannato all’ergastolo per due volte.

Così l’impero risponde al crescente reclamo mondiale per la libertà di costoro.

Se non fosse così smetterebbe d’essere l’impero e Obama smetterebbe d’essere un tonto.

Non staranno là eternamente gli Eroi cubani, non c’è dubbio. Sulle fondamenta di un insuperabile esempio di dignità e di fermezza, crescerà la solidarietà nel mondo e nel seno dello stesso popolo nordamericano, che metterà fine alla stupida e insostenibile ingiustizia.

La bruta decisione avviene quando nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si sviluppa un profondo dibattito sulla necessità di rifondare questa istituzione. Non si erano mai sentite critiche tanto solid ed energiche.

Il leader bolivariano Hugo Chávez lo ha aperto con il primo messaggio all’Assemblea pubblicato la notte del 21 settembre. La seconda lettera di Chávez, trasmessa in tono energico e vibrante dal suo ministro degli Esteri, Nicolás Maduro è stata lapidaria.

In questo messaggio ha denunciato anche il criminale blocco imperialista contro la nostra Patria e la vergognosa e crudele vedetta contro i 5 Eroi antiterroristi cubani.

Tali circostanze mi obbligano a scrivere una terza Riflessione.

Trasmetterò le idee essenziali del vibrante messaggio, utilizzando le stesse parole dell’ autore.

"[...] Non cerchiamo la pace dei cimiteri, come diceva Kant con ironia, ma una pace basata nel più preciso rispetto del diritto internazionale. Disgraziatamente la ONU in tutta la sua storia, invece di sommare e moltiplicare sforzi per la pace tra le nazioni, termina avallando,  alcune volte con azioni e altre per omissione, le più spietate ingiustizie.

"Dal 1945 e sino ad ora le guerre non hanno smesso di crescere e moltiplicarsi inesorabilmente”.

“Voglio fare un richiamo alla riflessione dei governi del mondo. Dall’11 settembre del 2001 è cominciata una nuova guerra imperialista che non ha precedenti storici, una guerra permanente e perpetua”.

[...] perchè gli Stati Uniti sono l’unico paese che semina il pianeta di basi militari? che cosa teme per avere un bilancio da brivido destinato ad aumentare sempre più il suo potere militare ? perchè hanno scatenato tante guerre, violando la sovranità di altre nazioni che hanno gli stessi diritti sul loro destino? Come far valere il diritto internazionale contro la loro insensata aspirazione per sostenere il loro modello di predatori e consumisti? Perchè la ONU non fa niente per fermare  Washington?

[...] l’impero si è aggiudicato il ruolo di giudice del mondo, senza che nessuno le abbia concesso tale responsabilità

[...] per tanto, la guerra imperialista è una minaccia per tutti noi”.

"Washington sa che il mondo multipolare è già una realtà irreversibile,  la sua strategia consiste nel fermare ad ogni costo l’avanzata sostenuta di un insieme di paesi emergenti.

[...] si tratta di una nuova figurazione del mondo su cui si sostenta l’egemonia militare yankee”.

Che cosa c’è dietro a questo nuovo  Armageddon? Il potere  in ogni modo della cupola militare-finanziaria che sta distruggendo il mondo, per accumulare sempre più guadagni; la cupola militare -finanziaria che sta subordinando di fatto un gruppo sempre più grande di Stati. Va considerato che il modo di esistere del capitale finanziario e la guerra, la guerra che rovina tutti gli altri, arricchisce sino all’impensabile solo alcuni.

Nell’immediato esiste un gravissima minaccia per la pace mondiale,  lo scatenamento di un nuovo ciclo di guerre coloniali, che è cominciato in Libia, con il sinistro obiettivo di dare una seconda possibilità al sistema mondiale capitalista, oggi in crisi strutturale, ma senza mettere nessun tipo di limite alla sua voracità consumista e distruttiva.

L’umanità è sul bordo di una catastrofe inimmaginabile. Il pianeta marcia inesorabilmente verso il più devastante ecocidio; il riscaldamento globale lo annuncia attraverso spaventose conseguenze, con l’ideologia dei Cortés e dei Pizarro rispetto l’ecosistema, come dice bene il notabile pensatore francese Edgar Morin”.

[...] La crisi energetica e la crisi alimentare si acuiscono, ma il  capitalismo continua a passare  impunemente tutti i
limiti."

"... il grande scienziato  statunitense Linus Pauling, premiato in due occasioni con il Premio Nobel, continua a illuminarci

il cammino: Credo che esista nel mondo un potere maggiore del potere negativo della forza militare e delle bombe nucleari: il potere del bene, della moralità, dell’umanitarismo. Credo nel potere dello spirito umano. Mobilitiamoci

allora con tutto il potere dello spirito umano. È tempo già. S’impone scatenare una grande controffensiva politica per impedire che i poteri delle nebbie incontrino giustificazioni per andare alla guerra, per sferrare la guerra globale generalizzata con cui pretendono di salvare i capitale dell’occidente”.

“Vanno sconfitti politicamente i guerrafondai e di più, la cupola militare-finanziaria che li sostiene e li comanda”.

“Costruiamo l’equilibrio dell’universo che vedeva il Libertador Simón Bolívar: l’equilibrio che secondo le sue parole non si può trovare nel seno della guerra, l’equilibrio che nasce dalla pace."

"... il Venezuela, con gli altri paesi membri dell’Alleanza Bolivariana per i popoli di Nuestra América (ALBA), ha lavorato attivamente per una soluzione pacifica e negoziata del conflitto in Libia e lo ha fatto anche l’Unione Africana, ma al finale si è imposta la logica di guerra decretata dal Consiglio di Sicurezza della ONU e posta in pratica dalla NATO, questo braccio armato dell’impero yankee”.

[...] il "caso Libia" è stato portato nel Consiglio di Sicurezza sulla base dell’intensa propaganda dei mezzi di comunicazione, che hanno mentito affermando che l’aviazione libica bombardava civili innocenti, per non menzionare la grottesca commedia mediatica nella Piazza Verde di Tripoli. Questa campagna premeditata di menzogne ha

giustificato le misure affrettate e irresponsabili del Consiglio di Sicurezza della ONU, che hanno aperto il cammino alla NATO, che ha sviluppato per la via militare la sua politica di ‘cambio di regime’ in questo paese”.

“In che cosa si è trasformata la zona di esclusione aerea stabilita dalla Risoluzione  1973 del Consiglio di Sicurezza? Forse le più di 20.000 missioni aeree della NATO contro la Libia, molte con il fine di bombardare il popolo libico, non sono la negazione stessa di questa Zona di Esclusione? Annichilita completamente la forza area libica, la continuità dei

bombardamenti  umanitari dimostra che l’occidente, attraverso la NATO, impone i suoi interessi nel Nord dell’Africa, trasformando la Libia in un protettorato coloniale”.

“Qual’è il motivo reale dei questo intervento militare? Ricolonizzare  la Libia per impadronirsi delle sue ricchezze. Tutto il resto è  subordinato a questo obiettivo”.

 "... la Residenza del nostro Ambasciatore a Tripoli è stata invasa e saccheggiata, ma la ONU è stata zitta, mantenendo un silenzio ignominioso”.

“Perchè si concede lo scanno della Libia nella ONU all’auto nominato Consiglio Nazionale di Transizione, mentre si blocca l’entrata della Palestina, ignorando non solo la sua legittima aspirazione, ma quella che è la volontà della maggioranza del l’Assemblea Generale? Il Venezuela ratifica qui con tutta la sua forza e l’autorità morale che impone la volontà maggioritaria dei popoli del mondo, la sua solidarietà incondizionata con il popolo della Palestina e il suo appoggio assoluto alla causa nazionale palestinese, includendo ovviamente l’ammissione immediata di uno Stato palestinese con pieni diritti nel seno dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. E lo stesso formato imperialista si sta ripetendo nel caso della Siria”.

“È intollerabile che i poderosi di questo mondo pretendano d’arrogarsi il diritto di ordinare a governanti  legittimi e sovrani di rinunciare immediatamente. È successo cosi in Libia e ugualmente vogliono procedere contro la Siria. Sono tali le asimmetrie esistenti nello scenario internazionale e sono tali gli affronti contro le nazioni indipendenti.

(Prima parte)

giovedì 28 aprile 2011

Un fuego que puede quemar a todos

La Habana, 28 abril

Se puede estar o no de acuerdo con las ideas políticas de Gaddafi, pero la existencia de Libia como Estado independiente y miembro de las Naciones Unidas nadie tiene derecho a cuestionarlo.

Todavía el mundo no ha llegado a lo que, desde mi punto de vista, constituye hoy una cuestión elemental para la supervivencia de nuestra especie: el acceso de todos los pueblos a los recursos materiales de este planeta. No existe otro en el Sistema Solar que posea las más elementales condiciones de la vida que conocemos.

Los propios Estados Unidos trataron siempre de ser un crisol de todas las razas, todos los credos y todas las naciones: blancas, negras, amarillas, indias y mestizas, sin otras diferencias que no fuesen las de amos y esclavos, ricos y pobres; pero todo dentro de los límites de la frontera: al norte, Canadá; al sur, México; al este, el Atlántico y al oeste, el Pacífico. Alaska, Puerto Rico y Hawai eran simples accidentes históricos.

Lo complicado del asunto es que no se trata de un noble deseo de los que luchan por un mundo mejor, lo cual es tan digno de respeto como las creencias religiosas de los pueblos. Bastarían unos cuantos tipos de isótopos radiactivos que emanaran del uranio enriquecido consumido por las plantas electronucleares en cantidades relativamente pequeñas —ya que no existen en la naturaleza— para poner fin a la frágil existencia de nuestra especie. Mantener esos residuos en volúmenes crecientes, bajo sarcófagos de hormigón y acero, es uno de los mayores desafíos de la tecnología.

Hechos como el accidente de Chernóbil o el terremoto de Japón han puesto en evidencia esos mortales riesgos.

El tema que deseo abordar hoy no es ese, sino el asombro con que observé ayer, a través del programa Dossier de Walter Martínez, en la televisión venezolana, las imágenes fílmicas de la reunión entre el jefe del Departamento de Defensa, Robert Gates, y el Ministro de Defensa del Reino Unido, Liam Fox, que visitó Estados Unidos para discutir la criminal guerra desatada por la OTAN contra Libia. Era algo difícil de creer, el Ministro inglés ganó el "Oscar"; era un manojo de nervios, estaba tenso, hablaba como un loco, daba la impresión de que escupía las palabras.

Desde luego, primero llegó a la entrada de El Pentágono donde Gates lo esperaba sonriente. Las banderas de ambos países, la del antiguo imperio colonial británico y la de su hijastro, el imperio de Estados Unidos, flameaban en lo alto de ambos lados mientras se entonaban los himnos. La mano derecha sobre el pecho, el saludo militar riguroso y solemne de la ceremonia del país huésped. Fue el acto inicial. Penetraron después los dos ministros en el edificio norteamericano de la Defensa. Se supone que hablaron largamente por las imágenes que vi cuando regresaban cada uno con un discurso en sus manos, sin dudas, previamente elaborado.

El marco de todo el escenario lo constituía el personal uniformado. Desde el ángulo izquierdo se veía un joven militar alto, flaco, al parecer pelirrojo, cabeza rapada, gorra con visera negra embutida casi hasta el cuello, presentando fusil con bayoneta, que no parpadeaba ni se le veía respirar, como estampa de un soldado dispuesto a disparar una bala del fusil o un cohete nuclear con la capacidad destructiva de 100 mil toneladas de TNT. Gates habló con la sonrisa y naturalidad de un dueño. El inglés, en cambio, lo hizo de la forma que expliqué.

Pocas veces vi algo más horrible; exhibía odio, frustración, furia y un lenguaje amenazante contra el líder libio, exigiendo su rendición incondicional. Se le veía indignado porque los aviones de la poderosa OTAN no habían podido doblegar en 72 horas la resistencia libia.

Nada más le faltaba exclamar: "lágrimas, sudor y sangre", como Winston Churchill cuando calculaba el precio a pagar por su país en la lucha contra los aviones nazis. En este caso el papel nazifascista lo está haciendo la OTAN con sus miles de misiones de bombardeo con los aviones más modernos que ha conocido el mundo.

El colmo ha sido la decisión del Gobierno de Estados Unidos autorizando el empleo de los aviones sin piloto para matar hombres, mujeres y niños libios, como en Afganistán, a miles de kilómetros de Europa Occidental, pero esta vez contra un pueblo árabe y africano, ante los ojos de cientos de millones de europeos y nada menos que en nombre de la Organización de Naciones Unidas.

El Primer Ministro de Rusia, Vladimir Putin, declaró ayer que esos actos de guerra eran ilegales y rebasaban el marco de los acuerdos del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas.

Los groseros ataques contra el pueblo libio que adquieren un carácter nazifascista pueden ser utilizados contra cualquier pueblo del Tercer Mundo.

Realmente me asombra la resistencia que Libia ha ofrecido.

Ahora esa belicosa organización depende de Gaddafi. Si resiste y no acata sus exigencias, pasará a la historia como uno de los grandes personajes de los países árabes.

¡La OTAN atiza un fuego que puede quemar a todos!


Fidel Castro Ruz
Abril 27 de 2011
7 y 34 p.m.

sabato 26 marzo 2011

Entre la emigración y el crimen

Reflexiones de Fidel Castro

La Habana, 26 mar - Los latinoamericanos no son criminales natos ni inventaron las drogas.

Los aztecas, los mayas, y otros grupos humanos precolombinos de México y Centroamérica, por ejemplo, eran excelentes agricultores y ni siquiera conocían el cultivo de la coca.

Los quechuas y aymaras fueron capaces de producir nutritivos alimentos en perfectas terrazas que seguían las curvas de nivel de las montañas. En altiplanos que sobrepasaban a veces los tres y cuatro mil metros de altura, cultivaban la quinua, un cereal rico en proteínas, y la papa.

Conocían y cultivaban también la planta de coca, cuyas hojas masticaban desde tiempos inmemorables para mitigar el rigor de las alturas. Se trataba de una costumbre milenaria que los pueblos practican con productos como el café, el tabaco, el licor u otros.

La coca era originaria de las abruptas laderas de los Andes amazónicos. Sus pobladores la conocían desde mucho antes del Imperio Inca, cuyo territorio, en su máximo esplendor, se extendía en el espacio actual del Sur de Colombia, todo Ecuador, Perú, Bolivia, el Este de Chile, y el Noroeste de Argentina; que sumaba cerca de dos millones de kilómetros cuadrados.

El consumo de la hoja de coca se convirtió en privilegio de los emperadores Incas y de la nobleza en las ceremonias religiosas.

Al desaparecer el Imperio tras la invasión española, los nuevos amos estimularon el hábito tradicional de masticar la hoja para extender las horas de trabajo de la mano de obra indígena, un derecho que perduró hasta que la Convención Única sobre Estupefacientes de Naciones Unidas prohibió el uso de la hoja de coca, excepto con fines médicos o científicos.

Casi todos los países la firmaron. Apenas se discutía cualquier tema relacionado con la salud. El tráfico de cocaína no alcanzaba entonces su enorme magnitud actual. En los años transcurridos se han creado gravísimos problemas que exigen análisis profundos.

Sobre el espinoso tema de la relación entre la droga y el crimen organizado la propia ONU afirma delicadamente que "Latinoamérica es ineficiente en el combate al crimen."

La información que publican distintas instituciones varía debido a que el asunto es sensible. Los datos a veces son tan complejos y variados que pueden inducir a confusión. De lo que no cabe la menor duda es que el problema se agrava aceleradamente.

Hace casi un mes y medio, el 11 de febrero de 2011 un informe publicado en la Ciudad de México por el Consejo Ciudadano para la Seguridad Pública y la Justicia de ese país, ofrece interesantes datos sobre las 50 ciudades más violentas del mundo, por el número de homicidios ocurridos en el año 2010. En él se afirma que México reúne el 25% de ellas. Por tercer año consecutivo la número uno corresponde a Ciudad Juárez, en la frontera con Estados Unidos.

A continuación expone que "âese año la tasa de homicidios dolosos de Juárez fue 35% superior a la de Kandahar, Afganistán âla número dos en el rankingâ y 941% superior a la de Bagdadâ", es decir, casi diez veces superior a la capital de Irak, ciudad que ocupa el número 50 de la lista.

Casi de inmediato añade que la ciudad de San Pedro Sula, en Honduras, ocupa el tercer lugar con 125 homicidios por cada 100 000 habitantes; siendo solo superada por Ciudad Juárez, en México, con 229; y Kandahar, Afganistán, con 169.

Tegucigalpa, Honduras, ocupa el sexto con 109 homicidios, por cada 100 000 habitantes.

De este modo se puede apreciar que Honduras, la de la base aérea yanki de Palmerola, donde se produjo un Golpe de Estado ya bajo la presidencia de Obama, tiene dos ciudades entre las seis en que se producen más homicidios en el mundo. Ciudad de Guatemala alcanza 106.

De acuerdo a dicho informe, la ciudad colombiana de Medellín, con 87.42 figura también entre las más violentas de América y el mundo.

El discurso del Presidente norteamericano Barack Obama en El Salvador, y su posterior conferencia de prensa, me condujeron al deber de publicar estas líneas sobre el tema.

En la Reflexión de marzo 21 le critiqué su falta de ética al no mencionar en Chile siquiera el nombre de Salvador Allende, un símbolo de dignidad y valentía para el mundo, quien murió como consecuencia del golpe de Estado promovido por un Presidente de Estados Unidos.

Como conocía que al día siguiente visitaría El Salvador, un país centroamericano símbolo de las luchas de los pueblos de nuestra América que más ha sufrido como consecuencia de la política de Estados Unidos en nuestro hemisferio, dije: "Allí tendrá que inventar bastante, porque en esa hermana nación centroamericana, las armas y los entrenadores que recibió de los gobiernos de su país, derramaron mucha sangre."

Le deseaba buen viaje y "un poco más de sensatez." Debo admitir que en su largo periplo, fue un poco más cuidadoso en el último tramo.

Monseñor Oscar Arnulfo Romero era un hombre admirado por todos los latinoamericanos, creyentes o no creyentes, así como los sacerdotes jesuitas cobardemente asesinados por los esbirros que Estados Unidos entrenó, apoyó y armó hasta los dientes. En El Salvador, el FMLN, organización militante de izquierda, libró una de las luchas más heroicas de nuestro continente.

El pueblo salvadoreño le concedió la victoria al Partido que emergió del seno de esos gloriosos combatientes, cuya historia profunda no es hora de construir todavía. Lo que urge es enfrentar el dramático dilema que vive El Salvador, del mismo modo que México, el resto de Centroamérica y Suramérica.

El propio Obama expresó que alrededor de 2 millones de salvadoreños viven en Estados Unidos, lo cual equivale al 30% de la población de ese país. La brutal represión desatada contra los patriotas, y el saqueo sistemático de El Salvador impuesto por Estados Unidos, obligó a cientos de miles de salvadoreños a emigrar a aquel territorio.

Lo nuevo es que, a la desesperada situación de los centroamericanos, se une el fabuloso poder de las bandas terroristas, las sofisticadas armas y la demanda de drogas, originadas por el mercado de Estados Unidos.

El Presidente de El Salvador en el breve discurso que precedió al del visitante, expresó textualmente: "Le insistí que el tema del crimen organizado, la narcoactividad, la inseguridad ciudadana no es un tema que ocupe sólo a El Salvador, Guatemala, Honduras o Nicaragua y ni siquiera México o a Colombia; es un tema que nos ocupa como región, y en ese sentido estamos trabajando en la construcción de una estrategia regional, a través de la Iniciativa CARFI."

"âle insistí, en que este es un tema que no sólo debe ser abordado desde la perspectiva de la persecución del delito, a través del fortalecimiento de nuestras policías y nuestros ejércitos, sino que también enfatizando en las políticas de prevención del delito y por lo tanto, la mejor arma para combatir en sí la delincuencia, en la región, es invirtiendo en políticas sociales."

En su respuesta el mandatario norteamericano dijo: "El Presidente Funes se ha comprometido a crear más oportunidades económicas aquí en El Salvador para que la gente no sienta que debe enrumbarse al norte para mantener a su familia."

No necesito una palabra más para expresar la esencia de una situación dolorosamente triste.

La realidad es que muchos jóvenes centroamericanos han sido conducidos por el imperialismo a cruzar una rígida y cada vez más infranqueable frontera, o prestar servicios en las bandas millonarias de los narcotraficantes.

¿No sería más justo, me pregunto, una Ley de Ajuste para todos los latinoamericanos, como la que se inventó para castigar a Cuba hace ya casi medio siglo? ¿Seguirá creciendo hasta el infinito el número de personas que mueren cruzando la frontera de Estados Unidos y las decenas de miles que ya están muriendo cada año en los pueblos a los que usted ofrece una "Alianza Igualitaria"?

Fidel Castro Ruz, 

Marzo 25 de 2011


Fuente:  PrensaLatina

mercoledì 23 marzo 2011

L'Inverno Nucleare e la Pace

Riflessioni di Fidel. 

Più di 20000 armi nucleari sono nelle mani di 8 paesi: Stati Uniti, Russia, Francia, Regno Unito, Cina, Israele, India e Pakistan; vari tra questi con profonde differenze economiche, politiche e religiose.
Il nuovo trattato START, firmato a Praga nel mese di aprile tre le maggiori potenze nucleari, non implica altro che illusioni, con relazione al problema che minaccia l’umanità.
La teoria dell’"inverno nucleare", sviluppata e portata al livello attuale dall’eminente investigatore e professore dell’Università di Rutgers, New Jersey, il Dr. Alan Robock scienziato modesto che preferisce riconoscere i meriti dei suoi compagni più che i propri, ha dimostrato la sua autenticità.
Per loro, l’unica forma per evitare l’uso delle armi nucleari è eliminandole. Il popolo nordamericano, ubicato in un luogo privilegiato del pianeta, che gli permette di godere dei più alti livelli di vita e di ricchezze nel mondo nonostante gli incredibili sperperi delle risorse non rinnovabili, dovrebbe essere il più interessato alle informazioni che offrono gli scienziati. Quanto spazio dedicano a questo compito i media di massa di comunicazione?
La teoria “dell’inverno nucleare" ci ha insegnato, dice Robock, che: "Se tali armi non esistessero, non si potrebbero utilizzare. E in questo momento non esiste un argomento razionale per usarle in assoluto. Se non si possono usare è necessario distruggerle, per proteggerci degli incidenti dagli errori di calcolo o da qualsiasi atteggiamento demenziale “.
"... i computer che funzionavano con modelli ultramoderni si sono trasformati nell’unico laboratorio d’elezione e gli avvenimenti storici, includendo le città devastate dal fuoco dopo i terremoti e dai bombardamenti in tempo di guerra, le colonne di fumo degli incendi forestali e le nubi create dalle eruzioni vulcaniche si sono trasformati nelle pietre miliari delle valutazioni scientifiche”.
La proliferazione delle armi nucleari con la quale Israele, India e Pakistan si sono integrati al club nucleare, ed altri paesi, che apparentemente aspirano ad essere membri dello stesso, obbligano Robock ed i suoi compagni a rivedere le prime investigazioni. I risultati di questi studi moderni, come è stato dettagliato in una serie d’articoli pubblicati recentemente, sono stati sorprendenti.
Rispetto agli Stati Uniti e alla Russia, anche se ognuno di loro si è impegnato nel mese di aprile del 2010 a Praga, a ridurre il suo arsenale nucleare operativo a circa 2000 armi, l’unica forma reale per evitare una catastrofe climatica globale sarebbe eliminare le armi nucleari.
"... qualsiasi paese che in questi momenti sta considerando la via nucleare, ha la necessità di riconoscere che starebbe ponendo in pericolo non solo le sue stesse popolazioni, ma anche il resto del mondo adottando questa via. È già l’ora che il mondo pensi ancora una volta nei pericoli delle armi nucleari, e che stavolta adotti il cammino verso la pace ed elimini la possibilità di una catastrofe climatica globale indotta dall’energia nucleare, per la prima volta dalla metà del secolo scorso."
"... l’uso delle armi nucleari nel caso di un attacco totale contro un nemico sarebbe un’ azione suicida, per via del freddo e dell’oscurità anomali provocati dal fumo proveniente dai fuochi generati dalla bomba. Di fatto, è divenuto evidente che mentre più armi nucleari possiede un paese, meno sicuro diventa."
Albert Einstein ha detto: "Il potere scatenato dell’atomo ha cambiato tutto, eccetto le nostre forme di pensare, ed è per questo che avanziamo senza rotta verso una catastrofe senza precedenti".
Carl Sagan aveva detto che la nostra politica delle armi nucleari era "un cammino dove nessun uomo pensava".
Alla fine della conferenza magistrale ho chiesto al professor Alan Robock: "Quante persone nel mondo conoscono questi dati?" Mi ha risposto che “davvero poche”. Ho aggiunto : "E nel suo paese, quante?" "È lo stesso , mi ha risposto, non li conoscono."
Non dubitavo che quella era la triste realtà e ho aggiunto: "Non faremo nulla conoscendoli noi, quello che ci vuole è che il mondo li conosca. Forse dovremo cercare degli psicologi che spieghino perchè le masse non intendono".
"Io ho una risposta, ha esclamato lo scienziato: questo si chiama negazione. È una cosa così orribile che le persone non ci vogliono pensare. È più facile far finta che non esiste."
Le sue parole per tutta la conferenza che durò circa un’ora con l’aiuto di grafici, dati e foto proiettate su uno schermo, furono chiare, precise ed eloquenti. Per quello espressi: "Che cos’è quel fare coscienze di cui tanto parliamo? Che cos’è creare cultura? E quanto siete delusi voi scienziati per il fatto che la gente non sa quello che state facendo, e quante ore impiegate per questo?”
Gli ho detto che quando non esistevano la radio, la televisione e Internet, era impossibile diffondere una conferenza come quella in Cuba o nel mondo. Ancor meno quando molte persone non sapevano leggere e scrivere.
Abbiamo promesso al professore di divulgare le informazioni che ci ha offerto sulla teoria “dell’inverno nucleare", con un linguaggio che anche i bambini cubani di 8 anni possono comprendere, del quale solo conosciamo un poco, a partire dalla nostra preoccupazione in relazione allo scoppio di una guerra globale nucleare, che ha originato il nostro dovere d’ascoltare la sua conferenza.
Nessun’altra epoca della storia umana somiglia a questa. Con sicurezza, si tali rischi non sono compresi da coloro che prendono decisioni dalle cupole dell’immenso potere che la scienza e la tecnologia hanno posto nelle loro mani, la prossima guerra mondiale sarà l’ultima, e trascorreranno forse decine di milioni di anni prima che nuovi esseri intelligenti tentino di scrivere la loro storia.
Il caso ha voluto che ieri, lunedì 20, ricevessi la notizia che, con un ritardo di varie ore per causa dei cicloni, all’alba del giorno 21, sarebbe arrivata nel porto de L’Avana, proveniente dalle Isole Canarie, la nave da crociera della "Peace Boat", l’Organizzazione Non Governativa Internazionale con Status Consultivo Speciale presso la ONU, che dal 1983 organizza viaggi globali per la promozione della pace, i diritti umani, lo sviluppo giusto e sostenibile ed il rispetto per il medio ambiente; l’Organizzazione, nel 2009, è stata nominata al Premio Nobel della Pace per la sua campagna globale per prevenire la guerra.
Nella lettera che mi ha inviato il fondatore e direttore della "Peace Boat",Yoshioka Tatsuya, attraverso il capo del collettivo dei visitatori, Nao Inoue, esprime: " La nostra organizzazione sta lavorando da anni, recentemente in collaborazione con i paesi dell’ALBA. [...] che esprimono chiaramente l’impegno con l’abolizione nucleare, la proibizione delle basi militari straniere e la risoluzione pacifica delle controversie internazionali […] Il Giappone, come Lei sa, è l’unico paese che ha sofferto un bombardamento atomico, e mantiene ancora oggi una Costituzione pacifista che, attraverso il suo articolo 9, rinuncia formalmente alla guerra e proibisce l’uso della forza nelle dispute internazionali.
"... tema di speciale interesse nel nostro attivismo è la rimozione delle basi militari straniere, una situazione presente in Giappone ed in diverse parti del mondo, considerando che le basi straniere come quelle esistenti a Guantanamo e ad Okinawa causano danni ambientali irreversibili e fomentano la guerra invece della pace mondiale."
"Peace Boat" ha organizzato, includendo questo, 70 viaggi attorno al mondo dal 1983, con la partecipazione di non meno di 40000 persone che hanno visitato più di 100 paesi.
Il suo slogan è "Apprendi dalle Guerre Passate a Costruire un Futuro di Pace".
In 20 anni, la sua nave ha visitato 14 volte il nostro paese, vincendo ostacoli e scogli imposti dagli Stati Uniti, e promuove campagne per significative donazioni per i settori dell’ educazione e la salute fondamentalmente.
Sono presenti nei numerosi Forum internazionali e negli incontri di solidarietà con Cuba. Sono amici veramente sicuri della nostra Patria. Nel maggio del 2009, l’Organizzazione è stata decorata con l’Ordine della Solidarietà assegnato dal Consiglio di Stato della Repubblica di Cuba, su proposta dell’ICAP.
Per me è stato un grande onore ricevere l’invito di riunirmi con una rappresentazione di visitatori ed ho proposto d farlo con il massimo possibile, nel Palazzo delle Convenzioni. Hanno parlato il Signor Nao Inoue, e la sopravvissuta Signora Junko Watanabe, che aveva solo due anni quando la prima bomba atomica fu lanciata sulla città di Hiroshima. La bambina si trovava con un fratellino nel cortile d una casa a 18 chilometri dal punto dove fu lanciata la bomba, che fece sparire la maggior parte della città, ammazzò istantaneamente più di 100000 persone e provocò gravi problemi al resto degli abitanti.
Lei ha raccontato i suoi tragici ricordi di quando, alcuni anni dopo, conobbe le immagini ed i dettagli di quel fatto che ha provocato tante sofferenze a tante persone innocenti che non avevano nulla a che vedere con quel brutale attacco.
Fu un’azione deliberata per terrorizzare il mondo con l’ uso non necessario di un’arma di sterminio di massa, quando l’impero giapponese era già sconfitto. Si lanciò, non su un’installazione militare, ma su un’ obiettivo civile indifeso. Le immagini diffuse su quell’orripilante crimine non esprimono quello che la voce di Junko Watanabe ci ha raccontato su quei fatti.
L’occasione è stata propizia per esporre i nostri punti di vista e per raccontare ai nostri amici giapponesi in visita, combattenti per l’abolizione della armi nucleari, delle basi militari e della guerra, lo sforzo che la nostra Patria sta facendo per evitare un conflitto nucleare che potrebbe porre fine all’esistenza della nostra specie.

Fidel Castro Ruz
21 settembre 2010

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