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venerdì 8 aprile 2011

Detained female journalist interrogated on Libyan television

One of the many subjected to enforced disappearances in Libya during the uprising that started on February 17 2011, Rana El-Aqbani reappeared on Libyan television being questioned why she supported the revolution. During the interview she was grilled in a very aggressive way that seemed more like an interrogation.

domenica 9 gennaio 2011

Referendum Fiat Mirafiori: sindacato più servo o più padrone?

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Lavoratori, tiè!
di Piergiorgio Odifreddi

Più che un capitano d’industria, Marchionne sembra Sordi ne I vitelloni di Fellini: uno strafottente che, quando passa vicino agli operai, fa loro il gesto dell’ombrello e urla “Lavoratori, tiè”! Ma coi tempi che corrono, con comparse come Fassino e Chiamparino a fargli da spalla, e capipopolo come Berlusconi e Obama ad applaudirlo, c’è poco da sperare che l’auto su cui viaggia Marchionne si fermi di botto e lui sia costretto a scappare come Sordi.

Che Berlusconi lo applauda, non stupisce. Basta leggere Giovanni Agnelli, la biografia che Valerio Castronovo ha dedicato anni fa al fondatore della Fiat, per capire come nacque la sua industria e come egli fece i suoi soldi: esattamente come Mediaset e Berlusconi, appunto. Cioè, con aggiottaggi, denunce, processi, corruzioni di giudici, tangenti ai partiti, speculazioni edilizie (Bardonecchia vs. Milano Due), controllo di una stampa addomesticata (La Stampa vs. il Giornale), fiancheggiamenti dell’uomo forte (Mussolini vs. Craxi), e infine discesa in campo: da primo senatore a vita nominato dal Duce l’uno, e da presidente del Consiglio l’altro.

Dopo la guerra la nascente democrazia trovò insostenibile che un tale malfattore mantenesse la proprietà di un’azienda che era prosperata sulla pelle dei lavoratori, e nel collaborazionismo coi fascisti. Agnelli e Valletta furono spogliati della presidenza e dell’amministrazione della Fiat, ma la sporca realpolitik ebbe presto il sopravvento sui puri ideali. Agnelli ebbe la compiacenza di morire, e Valletta fu reintegrato nel suo ruolo. Vent’anni dopo sarebbe stato nominato senatore a vita dal socialdemocratico Saragat, così come l’erede del vecchio senatore, il rampollo Gianni, lo sarebbe stato nel 1991 dal democristiano Cossiga.

Lavoratori...Tié!
E fu proprio l’avvocato a dichiarare una volta che “la Fiat è governativa”. Cioè, pronta a scendere a patti con qualunque governo, pur di continuare a praticare la politica del capitalismo d’accatto che ha dissanguato l’Italia: gli utili agli imprenditori, le perdite allo stato (e dunque, ai lavoratori). Se la Fiat ha prosperato nel dopoguerra, è stato grazie a una dissennata politica di privilegio dell’auto privata a scapito dei servizi pubblici. A una vergognosa assimilazione degli operai alle macchine, sfruttati quando serve e parcheggiati in cassaintegrazione altrimenti. A una compiacente concessione di incentivi e rottamazioni, per sostenere artificialmente un mercato terminale e inutile.

Naturalmente, i privilegi concessi dal governo venivano doverosamente pagati dalla Fiat. La sua corruzione dei partiti politici dovette essere ecumenica, visto che misteriosamente fu solo sfiorata da Tangentopoli. E quando servì, come già aveva fatto il nonno col vecchio fascismo, così rifece il nipote col nuovo. Da senatore a vita, insieme agli ex-presidenti Leone e Cossiga, fornì un voto determinante per la fiducia al primo governo Berlusconi, nel 1994: anche se poi, durante il secondo governo Prodi, la destra finse di dimenticarsi di aver già essa stessa giocato questo gioco.

E fu lo stesso Agnelli a sdoganare una seconda volta Berlusconi nel 2001, quando rispose alle perplessità internazionali dichiarando che l’Italia non era una repubblica delle banane, e mandando un suo uomo al ministero degli Esteri. In precedenza, quello stesso ministero era stato ricoperto da sua sorella, sempre all’insegna del conflitto di interessi: di nuovo, un’altro motivo di compiacimento per Berlusconi, che non ha mai negato di avere per l’avvocato una vera e propria venerazione, tanto da tenerne la foto sul tavolo come esempio, nei primi tempi della sua carriera.

Marchionne dovrebbe semplicemente avere la decenza di riconoscere la storia dell’azienda che si trova ad amministrare. Perchè, invece di accettare la sua carità di 360 euro lordi l’anno in cambio della rinuncia ai diritti sindacali, non lo si obbliga a restituire il maltolto e non lo si rimanda da dove viene? E, soprattutto, perchè quando si lamenta in tv che la Fiat non guadagna un euro in Italia, il conduttore non gli fa il gesto dell’ombrello e non gli urla: “Marchionne, tiè”?

(scritto il 29 dicembre 2010, Fonte)

sabato 8 gennaio 2011

Vergogna a Guantanamo

Il matematico Piergiorgio Odifreddi
Non si sa se ridere, o se piangere. Uno dei detenuti nel lager di Guantanamo ha finalmente potuto essere processato da un tribunale civile. E il risultato è stato che, delle 286 imputazioni a suo carico, 285 sono cadute. Una di esse accusava il povero Ahmed Khaifan Ghailani dell’esecuzione materiale degli attentati del 1998 contro le ambasciate statunitensi del Kenia e della Tanzania, in cui c’erano state 224 vittime.

L’unica imputazione rimasta in piedi riguarda la fornitura di esplosivi ai terroristi, con l’accusa di «aver cospirato per distruggere beni di proprietà degli Stati Uniti». Ma che sensibilità rivelano questi americani, quando si tratta delle cose loro! Ne avessero altrettante per le cose altrui, però, avrebbero lasciato da tempo la base di Guantanamo, che mantengono con la forza da quando Cuba si liberò del dittatore Batista, loro amico e alleato: cioè, da più di sessant’anni.

Il governo castrista, col quale gli Stati Uniti non intrattengono rapporti diplomatici, ha sempre chiesto agli Stati Uniti di abbandonare la base. Essi invece rivendicano il diritto di rimanerci, in base a una concessione perpetua estorta nel 1903 al primo presidente-fantoccio dell’isola, dopo che Cuba era passata sotto il loro dominio in seguito alla guerra Ispano-Americana del 1898.

Su questo territorio coloniale, gli Stati Uniti hanno impiantato nel 2002 il notorio lager per i prigionieri della cosiddetta «guerra al terrorismo», benchè la concessione di un secolo fa limiti l’uso del territorio alle attività minerarie e navali. L’illegalità formale del lager si sovrappone dunque alla prevaricazione sostanziale dell’esistenza stessa della base.

Le condizioni vergognose della detenzione nel lager hanno spinto Amnesty International nel 2005, e le Nazioni Unite e la Comunità Europea nel 2006, a chiederne la chiusura. Il presidente Obama ha promesso di farlo, ma finora la sua presidenza non si è distinta da quella di Bush, in questo come in altri campi: ad esempio, la guerra in Afghanistan. Il lager resta dunque in funzione, e il Senato ha stabilito nel 2009 che tale rimanga per il futuro prossimo.

La vicenda di Ghailani rivela, se ancora ce ne fosse stato bisogno, i fini di propaganda e i mezzi di disinformazione dell’intera politica antiterroristica degli Stati Uniti, cosí acriticamente condivisa da tutto l’Occidente. Dopo essere stato infatti definito dall’FBI come uno dei «terroristi più ricercati», con una taglia di 5 milioni di dollari sulla testa, nel 2004 il ministro della Giustizia di Bush lo additò come membro di un commando di Al Qaeda in procinto di effettuare un attentato negli Stati Uniti.

I Democratici bollarono la rivelazione come una sospetta propaganda elettorale, in un anno di elezioni. Puntualmente, quando Ghailani fu arrestato in Pakistan, insieme alla moglie e ai figli, la notizia della sua cattura non fu divulgata per quattro giorni, e venne diffusa solo poche ore prima della conclusione della Convention Democratica, per rubare la scena al neocandidato presidenziale Kerry.

Dopo aver passato cinque anni nel lager di Guantanamo, come «nemico combattente», Ghailani fu trasferito a New York nel 2009, per il processo civile che oggi, finalmente, ha sollevato un lembo del grande velo sotto cui vengono da dieci anni spazzate le sporcizie della guerra al terrorismo. Anche con la nostra connivenza.

(Piergiorgio Odifreddi, 18 nov 2010, Fonte )

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