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lunedì 21 novembre 2011

Morire d'asma in cella per un banale, schifoso permesso di soggiorno scaduto! Questa è l'Italia!

La sequenza tragica degli eventi: un immigrato senegalese, con alle spalle 20 anni di lavoro in Italia, perde il posto, non ne trova un altro, gli scade il 'fottuto' permesso di soggiorno, finisce in una cella dei C.C. e lì ci muore d'asma. Era l'11 dicembre del 2010. Cosa è stato fatto nel frattempo dai nostri legislatori per evitare che succedano di nuovo episodi del genere? Assolutamente nulla. Maledetti assassini, ma quando comincerete a vergognarvi e a fare finalmente qualcosa per cambiare l'attuale merdosa legge Bossi-Fini sul'immigrazione?!!

Notare nel video che il carabiniere apre la porta della cella e poi se ne va. Che grado di insensibilità o di specifica incompetenza ci vuole per non capire le condizioni disperate in cui versa una persona in pericolo di vita? Perchè l'agente non l'ha condotto fuori, nel cortile interno, per farlo respirare un attimo? Perchè non ha chiamato subito aiuto? Non dovrebbe avere sempre con sè una radio o un cellulare per avvisare i colleghi? Perchè la burocrazia, la gerarchia, l'ordine precostituito non possono essere messi in pausa per un attimo di fronte ad un immediato pericolo di vita? Sta di fatto che Saidou è morto per un permesso di soggiorno scaduto, quelli che vediamo nel video sono i suoi ultimi istanti di vita. Il clandestino senegalese morirà dopo 8 minuti di dolorosa agonia, senza alcun soccorso. 



"Ecco come hanno lasciato morire Saidou". In video l'agonia in caserma del senegalese
L'uomo venne ucciso da un attacco d'asma: "Nessuno lo ha soccorso". L'avvocato chiede di riaprire le indagini.

BRESCIA - Grida per chiedere aiuto, picchia le mani contro la porta della cella, disperato. Le dita che escono dallo spioncino. Quando il carabiniere lo fa uscire, inizia una lenta, atroce agonia: 8 minuti durante i quali l'uomo è paralizzato dal dolore, il respiro spezzato, lo sguardo moribondo. E nessun militare interviene. Lo lasciano lì, da solo, con la morte che lo sta strappando via dalla porta di ferro alla quale si aggrappa mentre a fatica si toglie i vestiti e tira fuori lo spray dalla tasca dei pantaloni, in un ultimo, inutile, tentativo di riuscire a respirare. Poi si accascia a terra, e muore.
Sono gli ultimi minuti di Saidou Gadiaga, 37 anni, senegalese, morto dopo un attacco di asma in una cella della caserma Masotti, sede del comando provinciale dei carabinieri di Brescia. È la mattina del 12 dicembre 2010. Quella sequenza di morte - sulla quale un magistrato ha indagato per un anno e poi chiesto l'archiviazione del caso - è contenuta in un video di cui Repubblica è entrata in possesso.

Le immagini, registrate da una telecamera puntata sull'atrio antistante le due camere di sicurezza, non mostrano solamente il calvario di un uomo che soffriva d'asma e che è stato abbandonato a se stesso: assieme a nuovi elementi - forse sottovalutati -, riapre, di fatto, una vicenda che da subito era sembrata controversa. A tal punto da attivare il console senegalese a Milano e interessare i vertici dello Stato africano. Raccontiamola.

È l'11 dicembre. Gadiaga viene arrestato dai carabinieri perché sprovvisto del permesso di soggiorno e già raggiunto da provvedimento di espulsione. Se lo avessero fermato tredici giorni dopo - quando anche l'Italia recepisce la normativa europea sui rimpatri che annulla il reato di inottemperanza al provvedimento di espulsione - le manette non sarebbero scattate. Ma tant'è. Su indicazione dello stesso pm Francesco Piantoni, l'immigrato non viene rinchiuso in carcere ma nella caserma di piazza Tebaldo Brusato.

Gadiaga è un paziente asmatico. I carabinieri lo sanno perché ha subito mostrato il certificato medico. Alle prime ore del mattino il senegalese ha una crisi. Lo conferma un testimone, Andrei Stabinger, bielorusso detenuto nella cella accanto. "Sono stato svegliato dal detenuto che picchiava contro la porta e chiedeva aiuto gridando. Aveva una voce come se gli mancasse il respiro. Dopo un po' di tempo ho sentito che qualcuno apriva la porta della cella e lo straniero, uscito fuori, credo sia caduto a terra".

Quanto tempo è trascorso tra la richiesta di aiuto e l'intervento del militare? "Penso 15-20 minuti - fa mettere a verbale il testimone - durante i quali l'uomo continuava a gridare e a picchiare le mani contro la porta". Il video fissa la scena e i tempi. Da quando si vedono le dita di Gadiaga sporgere dallo spioncino (sono le 7.44, l'uomo sta chiedendo aiuto già da parecchi minuti) all'arrivo del carabiniere, passano due minuti e 35 secondi. Gadiaga, uscito finalmente dalla cella, cade a terra alle 7.52: otto minuti dopo essersi sporto dalla camera. Altri 120 secondi e arrivano i medici del 118. Gadiaga è già privo di conoscenza, per lui non c'è più niente da fare.

L'autopsia conferma che la morte è avvenuta a causa di "un gravissimo episodio di insufficienza respiratoria comparso in soggetto asmatico". E attesta, inoltre, che l'uomo "era clinicamente deceduto già all'arrivo dell'autoambulanza". La versione dei carabinieri disegna un quadro un po' diverso. Nella relazione di servizio inviata alla Procura, e in altre comunicazioni al consolato senegalese, i militari collocano il decesso di Gadiaga in ospedale, parlano di un aneurisma, escludono ritardi e carenze nei soccorsi.

Il maresciallo che apre la porta all'immigrato viene addirittura premiato dal comandante provinciale dell'Arma. Che dice: "In un video che abbiamo consegnato alla Procura c'è la conferma della nostra umanità". Il video, però, racconta altro. Quando esce dalla cella Gadiaga, in evidente stato confusionale, viene lasciato solo. I militari fanno notare che l'ultima uscita dalla cella - per fare pipì - dell'immigrato, risale a otto minuti prima della crisi: "Stava bene".

In realtà l'orario delle immagini fissa quell'uscita 26 minuti prima: non otto. La testimonianza dell'altro detenuto fa il resto. "Perché i carabinieri hanno detto che Gadiaga è morto in ospedale e non in cella?", ragiona l'avvocato Manlio Vicini. E perché - di fronte a tanti punti oscuri - il pm ha chiesto l'archiviazione del caso? "Chiediamo nuove indagini, da subito", aggiunge. Il consolato del Senegal, da parte sua, promette che andrà fino in fondo per chiedere che sia fatta chiarezza.

venerdì 7 gennaio 2011

Sovraffollamento, pestaggi d'ordinanza e celle di isolamento senza indumenti e coperte

"Silenzio o botte". La vergogna delle carceri italiane.

Ok, in Italia non c'è la pena di morte e anche l'ergastolo di fatto non è quasi mai applicato per tutta una serie di benefici di legge... Ma la condizione dei carcerati è comunque terribile, considerata spesso peggio della morte vista l'alta percentuale di suicidi (o omicidi?) degli ultimi anni. I diritti umani più elementari dei detenuti vengono continuamente e deliberatamente calpestati. E poi ci stupiamo se il Brasile non concede l'estradizione a Battisti? Ma ci rendiamo conto dell'ipocrisia dei nostri governanti? Avessimo almeno reso giustizia alle tante famiglie vittime delle bombe di stato e dell'estrema destra deflagrate tra gli anni ' 70 e '80, avessimo trovato e condannato almeno gli esecutori, se non i mandanti, delle stragi di Piazza della Loggia o della stazione di Bologna! Battisti è stato arrestato in Brasile e in Brasile è attualmente rinchiuso in carcere. Senza scomodare gli accordi internazionali, che non prevedono l'estradizione quando questa comporti un peggioramento della pena, visto che il Brasile ha abolito l'ergastolo mentre l'Italia no, e che la decisione di Lula non fa altro che rispettare leggi e trattati internazionali, quali credenziali ha la giustizia italiana in più rispetto a quella brasiliana? Siamo davvero convinti che la nostra giustiza sia migliore della loro? Teniamoci per un attimo questo dubbio, riflettiamoci su. Intanto, per non farci mancare nulla, leggiamo questa testimonianza di un detenuto riunchiuso nelle benemerite patrie galere e...vergognamoci, anche solo per un po'. Alla faccia del rispetto dei diritti umani di cui tanto ci facciamo paladini nel mondo!


"È piccolo il carcere di Livorno. Piccolo e dimenticato, ma dentro grande è la disperazione, l'abbandono. Le mura del carcere più che imprigionare sembrano voler impedire che si sappia cosa accade lì. Ho passato anni in una cella di dieci metri quadri. Dentro ci stavamo in sei e a volte sette. Uno sopra l'altro. Si stava in una condizione invivibile, lo spazio per muoverci era minimo, si faceva a turni per alzarsi dalla branda ed eravamo costretti a stare chiusi in quella cella per ventun ore al giorno. L'ora d'aria in un cortiletto era l'appuntamento più atteso del giorno. Dal cesso usciva la merda, soprattutto di notte come un rigurgito delle fogne, e la salsedine del mare faceva marcire tutto: mura, sbarre e noi stessi detenuti esposti a un'umidità che ci spaccava le ossa. Tra di noi c'erano anche ragazzi stranieri. Poveracci. Sono loro che, senza neanche poter usare la parola, se la vedono peggio. Li vedi in silenzio per giorni e giorni, poi all'improvviso te li trovi per terra in cella con le braccia tagliate, in una pozza di sangue. In carcere c'è un metodo per tutto, anche per farsi più male con una lametta. Un capitolo a parte è il regime di disciplina. Alle guardie non si può chiedere nulla. Questa è la regola per sopravvivere lì dentro. Stare zitto. Se un detenuto domanda anche un semplice foglio di carta o una medicina rischia la cella liscia. La scena è questa: tu chiedi una cosa, l'agente arriva e ti risponde male. A quel punto se stai zitto, va tutto bene ma se reagisci ti menano lì o ti portano nella cella liscia. Io una volta ci sono stato. Una sera di novembre sono arrivati in cinque, mi hanno preso, mi hanno portato giù nella cella liscia. Mi hanno fatto spogliare. Per sei giorni sono rimasto nella cella di isolamento in mutande. Dormivo su un materasso buttato a terra e senza una coperta. Nudo, rannicchiato su quel materasso non sapevo più cosa ero. In quella cella non puoi chiedere aiuto perché loro chiudono anche il blindato, che è una porta di ferro. Nessuno ti può sentire. O meglio, devi sperare che non ti senta nessuno, perché il peggio deve arrivare. Una notte mi misi ad urlare e mi hanno sentito. Pochi minuti di silenzio, poi uno sbattere di cancelli e un rumore di passi pesanti sempre più forte. Mi sono messo in un angolo della cella per cercare riparo. Sono entrati e mi hanno picchiato. Erano sei o sette guardie, con guanti e con gli scarponi che in cima hanno il ferro. Mi hanno spaccato la faccia. Il mio non è un caso isolato, non ero il solo nel carcere di Livorno a subire questo trattamento. Ho visto tanti detenuti presi e portati via. Quando tornavano in cella avevano i lividi addosso, spaccati in faccia e gli occhi pesti. Una cosa va detta, ed è che il problema non sono le guardie, è che quando metti così tanta gente insieme è ovvio che si degeneri. Devi stare zitto, altro che rieducazione. Silenzio o botte. Difficile in un posto come il carcere di Livorno capire chi è vittima e chi è carnefice, cosa è giusto o cosa non lo è. Ci si scontra, come auto nella nebbia." (Mario, 43 anni)

Lettera dal carcere tratta da Fenix

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