Una ventana abierta sobre Cuba para esponer las mentiras que circulan por el Web sobre este pais. El blog se centra en los estilos de vida del tercio milenio, contiene asuntos políticos y noticias principalmente de Italia, Europa, Cuba y América Latina, en todo caso tratando de exponer los engaños de la globalización y del neoliberalismo selvaje en cualquier parte del mundo se producen estos.
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domenica 19 maggio 2013
Piccoli ortaggi fuorilegge: chi coltiva un orto può andare in carcere
Una nuova norma dell’UE mette seriamente a rischio i piccoli agricoltori, che si trovano già in enorme difficoltà a causa della crisi che ha colpito l’intero continente per via degli alti costi di produzione e dalla forte concorrenza.
La nuova normativa di fatto creerebbe una sorta di diritto delle multinazionali sui semi; alcuni semi potranno essere usati, altri messi al bando. Chi utilizzerà quelli vietati, sarà considerato un vero e proprio criminale, e dunque passibile di denuncia.
Ovviamente, le associazioni degli imprenditori agricoli si stanno fortemente opponendo a questa norma, in particolare perché essa andrebbe a colpire anche chi possiede anche solo un piccolo orto in città.
“Questa legge intende interrompere immediatamente la coltivazione professionale di varietà di vegetali ad uso di piccoli coltivatori, di coltivatori biologici e di agricoltori che operano su piccola scala.” Questo è ciò che Ben Gabel (coltivatore di verdure e direttore di una rivista riguardante appunto la coltivazione di vegetali) ha detto in proposito alla nuova norma voluta dall’Unione Europea. “I piccoli coltivatori hanno esigenze molto diverse dalle multinazionali – per esempio, coltivano senza utilizzare macchine professionali adatte e non ricorrono all’uso di sostanza chimiche.”
Ai sensi della legge di cui stiamo parlando, quasi tutte le tradizionali varietà di semi utilizzate per coltivare i vegetali saranno considerate illegali in quanto fuori legge. Una vera e propria follia, non pensate?
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Norme UE assurde
venerdì 1 giugno 2012
CUBA, SOLIDARIDAD Y SOBERANÍA ALIMENTARIA 1
Cuba, camino a la soberanía alimentaria.
Cuba vive una etapa de cambios ecónomicos, uno de los cuyos ejes es el impulso de la preducción agrícola y ganadera, hacia la soberanía alimentaria. Es referente mundial en la práctica agroecológica masiva, así como por sus programas de agricultura urbana, poternciados por centros de investigación, universidades y organizaciones campesinas.
Los proyectos de cooperación de ANAP (Asociación Nacional de Agricultores Pequeños) y otros actores sociales de la isla, junto a Euskadi-Cuba, se insertan en estos procesos.
Documental de EUSKADI-CUBA (www.euskadicuba.org), ANAR (Asociación Nacional de Agricultores Pequeños), y CUBAINFORMACION (www.cubainformacion.tv).
Cuba vive una etapa de cambios ecónomicos, uno de los cuyos ejes es el impulso de la preducción agrícola y ganadera, hacia la soberanía alimentaria. Es referente mundial en la práctica agroecológica masiva, así como por sus programas de agricultura urbana, poternciados por centros de investigación, universidades y organizaciones campesinas.
Los proyectos de cooperación de ANAP (Asociación Nacional de Agricultores Pequeños) y otros actores sociales de la isla, junto a Euskadi-Cuba, se insertan en estos procesos.
Documental de EUSKADI-CUBA (www.euskadicuba.org), ANAR (Asociación Nacional de Agricultores Pequeños), y CUBAINFORMACION (www.cubainformacion.tv).
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Agricoltura,
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Storia cubana
giovedì 24 novembre 2011
Per amore del pane. L’uomo che salva i semi
IL PERSONAGGIO. Giuseppe Li Rosi è un siciliano che ha scommesso sul recupero e la semina delle antiche “accessioni” di germoplasma di grano duro dell’isola. Sfidando le multinazionali.
«Questo pane è il mio, è il mio pane chè l’ho fatto fare nel mio panificio. E so che cosa c’è in questo pane, conosco il seme del grano che ho seminato io, il lievito naturale che ho utilizzato io. E so che cosa c’è in questo pane, perché lo debbo dare anche ai miei bambini….».
E' sulla linea di confine fra cinema sociale, cinema di finzione e cinema etnografico, che si sviluppa fin dall’inizio il bellissimo documentario La chiave rubata della città del grano realizzato dai registi belgi Jean-Christophe Lamy e Paul-Jean Vranken. La camera fissa il protagonista del film, Giuseppe Li Rosi, agricoltore di Raddusa, che documenta la cultura e l’identità di un luogo, che guarda alla terra, alla sua terra, non come risorsa economica ma come un’entità unica che vive e si comporta come sistema autoregolato formato dai suoi componenti fisici, chimici biologici. Li Rosi è un siciliano che ha scommesso sul recupero e la semina delle antiche accessioni di germoplasma di grano duro dell’isola.
Come è nata l’idea di “La chiave rubata della città del grano”?
Il documentario è una denuncia e al tempo stesso una sfida alle multinazionali sementiere che con il loro sistema industriale e inquinante hanno distrutto i tre quarti della biodiversità agricola mondiale.
La produzione biologica non coincide con la necessità di prodotti pronti e veloci.
La catena distributiva, oltre ad avere omologato il cibo attraverso richieste di standardizzazione del prodotto, pressa il produttore affinchè questi applichi lo stesso concetto sulla natura: regolarla come fosse un motore meccanico! La smania di poterlo fare ha portato l’uomo a tentare di modificare le leggi della natura ed i tempi naturali della produzione.
Come parte la tua rivoluzione?
Ho iniziato circa dieci anni fa a seminare in biologico una prima popolazione di grano antico, la tumminìa, iniziando da pochi chili che la Stazione Sperimentale di Granicoltura per la Sicilia di Caltagirone mi aveva affidato, gli anni a seguire ho introdotto altre popolazioni di grano come margherito, sicilia, tunisino, un tenero chiamato maiorca, il farru longu e oggi, avendo convertito anche l’altra azienda di famiglia in biologico, sono circa 100 gli ettari seminati ad ecotipi locali.
Parliamo di semi autoctoni che erano scomparsi.
Non lo erano ancora ma si trovavano sul punto di. Oggi per le quattro varietà che conservo e moltiplico c’è abbastanza sementi in giro per poter affermare che non corrono alcun rischio di estinzione. Insieme alla “conversione” ai grani antichi, ho voluto riprendere anche una mansione che spettava al contadino, ovvero produrre cibo anziché limitarmi a produrre solo materia prima. Ho aperto un panificio per produrre pane con lievito madre a pasta acida, produco farine per chi vuole farsi il pane, la pasta e la pizza in casa. Insomma non ho voluto solo salvare i semi dall’estinzione ma ho desiderato tanto invitarli a tavola.
mercoledì 23 novembre 2011
Fukuoka e l’agricoltura del non-fare
Incontrai questo piccolo grande uomo la prima volta circa 25 anni fa in occasione di una suo viaggio in Europa per l'invito a un convegno sul biologico in Austria.
Masanobu Fukuoka è un microbiologo giapponese che sviluppò, già a partire dagli anni '40, un metodo definito "agricoltura naturale" o anche "agricoltura del non fare".
Ricordo che fui colpito molto dal fatto che in una visita ad alcune fattorie biologiche egli rispondesse alle domande degli agricoltori presenti, i quali chiedevano ragguagli tecnici, soprattutto con poesie, disegni, insegnamenti di vita...
Per M. Fukuoka infatti lo scopo vero dell'agricoltura non è far crescere i raccolti, ma la coltivazione e il perfezionamento degli esseri umani: una via di ricerca interiore.
Per Fukuoka bastano 1000mq a persona per arrivare all'autossufficienza alimentare, ma la cosa più importante è che la cura del proprio campo, armonizzandosi con i cicli della natura, nutre non solo il corpo, ma anche l'anima.
Fukuoka stava dicendo a quei contadini che, col suo metodo, potevano smettere di "faticare" e trovare il tempo per fare anche arte, poesia, crescere spiritualmente. Questa era per lui la cosa più importante da comunicare.
II principi rivoluzionari del metodo Fukuoka sono:
- non arare
- non diserbare
- non concimare
- non potare.
In tal modo egli riesce a coltivare sullo stesso appezzamento una grande varietà di piante e la fertilità del terreno aumenta stagione dopo stagione, ottenendo anche due raccolti nello stesso anno.
Con questo approccio, in 50 anni di effettivi e straordinari risultati, ha messo in serio dubbio tutte le certezze sia dell'agricoltura tradizionale che di quella scientifica.
Ad esempio egli ha dimostrato che l'effetto provocato dall'aratura è controproducente perché compatta il terreno e ne diminuisce la porosità rendendolo progressivamente sempre più duro.
Anche uno dei lavori tipici - più estenuante un tempo, quando si faceva a mano, e più inquinante oggi a causa dell'uso dei diserbanti chimici - del contadino è quello di rimuovere le cosiddette "erbacce". Tutti hanno sempre pensato che le piante infestanti danneggiassero i raccolti. Ebbene Fukuoka fa notare che:
1) in natura le piante vivono e crescono insieme;
2) le radici delle erbe penetrano a fondo nel terreno smuovendolo e facendo entrare aria;
3) quando le erbe concludono il loro ciclo vitale, forniscono l'humus che permette ai microrganismi della biosfera di svilupparsi arricchendo e fertilizzando il terreno.
Tutto avviene da sé, per l'appunto l'agricoltura del non fare.
Il testo più famoso di Masanobu Fukuoka, tradotto anche in lingua italiana, è La Rivoluzione del Filo di Paglia.
Parleremo ancora del suo metodo e delle applicazioni concrete, anche nel nostro paese, dei suoi insegnamenti.
13/06/11 - Fonte: Protonutrizione
Masanobu Fukuoka è un microbiologo giapponese che sviluppò, già a partire dagli anni '40, un metodo definito "agricoltura naturale" o anche "agricoltura del non fare".
Ricordo che fui colpito molto dal fatto che in una visita ad alcune fattorie biologiche egli rispondesse alle domande degli agricoltori presenti, i quali chiedevano ragguagli tecnici, soprattutto con poesie, disegni, insegnamenti di vita...
Per M. Fukuoka infatti lo scopo vero dell'agricoltura non è far crescere i raccolti, ma la coltivazione e il perfezionamento degli esseri umani: una via di ricerca interiore.
Per Fukuoka bastano 1000mq a persona per arrivare all'autossufficienza alimentare, ma la cosa più importante è che la cura del proprio campo, armonizzandosi con i cicli della natura, nutre non solo il corpo, ma anche l'anima.
Fukuoka stava dicendo a quei contadini che, col suo metodo, potevano smettere di "faticare" e trovare il tempo per fare anche arte, poesia, crescere spiritualmente. Questa era per lui la cosa più importante da comunicare.
II principi rivoluzionari del metodo Fukuoka sono:
- non arare
- non diserbare
- non concimare
- non potare.
In tal modo egli riesce a coltivare sullo stesso appezzamento una grande varietà di piante e la fertilità del terreno aumenta stagione dopo stagione, ottenendo anche due raccolti nello stesso anno.
Con questo approccio, in 50 anni di effettivi e straordinari risultati, ha messo in serio dubbio tutte le certezze sia dell'agricoltura tradizionale che di quella scientifica.
Ad esempio egli ha dimostrato che l'effetto provocato dall'aratura è controproducente perché compatta il terreno e ne diminuisce la porosità rendendolo progressivamente sempre più duro.
Anche uno dei lavori tipici - più estenuante un tempo, quando si faceva a mano, e più inquinante oggi a causa dell'uso dei diserbanti chimici - del contadino è quello di rimuovere le cosiddette "erbacce". Tutti hanno sempre pensato che le piante infestanti danneggiassero i raccolti. Ebbene Fukuoka fa notare che:
1) in natura le piante vivono e crescono insieme;
2) le radici delle erbe penetrano a fondo nel terreno smuovendolo e facendo entrare aria;
3) quando le erbe concludono il loro ciclo vitale, forniscono l'humus che permette ai microrganismi della biosfera di svilupparsi arricchendo e fertilizzando il terreno.
Tutto avviene da sé, per l'appunto l'agricoltura del non fare.
Il testo più famoso di Masanobu Fukuoka, tradotto anche in lingua italiana, è La Rivoluzione del Filo di Paglia.
Parleremo ancora del suo metodo e delle applicazioni concrete, anche nel nostro paese, dei suoi insegnamenti.
13/06/11 - Fonte: Protonutrizione
Archeologo del cibo dà una nuova vita a semi e verdure quasi estinti
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| Gary Nabhan |
Gary Nabhan ha scritto pile di documenti di ricerca sulla cultura, l’archeologia e il cibo per riviste accademiche, ed è autore di almeno una dozzina di libri, alcuni destinati al consumo popolare, altri di tipo accademico, tutti con sottotitoli più lunghi rispetto al titolo principale.
Il succo della sua corposa, densa ricerca è questo: la gente che ha vissuto qui migliaia di anni fa deve avere mangiato qualcosa.
Per ottenere il cibo, non andavano certo a comprarlo al supermercato. Coltivavano i loro alimenti e li coltivavano nelle terre aride del deserto.
Nabhan, che oggi ha 59 anni, ha dedicato il lavoro della sua vita a capire che cosa fossero quegli alimenti e, se possibile, per riportare in vita gli alimenti quasi estinti.
In tal modo, ha contribuito a stabilire una vera e propria lista “della spesa” degli alimenti autoctoni dell’Arizona: fagioli, noci, cereali, frutta, verdura e carni. Egli ha anche reso commestibile il suo lavoro accademico, stimolando i cuochi di casa e gli chef pluripremiati ad usare effettivamente questi reperti archeologici della culinaria.
"Non è come se stessimo custodendo a tutti i costi dei pezzi da museo", ha detto Nabhan, nella sua casa a nord della Patagonia. "Sono davvero buoni da gustare".
I rossi d’uovo della sua ricerca possono essere fatte in omelette - ripiene di pomodori “cimeli” Prescott e di cipolle I'itoi.
Il lavoro di Nabhan si basa su un'altra verità fondamentale del giardinaggio: i semi devono essere piantati, non è sufficiente conservarli. Essi perdono la propria efficacia dopo diversi anni. Occorre che qualcuno pianti il seme, si assicuri della sua crescita e sia presente per il raccolto - e la raccolta dei nuovi semi - per garantire che il ciclo si riproduca e continui.
Nabhan dice modestamente di se stesso che egli è semplicemente "un altro collegamento della catena" che si prolunga da migliaia di anni in questa parte di Arizona. Ma se non fosse per lui, un numero imprecisato di varietà di pomodoro, cipolla, fagioli e grano potrebbe essere scomparso dal pianeta per sempre. Nabhan, vincitore nel 1990 di una borsa MacArthur Foundation Genius, ha curato il suo giardino di lavoro per decenni. Ma gli ultimi anni hanno prodotto un raccolto fresco di risultati.
I movimenti biologici, che promuovono l’uso del cibo locale, che hanno fatto nascere nella società il fascino per la cucina e gli ingredienti a base regionale, hanno reso gli studi di Nabhan più popolari che mai e stanno spingendo cuochi e ristoranti a modificare le loro abitudini.
Chris Bianco, che ha aperto a Phoenix la Pizzeria Bianco ed è un premiato James Beard chef, sentito ha Nabhan parlare ad una conferenza presso " Meat and Wheat" nel mese di ottobre 2010 ed è stato ispirato a installare un mulino presso il suo ristorante Pane Bianco, sempre a Phoenix, in modo da poter fare la farina per la pasta direttamente dal grano Sonora, che Nabhan sta coltivando in un campo fuori Amado.
"Chef o altre persone potrebbero ottenere successo," Bianco ha detto, "ma niente di tutto ciò sarebbe possibile senza persone come Gary, che ci assicurano di avere con noi questi doni sino ad oggi."
Dopo aver letto un libro di Nabhan del 2001, "Coming Home to Eat", John Hall è stato ispirato a muoversi da Seattle e ha aperto il Canela Bistro a Sonoita, nel sud-est dell’Arizona, dove è cresciuto. Hall e il suo socio, Joy Vargo, si sono impegnati a usare ingredienti di provenienza locale quando hanno aperto il loro locale, nel 2005. Vargo ha detto che Nabhan ha insegnato a loro due a usare per frutta il fico d’india, come coltivare i fagioli mesquite e come fare la farina di yucca.
"I nativi americani si sono sviluppati scoprendo e inventando cose di questo tipo, mentre noi oggi diamo per scontate molte azioni che preludono all’elaborazione del cibo," ha detto Vargo.
Questo cibo del passato, Nabhan ha detto, deve far parte del nostro futuro, "perché ha un sapore così buono e cresce bene qui."
Nabhan aveva trascorso la giornata sulle praterie vicino a casa sua, in cerca di funghi.
Era un pomeriggio caldo e umido e, per rinfrescarsi, Nabhan ha fatto un frullato con un cetriolo libanese, di una varietà che ha la consistenza e il sapore di un melone dolce.
"Sembra proprio così rinfrescante e nutriente", ha detto, della miscela fangosa che comprendeva succhi di fico d'india e di lime. "Perché mai dovrei lasciar perdere?"
Nabhan non si sofferma tanto su come il pianeta abbia quasi perso tanti alimenti. Quelle risposte suonerebbero come prediche scontate. Le cause sono state: nascita di aziende industriali; il movimento della società nelle aree urbane, la meccanizzazione e l'omogeneizzazione dei prodotti alimentari.
Nabhan è più interessato a riportare questi alimenti nuovamente sul menù del ristorante e sui ripiani della cucina di casa - soprattutto in famiglie a basso reddito, sia negli Stati Uniti sia nel Messico, che potrebbero utilizzare la conoscenza per migliorare in ogni modo la loro disponibilità di cibo.
Questi saranno i punti focali del suo lavoro in corso con l'Università di Arizona. Nel mese di agosto, Nabhan è stato nominato presidente Kellogg nel Southwest Borderlands Food and Water Security. Ma il suo lavoro è solo una continuazione ed evoluzione di ciò che aveva iniziato nel 1983, quando ha co-fondato Native Seeds/SEARCH, alla ricerca di semi e storie.
"Io non sto facendo nulla di nuovo", ha detto. "Sto solo rinnovando una tradizione che era solo basata sul buon senso, per le persone comuni, in altri secoli".
Il suo giardino dispone di 40 alberi da frutta, 15 tipi di peperoncini, fichi, olive, carciofi, melanzane, gombo (okra), melograno e mele cotogne. Li ha piantati in diverse combinazioni e impostazioni, sperando di capire quali funzionano bene insieme. La maggior parte sono nativi dell’Arizona. Alcuni, come il cetriolo libanese, provengono da aree del Medio Oriente con climi simili a quello dell’Arizona.
Il cetriolo libanese è stato piantato sotto un albero di melograno, che la pianta della vite può usare come un traliccio.
Nabhan inoltre sta sperimentando la raccolta dell'acqua. Raccoglie il deflusso della pioggia dal suo tetto, inviandolo a una cisterna che alimenta un sistema di irrigazione a goccia. Usa anche vasche e diversi livelli di terrazzamento delle colture, che catturano lo scolo naturale l’una dopo l’altra.
Capire quali colture crescono in condizioni di siccità e, quando la pioggia cade, il modo migliore per raccoglierla, è importante se il profilo abituale del clima è caldo e asciutto, come in Arizona.
"Ci siamo presi il lusso di ignorare queste cose, quando le acque sotterranee erano abbondanti", ha detto Nabhan. "Ora abbiamo una sovrappopolazione e una gran concorrenza per l'acqua di cui abbiamo veramente bisogno, e sono nuovamente utili queste piante che crescono bene in regime di quasi siccità".
La soluzione del problema dovrebbe essere semplice, Nabhan dice, soprattutto perché la soluzione è così gustosa.
"Non mi sento di essere un missionario che converte la gente", ha detto Nabhan. "Sono le piante stesse che risultano convincenti."
Nabhan è cresciuto nella regione dei Grandi Laghi. Si ricorda feste in famiglia con la cucina libanese. Nei giardini e nei cortili crescevano quantità di verdure e spezie. "Il cibo era semplicemente fantastico," ricorda.
Nabhan ha abbandonato la scuola superiore, ma è stato in grado di iscriversi a un college di arti liberali, dove ha studiato botanica ed ecologia. Ha lavorato prima a Washington, DC, sede della Giornata della Terra nel 1970 e, negli anni successivi, si è trovato a testimoniare davanti al Congresso contro questioni come i brevetti aziendali su piante e colture geneticamente modificate.
E’ venuto in Arizona per frequentare il Prescott College, specializzato in studi ambientali, e ha favorito l'inizio di un giardino studentesco. I suoi studi lo hanno portato in tutto il mondo alla ricerca di testimonianze di cibi antichi, come i fagioli e le erbe selvatiche cresciuti nelle montagne dell'Arizona, nei dirupi del Messico e lungo le coste dell'India.
Ha concentrato le sue ricerche sul Tepary bean, un fagiolo che era stato importante per la vita dei nativi americani, ma era del tutto scomparso. C’erano pochi agricoltori nativi che ne mantenevano in corso la coltura, il fagiolo “pinto” è diventato onnipresente. Mentre curava la ricerca per la sua tesi di master, Nabhan ha trovato solo pochi coltivatori del fagiolo Tepary sulle terre tribali e un coltivatore commerciale superstite, in Coolidge.
Quell'uomo era pronto a rinunciare al proprio raccolto perché nessuno l'avrebbe acquistato.
Nabhan incontrò il coltivatore, il quale gli mostrò una stalla piena col raccolto di tre anni, circa 2000 sacchi da cinquanta chili, pieni di fagioli.
Nabhan, idealista di 26 anni, pensò che avrebbe potuto inserire di nuovo i fagioli nel mercato. Caricò il suo camioncino e guidò per tutta l’Arizona. Trovò acquirenti ben disposti, a partire dalle prenotazioni di quelle popolazioni che pensavano che quel tipo di fagioli fosse ormai introvabile.
Il fagiolo Tepary potrebbe trovare la sua strada nelle cucine di John Sharpe, riconosciuto chef James Beard che gestisce la Turquoise Room a Winslow, e di Janos Wilder, che dispone di un ristorante omonimo a Tucson. Sharpe utilizza il Tepary bianco, che ha un sapore dolce e pulito, nelle zuppe. Il fagiolo Tepary marrone, con il suo sapore di nocciola, va bene per cassoulet e brasati. Wilder ha detto che il Tepary marrone è interessante per fare "refritos", o fagioli fritti.
Il Tepary "è letteralmente ritornato dal rischio di estinzione nelle nostre vite," dice Nabhan, "e speriamo di fare lo stesso con altre cose, ma tutti hanno il proprio ritmo".
Nabhan ha iniziato a cercare di reintrodurre altre colture al mercato, per la gioia di chi lo circonda.
"Penso che i miei amici siano felici che io offra una diversificazione e non parli loro tutto il tempo di fagioli," ha detto.
Da allora ha introdotto, o rimpatriato, diverse varietà e dice che anche i loro nomi – La pesca Cling Sangue indiano, il grano Escondida blu e il fagiolo Sentiero Cherokee delle Lacrime - accennano alla loro ricca storia.
"Ci sono storie vissute, in quei nomi", ha detto. Si può ottenere le persone interessate. Vogliono mangiare cibi che trasmettono un senso del luogo, e della storia, così come il buon gusto. "La gente non si sceglie cosa mangiare in base al contenuto calorico", ha detto.
Nabhan è stato nutrito anche da storie narrate. Un pastore nella riserva Navajo gli ha raccontato che suo figlio gli ha chiesto se, dopo si era diplomato al college, poteva tornare e prendere il controllo del ranch di famiglia Churro dove si allevavano gli agnelli. Agnelli che erano venduti all’ingrosso per circa un dollaro al chilo, e ora si vendono a un prezzo di sei volte superiore, grazie a uno chef che apprezzato il sapore unico della sua carne magra.
"Avere un figlio che dice: 'Voglio essere un pastore e voglio andare a prendere un titolo di istruzione in modo da poterlo fare bene,' si tratta di un vero cambiamento", ha detto Nabhan. "Ora sono collegati al mercato alimentare globale. Non lo erano prima".
Nabhan camminava lungo un sentiero sporco sul fondo di una collina nei pressi della sua casa e fattoria. Afferrò manciate di una foglia verde che sembrava una pianta infestante e le mise in una borsa bianca. Era amaranto, una pianta che cresce spontaneamente in quella zona, soprattutto dopo le piogge monsoniche.
Storicamente, gli agricoltori mangiavano le foglie molto nutrienti di amaranto in attesa che le loro colture maturassero. Sembra che gli Aztechi masticassero semi di amaranto come si fa oggi con il popcorn o li mescolassero con sangue umano, raccolto durante i sacrifici rituali. I conquistadores spagnoli qualificarono questa pratica come pagana e vietarono l’uso della pianta, ha detto Nabhan. Ma persisteva nelle regioni montagnose del nord del Messico.
Nabhan ha trovato l’amaranto fuori Hermosillo, in Messico, per esempio. "Gli spagnoli non sono mai andati fino a là per raccontare loro che era vietato," ha detto. Dopo circa 20 minuti di raccolta - cercando le più grandi delle foglie dentellate - Nabhan ne aveva un recipiente pieno.
Aveva in mente di cucinarlo in una torta e servirlo nel corso di un incontro che avrebbe ospitato il giorno dopo per Cultivate Santa Cruz, un gruppo di agricoltori dell'area.
Ma voleva fare pratica e perfezionare la sua ricetta. Portò a casa la verdura, la lavò, la fece friggere in olio d'oliva e lasciò raffreddare. Cominciò a disporla su fogli di pasta fillo. Mise formaggio di capra locale tra gli strati, e fece cuocere fino a che non giunse a doratura.
"E 'come gli spinaci, ma meglio di qualsiasi tipo di spinaci che tu abbia mai assaggiato", dice. "Tanto più colore e sapore."
Di per sé, l'amaranto ha infatti il sapore degli spinaci più saporiti. Nella torta, era un po' perso nel formaggio di capra e nella pasta fillo.
Ma ogni boccone sembrava caldo e nutriente. Forse rimaneva il pensiero che ciò che veniva servito fosse stato appena tirato da steli che crescevano selvatici - piante che sarebbero state estirpate e buttate via, se avessero avuto il coraggio di apparire in un prato di gramigna nei sobborghi di Phoenix.
23/10/11 - Fonte: Arizona Republic
Traduzione: Liutprand
Chi sono i seed savers (conservatori di sementi)?
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| Cocomero americano 'Moon & Stars', una varietà molto rara. |
Silenziosamente, senza farsene un vanto, a proprie spese adottano e coltivano nei loro normali orti delle piante che altrimenti avrebbero rischiato la completa estinzione, conservandone i semi per ridistribuirli alle future generazioni: queste persone di genere un po' speciale sono chiamate con il nome di seed savers, salvatori di semi. Ma ciò che rende la loro azione degna di speciale considerazione è che non si stanno occupando di curiosità botaniche conosciute da pochi specialisti o di piante provenienti dalle mitiche foreste vergini. Il loro impegno è piuttosto rivolto a salvare dei vegetali molto più comuni e sotto gli occhi di tutti come patate, pomodori, peperoni, lattughe, cavoli, legumi, cereali e altri, usati dall'umanità come cibo. A rischio la biodiversità Se sia possibile che questi ortaggi possano rischiare l'estinzione non è certo in discussione e, senza dubbio, li continueremo a vedere sulle nostre tavole ancora a lungo. A rischiare invece di estinguersi per sempre è la biodiversità delle loro varietà, soprattutto di quelle più antiche e di quelle tradizionali dei popoli nativi che, assieme a quelle uscite dalla produzione e non più rimoltiplicate dalle ditte sementiere, senza i seed savers sarebbero condannate a scomparire.
I SEED SAVERS NEGLI USASono migliaia le varietà di ortaggi recuperate e tenute in vita dai seed savers: oltre ventimila quelle salvate dall'associazione americana Seed Savers Exchange www.seedsavers.org, che opera dal 1975 e che, con oltre 8.000 soci, è sicuramente il gruppo più attivo e meglio strutturato del pianeta. Il loro annuario, un volume di 500 pagine in carta riciclata stampate con inchiostro di soia, permette ai soci di entrare in contatto fra di loro per scambiarsi i semi delle piante mantenute in vita e contiene rari tesori della genetica vegetale: oltre 5.000 varietà di pomodori, provenienti da tutto il mondo, di tutte le forme e toni di colore bianco, giallo, arancione, rosso e violetto; i mais multicolori, i fagioli e le zucche delle tribù native americane; 400 diversi tipi di meloni di cui la maggior parte antichi almeno di un secolo; 1.200 peperoni di cui una parte provenienti dalle culture amerinde precolombiane; e ancora 850 tipi diversi di lattughe, 900 di piselli, 135 di melanzane, 150 vecchie varietà di girasole, una collezione di 200 tipi di aglio e l'elenco sarebbe ancora molto lungo.
In una fattoria in legno costruita appositamente nello stato dello Iowa ha sede il loro quartier generale con i suoi uffici, la sua banca semi, una fornitissima biblioteca e, naturalmente, 12 orti conservativi coltivati con metodo organico dove ogni anno vengono moltiplicati in purezza i semi di almeno 2.000 varietà. Durante l'estate questo luogo diventa un parco aperto al pubblico per mostrare la biodiversità dal vivo. Sono migliaia i visitatori che possono accedere al percorso organizzato all'interno della fattoria e vedere oltre agli orti, il frutteto storico che conserva 700 diverse specie di mele del 1800 più 200 varietà di uva e il recinto dove sono ospitati alcune decine di capi di una razza di bovini bianchi, estremamente rara e antica, chiamata White Park. Sempre in estate vengono organizzati dei corsi per i seed savers che vogliono imparare le tecniche di coltivazione biologica e di conservazione dei semi e anche dei momenti di convivialità, con musica e danze popolari.
Seed Savers Exchange, pur essendo un'associazione non lucrativa, riesce ad autofinanziarsi pienamente grazie alle quote associative e alle sue attività. A causa invece della dipendenza dai finanziamenti pubblici, le banche semi istituzionali rischiano spesso di disperdere il loro patrimonio genetico conservato nei frigoriferi, minacciate come sono dai tagli alla spesa operati dagli stati impegnati a risanare i loro deficit sempre in aumento. Seed Savers Exchange invece potrà conservare in vita i suoi preziosi e antichi ortaggi a tempo indefinito grazie alla rete di membri che sono coinvolti in questa operazione di salvataggio genetico della biodiversità. Ognuno di essi adotta almeno una pianta e con una piccola quota associativa, che gli dà diritto a ricevere il catalogo e altre due pubblicazioni semestrali, rende possibile il futuro all'associazione.
IL SEED SAVERS' NETWORK IN AUSTRALIA
Sulla scia dell'esempio dato da questo movimento spontaneo altri ne sono sorti altrove. È il caso di Seed Savers' Network www.seedsavers.net, il progetto nato in Australia, che cura la collezione e la conservazione dei semi della cultura indigena e degli ortaggi importati nel continente dagli emigranti. È stupefacente infatti scoprire quante antiche varietà italiane sono state recuperate presso quelle famiglie che per generazioni hanno continuato a coltivare gli ortaggi dei loro avi emigranti e che oggi sono offerte nelle newsletters dell'associazione, quando in Italia di molte di queste non si trova più traccia. Ma degno di ammirazione è soprattutto lo sforzo compiuto da questa organizzazione nel conservare e ridistribuire alle popolazioni native i semi dei cibi della loro cultura. Un tempo misconosciuti o disprezzati dagli europei e abbandonati dagli indigeni a favore di quelli importati dai colonizzatori, grazie al progetto Hands-on-Seeds, questi cibi sono tornati di moda e sono entrati nei menù dei ristoranti, similmente a ciò che è successo in Italia per il farro, e negli orti di oltre 1.500 scuole di base affinché le generazioni più giovani degli indigeni possano ritornare a coltivarli per il proprio sostentamento e per un mercato in espansione. Questa organizzazione cura anche una banca semi che conserva 5.500 varietà, un sito internet e un circuito di scambio semi fra i seed savers associati.
LA SITUAZIONE IN EUROPA
Anche in Europa esiste una nutrita presenza di gruppi nazionali di seed savers: abbiamo i guardiani dei semi del Henry Doubleday Research Association nel Regno Unito, Arche Noah in Austria, il gruppo VEN in Germania, CEIDER in Spagna, SAVE in Svizzera che si occupa anche di conservazione animale, Sesam per i semi dei paesi Scandinavi, Court of Eden che opera per i Paesi Bassi e, infine, l'associazione dei Seed Savers irlandesi molto impegnata anche sul fronte delle vecchie varietà di alberi da frutto, senza citarle tutte.
I SEED SAVERS IN ITALIA
In Italia è presente Civiltà Contadina, un'associazione dedita a progetti di recupero della cultura rurale che ha deciso di dedicare risorse ed energie a progetti di salvaguardia di ciò che rimane della biodiversità del patrimonio di ortaggi e alberi da frutto italiani.
Sono infatti molte le varietà che si sono estinte sotto la pressione del fenomeno dell'erosione genetica. Ecco alcuni esempi: delle 25 varietà di cocomero italiane coltivate all'inizio del secolo ne rimane in vita una sola, il moscadello a pasta gialla, i cui semi sono conservati nei frigoriferi dell'orto botanico di Lucca. Le altre si sono del tutto completamente perse, sostituite con quelle di provenienza americana. Che sapore aveva il cocomero detto la romagnola, molto stimato nei cataloghi di sementi del periodo anteguerra? Non lo sapremo mai. Sono invece 33 le varietà italiane di broccolo scomparse senza essere state sottoposte ad alcuna forma di conservazione: che fine hanno fatto il broccolo nero di Sicilia o quello chiamato lingua di passero, solo per citarne un paio? E che dire delle 400 varietà di frumento coltivate in Italia all'inizio del secolo ed ora completamente sostituite da circa un centinaio di moderne varietà? Quante di quelle antiche sono ancora rintracciabili nei tabulati delle banche del germoplasma? E che fine ha fatto la varietà di pomodoro chiamata Re Umberto, conosciuto in Italia e all'estero fin dalla seconda metà del secolo scorso, venduto fino agli anni '60 in molti cataloghi ed ora scomparso senza lasciare traccia? Eppure da un libro dell'epoca venne definito come uno straordinario produttore di pomodori di colore rosso scarlatto dalla forma di uovo.
MA DOVE SONO I SEMI ANTICHI?
Spesso i migliori ritrovamenti avvengono negli orti di anziani che non hanno mai voluto comprare le sementi offerte dai negozi nelle bustine di alluminio e che continuano ancora a coltivare quelle degli avi. Alle volte lo fanno per alimentare un caro ricordo, ma più spesso perché riconoscono che il gusto e la resistenza alle avversità e alle malattie di questi antichi ortaggi è superiore che nelle varietà moderne. Ma poi c'è anche il motivo della tradizione gastronomica popolare locale che necessità di ingredienti speciali i cui semi nessuna ditta sementiera inserirà mai nel proprio catalogo per lo scarso interesse commerciale che rivestono, come per la carota nera di Viterbo.
CERCASI SEED SAVERS IN ITALIA
Purtroppo la sopravvivenza di queste rare varietà del passato, preziose perché frutto della sapiente selezione genetica operata nel corso di intere generazioni di
agricoltori, è strettamente dipendente dalla vita di chi le sta ancora coltivando. Ma che succederà quando l'anziano agricoltore sarà costretto dall'età a lasciare il suo orto? Chi rileverà questa eredità?
Per questo motivo è indispensabile che anche qui in Italia inizino ad operare dei seed savers per cercare e salvare le numerose varietà locali che lentamente cedono il passo alle mostruosità biotecnologiche delle piante manipolate geneticamente solo per alimentare di ricchi proventi finanziari le multinazionali dell'agrochimica che già controllano il mercato mondiale delle sementi. Se non resteranno più semi antichi saremo costretti a mangiare cibi prodotti da semi manipolati, brevettati e che pagano royalties ai loro inventori. Mentre sto per finire di scrivere il mio pensiero va al seme di un antico ortaggio chiuso forse in un barattolo o in un cassetto. È arrivato fino alle soglie del duemila passando di mano in mano per infinite persone, acquisendo dei caratteri genetici che lo rendono unico ma sta perdendo lentamente la sua vitalità desiderando tornare nella terra. Sta aspettando che lo trovi un seed saver, prima di perdersi nell'oblio del nulla. Per sempre.
Alberto Olivucci
Presidente di Civiltà Contadina
27/05/11 - Fonte: Civilta Contadina
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