sabato 8 gennaio 2011

Vergogna a Guantanamo

Il matematico Piergiorgio Odifreddi
Non si sa se ridere, o se piangere. Uno dei detenuti nel lager di Guantanamo ha finalmente potuto essere processato da un tribunale civile. E il risultato è stato che, delle 286 imputazioni a suo carico, 285 sono cadute. Una di esse accusava il povero Ahmed Khaifan Ghailani dell’esecuzione materiale degli attentati del 1998 contro le ambasciate statunitensi del Kenia e della Tanzania, in cui c’erano state 224 vittime.

L’unica imputazione rimasta in piedi riguarda la fornitura di esplosivi ai terroristi, con l’accusa di «aver cospirato per distruggere beni di proprietà degli Stati Uniti». Ma che sensibilità rivelano questi americani, quando si tratta delle cose loro! Ne avessero altrettante per le cose altrui, però, avrebbero lasciato da tempo la base di Guantanamo, che mantengono con la forza da quando Cuba si liberò del dittatore Batista, loro amico e alleato: cioè, da più di sessant’anni.

Il governo castrista, col quale gli Stati Uniti non intrattengono rapporti diplomatici, ha sempre chiesto agli Stati Uniti di abbandonare la base. Essi invece rivendicano il diritto di rimanerci, in base a una concessione perpetua estorta nel 1903 al primo presidente-fantoccio dell’isola, dopo che Cuba era passata sotto il loro dominio in seguito alla guerra Ispano-Americana del 1898.

Su questo territorio coloniale, gli Stati Uniti hanno impiantato nel 2002 il notorio lager per i prigionieri della cosiddetta «guerra al terrorismo», benchè la concessione di un secolo fa limiti l’uso del territorio alle attività minerarie e navali. L’illegalità formale del lager si sovrappone dunque alla prevaricazione sostanziale dell’esistenza stessa della base.

Le condizioni vergognose della detenzione nel lager hanno spinto Amnesty International nel 2005, e le Nazioni Unite e la Comunità Europea nel 2006, a chiederne la chiusura. Il presidente Obama ha promesso di farlo, ma finora la sua presidenza non si è distinta da quella di Bush, in questo come in altri campi: ad esempio, la guerra in Afghanistan. Il lager resta dunque in funzione, e il Senato ha stabilito nel 2009 che tale rimanga per il futuro prossimo.

La vicenda di Ghailani rivela, se ancora ce ne fosse stato bisogno, i fini di propaganda e i mezzi di disinformazione dell’intera politica antiterroristica degli Stati Uniti, cosí acriticamente condivisa da tutto l’Occidente. Dopo essere stato infatti definito dall’FBI come uno dei «terroristi più ricercati», con una taglia di 5 milioni di dollari sulla testa, nel 2004 il ministro della Giustizia di Bush lo additò come membro di un commando di Al Qaeda in procinto di effettuare un attentato negli Stati Uniti.

I Democratici bollarono la rivelazione come una sospetta propaganda elettorale, in un anno di elezioni. Puntualmente, quando Ghailani fu arrestato in Pakistan, insieme alla moglie e ai figli, la notizia della sua cattura non fu divulgata per quattro giorni, e venne diffusa solo poche ore prima della conclusione della Convention Democratica, per rubare la scena al neocandidato presidenziale Kerry.

Dopo aver passato cinque anni nel lager di Guantanamo, come «nemico combattente», Ghailani fu trasferito a New York nel 2009, per il processo civile che oggi, finalmente, ha sollevato un lembo del grande velo sotto cui vengono da dieci anni spazzate le sporcizie della guerra al terrorismo. Anche con la nostra connivenza.

(Piergiorgio Odifreddi, 18 nov 2010, Fonte )

venerdì 7 gennaio 2011

Centinaia di uccelli muoiono a Faenza, come in Canada, Usa e Svezia

Ravenna, 7 gen. - (Adnkronos) - Sono circa 400 le tortore trovate morte a Faenza, in provincia di Ravenna, nei pressi della distilleria Tampieri, che produce olii alimentari. Oltre 270 esemplari sono stati raccolti dagli uomini del Corpo forestale domenica scorsa nelle vicinanze dello stabilimento, altre 70 il giorno successivo e ancora una cinquantina nei giorni scorsi.

Al momento non è chiara la causa della moria degli uccelli ed i tecnici sono al lavoro per capire cosa abbia provocato la morte dei volatili. "Abbiamo inviato alcuni esemplari raccolti domenica all'Istituto Zooprofilattico sperimantale di Lugo di Ravenna - spiega all'ADNKRONOS Anna Mazzini, responsabile del Nucleo investigativo di polizia ambientale e forestale del comando pronciale di Ravenna - e ora attendiamo gli esiti degli esami".

Nel frattempo, prosegue Mazzini, "abbiamo effettuato alcune indagini e dei prelievi dal materiale stoccato dalla distilleria". Si tratta per lo più di residui di granaglie, semi di mais e di girasole di cui sono ghiotte non solo le tortore ma anche i piccioni. Di questi ultimi uccelli però non è stato trovato alcun esemplare morto. Secondo quanto risulta all'Arpa e all'Ausl il fenomeno non sarebbe nuovo. Della vicenda si sta occupando anche il Wwf che ha inoltrato la prima segnalazione al Corpo Forestale.

La moria di merli dalle ali rosse verificatasi a Beebe in Arkansas, avvenuta la sera del 31 dicembre, è stata la prima di una serie di strane morti che hanno riguardato uccelli e pesci. Sempre in Arkansas pochi giorni dopo, sono stati trovati morti circa 100mila pesci tamburo nel fiume Arkansas.

Il caso di Capodanno è "un avvenimento già accaduto ma del tutto casuale", ha affermato Massimiliano Rocco, Wwf Italia. "Tra le diverse possibili cause - prosegue - si sta indagando soprattutto su probabili colpi subiti causati dallo scoppio dei botti. Stando a quanto riferito dagli esperti americani infatti - spiega Rocco - lo stormo di uccelli si sarebbe trovato, per sua sfortuna, nel pieno dei botti di fine anno. Lo stress, la confusione, causata dagli scoppi, e il buio avrebbero causato il collasso".

Sempre negli Stati Uniti, a distanza di poco, altri 500 uccelli sono stati ritrovati su un'autostrada vicino a Baton Rouge, capitale della Lousiana, a circa 500 chilometri da Beebe. Tempo due giorni, e anche nel Kentucky si è verificata una strage di merli. Ma la misteriosa moria ha raggiunto anche l'Europa il 5 gennaio. In Svezia, infatti, nei dintorni della cittadina di Falkoeping, si è verificata la morte di una cinquantina di corvi.

Anche in questo caso, non sarebbe stato un virus a provocare la morte. A escluderlo sono stati gli esperti dell'Istituto nazionale di Veterinaria Marianne Elvander. Dalle autopsie eseguite su cinque esemplari risulterebbe che a uccidere gli uccelli sarebbero state fortissime emorragie interne. Emorragie provocate, secondo alcuni ornitologi, da possibili violenti impatti contro edifici e veicoli. Gli scienziati sostengono che gli stormi sarebbero stati svegliati nel cuore della notte dal forte freddo e che completamente disorientati nel loro volo alla ricerca di aree più miti sarebbero finiti contro i palazzi.

Sovraffollamento, pestaggi d'ordinanza e celle di isolamento senza indumenti e coperte

"Silenzio o botte". La vergogna delle carceri italiane.

Ok, in Italia non c'è la pena di morte e anche l'ergastolo di fatto non è quasi mai applicato per tutta una serie di benefici di legge... Ma la condizione dei carcerati è comunque terribile, considerata spesso peggio della morte vista l'alta percentuale di suicidi (o omicidi?) degli ultimi anni. I diritti umani più elementari dei detenuti vengono continuamente e deliberatamente calpestati. E poi ci stupiamo se il Brasile non concede l'estradizione a Battisti? Ma ci rendiamo conto dell'ipocrisia dei nostri governanti? Avessimo almeno reso giustizia alle tante famiglie vittime delle bombe di stato e dell'estrema destra deflagrate tra gli anni ' 70 e '80, avessimo trovato e condannato almeno gli esecutori, se non i mandanti, delle stragi di Piazza della Loggia o della stazione di Bologna! Battisti è stato arrestato in Brasile e in Brasile è attualmente rinchiuso in carcere. Senza scomodare gli accordi internazionali, che non prevedono l'estradizione quando questa comporti un peggioramento della pena, visto che il Brasile ha abolito l'ergastolo mentre l'Italia no, e che la decisione di Lula non fa altro che rispettare leggi e trattati internazionali, quali credenziali ha la giustizia italiana in più rispetto a quella brasiliana? Siamo davvero convinti che la nostra giustiza sia migliore della loro? Teniamoci per un attimo questo dubbio, riflettiamoci su. Intanto, per non farci mancare nulla, leggiamo questa testimonianza di un detenuto riunchiuso nelle benemerite patrie galere e...vergognamoci, anche solo per un po'. Alla faccia del rispetto dei diritti umani di cui tanto ci facciamo paladini nel mondo!


"È piccolo il carcere di Livorno. Piccolo e dimenticato, ma dentro grande è la disperazione, l'abbandono. Le mura del carcere più che imprigionare sembrano voler impedire che si sappia cosa accade lì. Ho passato anni in una cella di dieci metri quadri. Dentro ci stavamo in sei e a volte sette. Uno sopra l'altro. Si stava in una condizione invivibile, lo spazio per muoverci era minimo, si faceva a turni per alzarsi dalla branda ed eravamo costretti a stare chiusi in quella cella per ventun ore al giorno. L'ora d'aria in un cortiletto era l'appuntamento più atteso del giorno. Dal cesso usciva la merda, soprattutto di notte come un rigurgito delle fogne, e la salsedine del mare faceva marcire tutto: mura, sbarre e noi stessi detenuti esposti a un'umidità che ci spaccava le ossa. Tra di noi c'erano anche ragazzi stranieri. Poveracci. Sono loro che, senza neanche poter usare la parola, se la vedono peggio. Li vedi in silenzio per giorni e giorni, poi all'improvviso te li trovi per terra in cella con le braccia tagliate, in una pozza di sangue. In carcere c'è un metodo per tutto, anche per farsi più male con una lametta. Un capitolo a parte è il regime di disciplina. Alle guardie non si può chiedere nulla. Questa è la regola per sopravvivere lì dentro. Stare zitto. Se un detenuto domanda anche un semplice foglio di carta o una medicina rischia la cella liscia. La scena è questa: tu chiedi una cosa, l'agente arriva e ti risponde male. A quel punto se stai zitto, va tutto bene ma se reagisci ti menano lì o ti portano nella cella liscia. Io una volta ci sono stato. Una sera di novembre sono arrivati in cinque, mi hanno preso, mi hanno portato giù nella cella liscia. Mi hanno fatto spogliare. Per sei giorni sono rimasto nella cella di isolamento in mutande. Dormivo su un materasso buttato a terra e senza una coperta. Nudo, rannicchiato su quel materasso non sapevo più cosa ero. In quella cella non puoi chiedere aiuto perché loro chiudono anche il blindato, che è una porta di ferro. Nessuno ti può sentire. O meglio, devi sperare che non ti senta nessuno, perché il peggio deve arrivare. Una notte mi misi ad urlare e mi hanno sentito. Pochi minuti di silenzio, poi uno sbattere di cancelli e un rumore di passi pesanti sempre più forte. Mi sono messo in un angolo della cella per cercare riparo. Sono entrati e mi hanno picchiato. Erano sei o sette guardie, con guanti e con gli scarponi che in cima hanno il ferro. Mi hanno spaccato la faccia. Il mio non è un caso isolato, non ero il solo nel carcere di Livorno a subire questo trattamento. Ho visto tanti detenuti presi e portati via. Quando tornavano in cella avevano i lividi addosso, spaccati in faccia e gli occhi pesti. Una cosa va detta, ed è che il problema non sono le guardie, è che quando metti così tanta gente insieme è ovvio che si degeneri. Devi stare zitto, altro che rieducazione. Silenzio o botte. Difficile in un posto come il carcere di Livorno capire chi è vittima e chi è carnefice, cosa è giusto o cosa non lo è. Ci si scontra, come auto nella nebbia." (Mario, 43 anni)

Lettera dal carcere tratta da Fenix

mercoledì 5 gennaio 2011

Soy cubana


Lo grito a los cuatro vientos
ni corta ni perezosa
porque nací en ese suelo.
Soy un latir de tambores
soy una rumba flamenca
la esencia misma y la herencia
de negros y de españoles.

Soy a la vida pasiones
mis hermanos, los del mundo
doy amor a manos llenas
si por ésto me condenan
les ruego que me perdonen.

Soy atrevida y osada
soy verdad en la garganta
pero doy desde el quebranto
una flor para el amigo.

Doy todo lo que yo soy
ofrezco todo el verdor
de las palmas de mi tierra
y la igualdad sin fronteras
que aprendí por los caminos.

Sólo te ofrezco mis manos
con ellas el corazón,
lo más valioso que tengo
mi alma sin condición
unos brazos extendidos
a la justicia, al amor.

Orgullo de haber nacido
en mi tierra caribeña,
lo canto en trova y en versos
y si quiero en si bemol
porque con toda razón
soy parte del universo,
un caimán en nuestra américa
que duerme sobre las olas.

Lo digo a los cuatro vientos
me acompañan las mañanas
en cada despertar un grito
desde mi naturaleza
la que esgrime con grandeza
mi orgullo de ser, cubana.

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TRADUZIONE in italiano

Lo grido ai quattro venti
ne' tagliente ne' indolente
poiché nacqui su questo suolo.
Sono un battere di tamburi
sono una rumba flamenca
l'essenza stessa e il patrimonio
dei neri e degli spagnoli.

Sono appassionata alla vita
i miei fratelli, quelli del mondo
do amore a piene mani
se mi condannate per questo
vi prego di perdonarmi.

Sono coraggiosa e audace
veritiera nel parlare
ma nel dolore dono
un fiore per l'amico.

Io do tutto ciò che sono
offro tutto il verde
delle palme della mia terra
e l'uguaglianza senza frontiere
che ho imparato lungo il cammino.

Ho solo le mie mani da offrirti
e con loro il mio cuore,
la cosa più preziosa che ho
la mia anima senza condizioni
le braccia tese
alla giustizia, all'amore.

L'orgoglio di essere nata
nella mia terra caraibica
lo canto in strofe e versi
e se voglio in Si Bemolle
perché giustamente
sono parte dell'universo,
un alligatore nella nostra America
che dorme sulle onde.

Lo dico ai quattro venti
che mi accompagnano ogni mattina
ad ogni risveglio un grido
dalla mia natura
quella che proclama con grandezza
il mio orgoglio di essere, cubana.

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