lunedì 29 agosto 2011

Minà: "Il mio viaggio tra i giovani nell'isola di Fidel che resiste"

Alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia il docufilm itinerante "Cuba in the age of Obama". Ritratto di un Paese che "con la sua vita spartana sta sopportando meglio la crisi". E sullo sfondo il rapporto irrisolto con gli Usa. E in Italia? "Informazione carente, io epurato dalla Rai da anni"

di CLAUDIA MORGOGLIONE


I SENTIERI della rivoluzione di Fidel Castro lui, Gianni Minà, li ha già percorsi altre volte, come inviato e come regista. Ma Cuba in the age of Obama - docufilm di scena il 7 e l'8 settembre alla prossima Mostra del cinema di Venezia, all'interno delle Giornate degli autori - è e vuole essere il coronamento delle precedenti esperienze e riflessioni del giornalista. Il tutto raccontato nella forma del viaggio, un tour inedito dall'Avana a Guantanamo ascoltando soprattutto i giovani: studenti di medicina, d'arte, di danza. "Per mostrare - spiega lui - una realtà su cui l'informazione è carente: visto che nessuno racconta queste cose, le faccio vedere io".
 

LE IMMAGINI / IL VIDEO

Minà, com'è nato questo progetto?
"Sono trent'anni che frequento Cuba, anche dopo la fine delle ideologie: comunismo, capitalismo... Mi piaceva tentare di capire dopo 50 anni come mai sia sopravvissuta, smentendo sempre tutti. E' ancora lì, e soffre meno i fallimento dell'economia globale e neoliberale: questo perché è un paese che ha una vita spartana, c'è molta solidarietà tra le gente. Da piccolo esperto di Cuba e di America Latina, vedo come si sia sviluppata lì una coscienza collettiva e solidale: questo è il suo segreto. Anche il dissidente, che è più ricco, non nega il suo aiuto".

Quale episodio che vediamo nel film l'ha colpita particolarmente?
"Noi giornalisti andiamo in un Paese, prendiamo un  taxi, parliamo col tassista e riteniamo di aver capito tutto. Ma anch'io, una traversata così nelle viscere dell'isola non l'avevo mai fatta. Mi ha colpito che è l'unico paese che, anche nelle zone interne, non solo nelle città, ha tutte le cose fondamentali per la sopravvivenza e per la vita: una casa col bagno, un'organizzazione educativa, una sanità che funziona benissimo. Cose che in America Latina non hanno tutti. Cuba ha organizzato  ponti arei per operare agli occhi 500 mila persone che la fame aveva fatto ammalare: anche questo è un modo di fare diplomazia. Così come aver formato 10 mila medici di altri Paesi dell'area".

Lei cita solo luci. E le ombre?
"Il partito, che è presente ovunque. A me che ho avuto la fortuna di non aver frequentato partiti in Italia, e infatti da anni sono epurato in Rai, la cosa mi sorprende negativamente".

C'è poi la questione dei diritti umani violati.
"In Colombia hanno scoperto una fossa comune con duemila cadaveri. Ma lì il presidente non è stato citato al Tribunale dell'Aja. E in Messico, con i tanti omicidi e il narcotraffico? Ma di cosa stiamo parlando? Gli ultimi dissidenti a Cuba li hanno liberati quest'anno mandandoli con tutte le famiglie in Spagna. Ma loro vogliono tornare. Certo, a volte anche la risposta cubana, con la sindrome dell'assedio, è troppo dura: comincino gli Usa a non rompere tanto le scatole, e andrà meglio".

La parola Obama nel titolo non è casuale...
"Come tutte le persone sinceramente democratiche, so che se non si otterrà da lui, un cambio delle relazioni non lo avremo per chissà quanto tempo. Per ora c'è poca roba: giusto aprire un pochino ai viaggi a Cuba. E poi qualche giorno fa c'è stato un passo indietro: Cuba è stata inserita nell'elenco degli Stati canaglia, promotori del terrorismo. Oltre al danno una beffa: basta pensare che le vittime cubane di attentati organizzati in Florida, e messi in atto sull'isola, sono state tremila...". Il giudizio, a breve, spetterà ai cinefili veneziani.

(27 agosto 2011)

Fonte

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