martedì 15 febbraio 2011

L’Iran esalta le rivolte, ma non a casa propria

di Fiamma Nirenstein

Gli ayatollah avevano aizzato le proteste in Egitto e Tunisia. Ieri però la rabbia popolare è esplosa contro di loro e la risposta è stata la dura repressione. Dopo aver scaricato Mubarak, ora Obama non potrà negare sostegno a chi chiede libertà a Teheran.

Magari il popolo iraniano fosse davvero giunto ieri, con le sue manifestazioni che già costano feriti e morti, nella grande rivoluzione del mondo islamico. Magari queste ore di scontri nel centro di Teheran e a Isfahan preparassero un improvviso e fortunoso balzo persiano nella democrazia, contro un governo che ha il record di violazioni dei diritti umani con le sue pubbliche impiccagioni di omosessuali, dissidenti, donne, un regime che prepara la bomba atomica per distruggere Israele e l’Occidente.

Se così fosse, questo evento avrebbe due caratteristiche straordinarie: l’ironia e un totale rivolgimento strategico rispetto a tutte le rivoluzioni in atto nel mondo musulmano.

L’ironia: nei giorni della rivoluzione egiziana e in quelle limitrofe, il supremo leader Khamenei, seguito da Ahmadinejad, ha solennemente dichiarato che era stata la rivoluzione iraniana del ’79 a ispirare la rivolta egiziana. È chiaro che non è affatto vero, semmai gli egiziani sono stati ispirati dal movimento che ha sfidato gli ayatollah e i risultati elettorali nel 2009. Ma i leader iraniani hanno voluto indire per ieri un corteo di sostegno alla rivoluzione egiziana, in realtà un modo di affermare il loro paternalismo egemonico su tutto il Medio Oriente e di annunciare la fine di Israele e dell’America. Ma così facendo Ahmadinejad e i vecchi ayatollah hanno svegliato il Popolo Verde del 2009, che ha indetto a sua volta una manifestazione, prontamente proibita dal regime. Il regime ha nei giorni scorsi proceduto a mettere i leader Verdi Moussavi e Karroubi agli arresti domiciliari, a compiere arresti di massa fra i giovani, e a procedere, si dice, ad una ondata di esecuzioni. Eppure nel buio di Teheran nelle ore dell’alba invernale in questi giorni la capitale si è riempita per giorni di canti che insieme ad «Allah è grande» intonano senza paura «Morte al dittatore», e ieri una enorme folla ha invaso la piazza. Che beffa per Ahmadinejad.

Così la strumentale esaltazione della rivoluzione egiziana da parte degli ayatollah finisce ironicamente nel risveglio del movimento che li vuole disperatamente rovesciare. Già un iraniano mi racconta la storia di un’eroina che ha cercato di gettarsi dalla finestra vestita di panni verdi, ma i basiji l’hanno fermata e portata e via, e non si conosce il suo destino. Una nuova Neda per una nuova rivoluzione anti khomeinista.

Il successo di questa nuova rivoluzione cambierebbe completamente tutte le carte sul tavolo mediorientale e renderebbe molto più vera la ricerca della libertà per il mondo islamico: infatti l’Iran cerca in questi giorni di imporre un suo marchio sulle rivoluzioni in corso, di estremizzarle e di volgerle in chiave religiosa e belligerante.

Nell’attuale rivoluzione nei Paesi musulmani non è certo l’aspirazione alla libertà, concetto estraneo all’Iran, che deve essere protetta, ma piuttosto la nuova disponibilità a diventare parte del suo sistema di alleanze e di potere. Un accordo fra sciiti come l’Iran insieme al Libano degli Hezbollah, e i sunniti egiziani, (con l’intervento attivo dei Fratelli Musulmani), e con i palestinesi di Hamas, può dare all’Iran il ruolo di Stato guida. La Siria è già nella sua sfera di potere.

La deriva estremista trascina verso nuove guerre. Senza un Iran aggressivo e integralista, la democrazia avrebbe molte più speranze. Inoltre, nel momento in cui Obama ha abbandonato il suo alleato più importante, l’Egitto, l’Iran si è subito offerto come nuovo amico, e con un certo successo: nei porti dell’Arabia Saudita si scorgono per la prima volta le sue navi. Ma Ahmadinejad siede anche lui su una zattera in un mare agitato: ieri durante le manifestazioni a Teheran lo si poteva vedere accanto ad Abdullah Gül, presidente della Turchia in visita. Anche l’ospite, di fronte alle notizie degli scontri, ha dovuto dire che bisogna ascoltare i popolo e si è schierato col popolo in piazza. Certo pensava alla sua casa, come tutti in Medio Oriente oggi.

Teheran si è mostrata troppo sicura di fronte alla nuova enorme attenzione mondiale sulla democrazia. Se la folla seguirà l’esempio egiziano riuscendo a restare in piazza senza tornare a casa, se, speriamo di no, i basiji spareranno come hanno fatto nel 2009 è difficile che stavolta Obama possa voltarsi dall’altra parte come ha fatto cinicamente allora. Troppe ne ha dette in queste settimane contro i dittatori e per i popoli che cercano la libertà per tirarsi indietro adesso, anche se ormai ci siamo abituati alle sue più strane giravolte. Un segnale positivo viene dalle dichiarazioni di Hillary Clinton che ha detto che Washington sostiene le aspirazioni dell’opposizione iraniana, intimando a Teheran di non usare la violenza contro i manifestanti. Tuttavia si può affermare che l’atmosfera generale adesso è molto più favorevole a una rivoluzione iraniana di quanto non lo fosse nel 2009, e un suo esito positivo risulterebbe rassicurante anche per la marcia del popolo musulmano verso la democrazia.

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