venerdì 14 gennaio 2011

Gino Donè Paro: l’amico italiano di Fidel Castro e Che Guevara

La prima volta che sentii parlare di Gino Donè fu nel 2004, in occasione del mio primo viaggio a Cuba. Di lui me ne parlò sua nipote Silvana, una mia carissima amica. Suo zio Gino fu l’unico italiano, o meglio l’unico europeo, tra i rivoluzionari che sbarcarono a Cuba in compagnia di Fidel Castro e Che Guevara.

Silvana mi mostrò un settimanale nel quale c’era un articolo su di lui con relative foto. Non contenta, gli telefonò e me lo passò: devo dire che, dalla voce, mi sembrò una persona molto più giovane e divertente. Voleva parlare in dialetto veneto, ma inevitabilmente scivolava sullo spagnolo con accento inglese. Mi augurò buon viaggio e mi disse di andarlo a trovare quando fossi tornata, per raccontargli le mie impressioni; poi gli passai il mio compagno cubano e, saputo che era di S. Clara, gli raccontò un po’ di aneddoti del periodo che lui passò in quella città.

Quando tornai da Cuba, incontrai finalmente Gino di persona. Fu emozionante parlare con lui, stupendo ed affascinante, anche se era parecchio avanti con gli anni (un po’ come Sean Connery che è sempre in auge). Nonostante l’età era ancora un bell’uomo, occhi azzurri e barba. Quando gli chiedevi della sua vita a Cuba gli brillavano gli occhi e si immergeva totalmente in quel lontano passato e raccontava…

Ripercorro la sua vita attraverso alcuni brani tratti dal sito http://www.venceremos.it/, dalla biografia di Gianfranco Ginestri e dal Gazzettino di Venezia:

“Gino Donè nacque a Monastier di Treviso nel 1924. Fu un uomo generoso e schivo, dopo la sua impresa straordinaria si era ritirò nel silenzio per anni, accennando alle avventure vissute con un sorriso ironico, come fossero cose normali, di tutti i giorni.

Non si vantò mai di niente, veniva invitato da tutte le associazioni che si occupano di Cuba ed esibito come un fiore all’occhiello. Lui era una persona troppo intelligente per protestare e stava al gioco.

La sua infanzia fu molto dura. Nonostante la povertà, riuscì comunque a frequentare le scuole professionali. Successivamente fu costretto ad arruolarsi in guerra. L’ 8 settembre 1943 era a Pola. Tornato a casa si unì ai partigiani; combattè i nazifascismi nelle paludi fra Carole e Jesolo. Era lui ad andare a prendere i soldati inglesi e americani, scappati dalle maglie dei nazisti, ed accompagnarli ai sottomarini che li attendevano al largo di Caorle.

Decise di espatriare dopo la guerra :”perché in Italia, se dicevi di essere stato partigiano, ti guardavano male, pensavano che fossimo tutti dei banditi”.

Si stabilì ad Amburgo, dove una sera, vedendo una bellissima nave scintillante, si imbarcò di nascosto, senza soldi né documenti. Quella nave andava a Cuba.

A Cuba sbarcò da clandestino. Nel 1951 lavorò all’Avana come tecnico carpentiere alla costruzione della Grande Plaza Civica della capitale, ribattezzata successivamente “Plaza de la Revoluciòn”.

Qui nel 1952 Gino si fidanzò con Norma Turino Guerra (che sposerà nel 1953), una giovane cubana rivoluzionaria abitante nella antica città di Trinidad (la quale è amica della giovane rivoluzionaria Aleida March, futura seconda moglie di “Che” Guevara) con la quale entreranno due anni dopo nel nuovissimo movimento rivoluzionario castrista “26 Luglio”, definito con la sigla “M-26-7” (dalla data dell’assalto alla Caserma Moncada del 26 Luglio 1953).

Subito la sua abilità viene notata dai circoli rivoluzionari che cercano di cacciare il dittatore Batista. Quando parlano a Fidel della sua esperienza, Fidel dice la famosa frase: “Mandame el Italiano!” El Italiano arriva a Città del Messico e qui diverrà, assieme ad Ernesto Che Guevara, uno dei personaggi chiave della Rivoluzione Cubana.

Per ben 2 volte fa la spola tra l’Avana e Città del Messico, insospettabile con passaporto italiano. Gli imbottiscono la giacca di dollari, che serviranno per comperare il famoso battello Granma.

Castro si era informato sul passato da partigiano di Gino e gli fa domande, ha in mente di arruolarlo nell’impresa. Servono uomini esperti perché i cubani che stanno per partire non hanno mai sperimentato vere battaglie. Vuole che Gino sia della partita, ma non lo dice subito. Cerca di capire chi è.

In quei giorni il Che era triste: amore finito con la moglie, e Hildita, la figlia appena nata, anche lei lontana. Non aveva voglia di niente. Continuava a chiedere a Gino della guerra in Italia, dei nazi, di Mussolini e lo interrompeva con la domanda che l’ossessionava: “Pensi che riusciremo a mandar via Batista?”. Impossibile, rispondeva. “Ho combattuto con gli americani e so quanti soldi, quante munizioni e di quale risorse dispongono. Non ce la faremo mai se vogliono appoggiare la dittatura, eppure bisogna tentare. Del resto non ho scelta. Se non provo non posso tornare a casa: Norma mi butterebbe fuori. E poi c’è Fidel. Lui inventa tante cose”.

Gino divenne amico del medico asmatico Che Guevara, che gli confidò che se non avesse incontrato Fidel sarebbe emigrato in Italia per specializzarsi contro l’asma, nella facoltà di medicina di Bologna. Gino diventò amico anche di Fidel e di Raul e, come ex partigiano, collaborava agli addestramenti militari.

A Gino piaceva il Che in quanto avevano le stesse idee. Non importava se lui era ateo e marxista e Gino era cresciuto attorno ai preti veneti, anche se ormai la fede era debole. Li legava la ribellione all’ingiustizia e l’essere sempre dalla parte di chi non sapeva difendersi. Però Ernesto esagerava. Una volta, arrivò a prenderlo per la camicia. Erano andati a cena in un posto economico, da pochi pesos: una fonda , come si diceva. Perché la paga era niente. Anche Castro tirava la cinghia. O si mangiava o si fumava. Una sera contano i soldi: 12 pesos per uno. Appena da sfamarli. Ernesto, il Pichi dominicano e Gino entrano in questa taverna che di bello aveva solo una cameriera indiana guahal. Tutti ne erano innamorati. Ernesto resta per ultimo. E poi arrivò assieme a una vecchia e due bambini. Comprò da mangiare al banco. La donna se ne va con le scodelle piene. Finalmente si siede al tavolo: “Stasera non ho appetito”, annuncia con allegria. Aveva speso fino all’ultimo soldo per i mendicanti! A Gino andò il sangue alla testa: “la città è piena di straccioni, non possiamo sfamarli tutti e sei troppo importante per noi. Impossibile cominciare la rivoluzione se non riesci a stare in piedi”. Pichi fa da paciere: “Dividiamo quello che c’è”. Ernesto confessa con un’innocenza che disarma: “Quando vedo la fame negli occhi degli altri, devo subito fare qualcosa. Anche vuotare le tasche degli ultimi spiccioli”».

Nel 1954 Gino riceve l’ordine dal “M-26-7” di accompagnare clandestinamente due gruppi di giovani cubani, in due viaggi distinti, a Città del Messico, dove è atteso da Fidel, qui esiliato dopo l’assalto alla Moncada di Santiago, e dopo due anni di prigione all’Isola dei Pini.

Portano Gino a sparare nel poligono dove si addestrano sotto la guida di un vecchio ufficiale, grosso, un po’ lento: il colonnello Alberto Bayo, madre cubana e padre spagnolo. aveva perso un occhio contro Franco e pensare che Franco era stato il suo comandante quando andava a caccia di ribelli nel Rif marocchino. Insegnava tecnica della guerriglia nella scuola militare di Salamanca, bravissimo nella teoria, ma non aggiornato sulle furbizie che la seconda guerra mondiale aveva insegnato a Gino, che ascoltava le sue lezioni sui prati della tenuta di Santa Rosa. Andavano là a sparare. Poi Gino viene rimandato a Cuba e ritorna in Messico col pacco dei dollari più pesante, provenienti dall’Avana. Settembre 1956, Fidel sta comprando il Granma. I soldi servono per un’infinità di cose: per esempio le scarpe. Fidel volle che le scarpe della spedizione le facesse un calzolaio italiano, su misura. Le scarpe erano buone, ma i tacchi con quei chiodi procurarono un sacco di guai.

Nella notte tra il 24 ed il 25 novembre 1956, dal porto fluviale alla foce del Rio Tuxpan nel Messico, partirono su una bagnarola e sbarcarono a Cuba.

Era una nottataccia, pioggia battente e mare mosso. La capitaneria di porto aveva proibito la navigazione. Ma già si era in ritardo sui tempi e si rischiava di saltare appoggi e coordinamento con la struttura della resistenza a Cuba, il Movimento del 26 Luglio.

Insomma quella notte dovevano assolutamente salpare, anche per il rischio che venissero scoperti dagli agenti di Batista.

Sul Granma, nel mare in tempesta, la storia di Gino è uguale alla storia di tutti. Soffre un po’ meno degli altri, è abituato a navigare; dopo due giorni finiscono acqua, frutta e scatolette; restano arachidi e altre noccioline. Cento ore di niente. A bordo il suo grado era quello di Tenente del Terzo Plotone comandato dal Capitano Raúl, fratello di Fidel.

Allo sbarco del 2 dicembre, non lontano dalla città di Manzanillo, li attendevano 40 mila soldati del dittatore Batista. Lì morì la metà dell’equipaggio.

Il Granma si impantanò nelle paludi, ma Gino aveva imparato contro i nazi a muoversi in palude, ma ignora l’insidia delle mangrovie: radici dove inciampano le scarpe, spine che strappano la tuta verde oliva indossata prima dello sbarco. E i morsi dei granchi. Dopo quattro ore di traversata nelle mangrovie sotto il tiro di aerei, fucili e cannoni di Batista; dopo cinque ore di marcia forzata in terraferma, poterono riposare, ma erano sfiniti e confusi per essere arrivati nel posto sbagliato. Non li aspettava nessuno, l’appuntamento era quattro giorni prima, un Km e mezzo più distante. Fanno l’appello col passaparola, mancavano in tanti. Ma, soprattutto, mancava Ernesto. Viene mandato Gino a cercarlo, ma di fare presto. Castro è angosciato, non sopporta la scomparsa di un amico tanto importante, eppure bisogna proseguire: L’inseguimento dei militari di Batista è cominciato.

Allora Gino prende uno dei suoi e torna verso la laguna; fame, stanchezza, traversata infame, niente riesce a fermare Donè nella sua ricerca del compagno Ernesto. Dopo alcuni chilometri vede il Che avanzare trascinando le gambe e a testa bassa; appena li vede si rianima, lo abbracciano, la gioia fu grande. Dopo circa mezz’ora (il Che era stato colto da un attacco d’asma), ripartono e tornano al resto dei guerriglieri. Dopo due giorni si separano, Gino torna segretamente a Santa Clara, ove nel Natale 1956 partecipa ad azioni di sabotaggio contro postazioni militari, insieme con Aleida March, futura moglie del Che. Ma ormai è un soggetto troppo conosciuto e quindi troppo a rischio. E’ costretto nel gennaio 1957 a lasciare Cuba in clandestinità, diretto in Messico.

Grazie alla sua esperienza come marinaio, lavora sulle navi, gira per vari Paesi come il Venezuela, la Grecia e il Vietnam.

Vuole però ritornare a Cuba dall’amata moglie Norma e, nel 1958, sbarca al porto di Cienfuegos. Immediatamente si dirige a Trinidad, pur sapendo che numerosi delatori lo conoscono e possono denunciarlo. Cerca di entrare in contatto con il Che, che era nel vicino Escambray. I soldati di Batista lo cercano nel villaggio di Jíquima de Alfonso, ove il suocero aveva una coltivazione di tabacco, ma riesce a scampare alla cattura.

Spiega a Norma che è costretto ad andare via dal Paese perché la dittatura lo sta cercando in ogni luogo e le propone di andare via insieme, ma lei dice che non può abbandonare la sua famiglia, né i compagni del Movimento.

Salpa, allora, da Nuevitas, nella provincia di Camaguey, per gli Stati Uniti, con la stessa nave con cui era arrivato dal Messico, e non rivedrà mai più la moglie, dalla quale divorzia per ragioni di sicurezza.

Negli Stati Uniti comincia una nuova vita e lavora come tassista, imbianchino, decoratore, cameriere. Il 1° gennaio 1959 trionfa la Rivoluzione cubana, costringendo alla fuga il dittatore Fulgencio Batista. Gino, che si trova a New York, apprende la notizia alla radio, festeggiando con gioia. Sollecita il visto d’ingresso a Cuba ma gli viene negato, perché esiste una legge che priva di residenza chi permane per più di un anno all’estero. E poi il nuovo console cubano a New York lo guarda con diffidenza, non ne vuol sapere di concedergli il visto. Gino non disse che era amico di Fidel, perchè sarebbe sembrata una vanteria. Gino era un uomo riservato, modesto, che non amava parlare di sé, né tanto meno gli piaceva esaltare le sue imprese a tal punto da non raccontare la sua storia al nuovo Console cubano. Diceva del suo personaggio: “Sono come voi, solo che in questa esperienza della rivoluzione sono sopravvissuto”.

Si sposa, in seconde nozze, con la portoricana Tony Antonia (conosciuta proprio attraverso Olga Norma).

Successivamente Gino si trasferisce in Florida, insieme con la sua seconda moglie.

Dopo molti anni trascorsi nell’ombra, stabilisce un contatto con alcuni vecchi compagni di lotta.

Nel 1995 torna a Cuba, della quale (pur amando l’Italia) si sente sempre parte, come figlio adottivo.

Senza figli e due volte vedovo, dal 2003 andò a vivere a San Donà di Piave, in provincia di Venezia, vicino alla nipote Silvana.

Gino diceva sempre su Fidel Castro:” Castro è stato, è e sempre sarà il mio comandante, per lui semper fidelis (dal motto dei marines)”

Dal 22 marzo 2008, data della sua morte alla casa di cura Rizzola di San Donà di Piave, Gino è entrato ufficialmente nel Pantheon degli eroi di Cuba. Nella casa di cura è stata allestita la camera ardente, adornata di 3 magnifiche corone di rose rosse, circa 2000 rose! La prima del lider maximo Fidel, la seconda del fratello Raul e la terza dei compagni superstiti del Granma. La camera ardente fin dalle prime ore venne presa d’assalto dai primi amici che lo volevano vedere per l’ultima volta. Lui era con la mano sul cuore. Poi la cerimonia al cimitero di Spinea, vicinissimo a Mestre, ma più che una cerimonia è stata una festa, a volte commovente. Il feretro avvolto nella bandiera cubana, ai lati Gerardo Soler e Jorge Sosa dell’ambasciata cubana in Italia. Hanno letto un discorso sulla vita di Gino, portando il saluto del popolo cubano al “companero” che amava la lealtà e la giustizia. “La morte non è vera morte – hanno letto, ricordando le frasi del rivoluzionario Josè Martì – se si è assolto ai doveri della vita”. Infine al grido del Che “Hasta siempre” hanno proclamato gloria eterna a Gino Donè. Le foto e i video dei rappresentanti dell’ambasciata sono stati spediti a Fidel, come lui stesso aveva richiesto. A disposizione di tutti su un tavolo, il suo rum preferito di Santiago di Cuba, Arecha, poi le Camel senza filtro che lui fumava in quantità, sulle note delle canzoni cubane, poi di quelle partigiane. Dopo i saluti di tutti, anche delle varie associazioni partigiane presenti in massa, il filmato. E’ stato il momento culminante. Come rivederlo in vita con la sua barba alla Hemingway, la parlantina sciolta con un lieve accento anglosassone, il sorriso magnetico. Raccontava la sua storia come fosse lì, in mezzo a noi. La guerra in Italia, la lotta per la sopravvivenza, le mille avventure, gli amori, mentre scorrevano immagini di lui col Che, di lui con Fidel, di lui con Raul, tutti barbuti. “Mi sono sempre sentito tra i meno privilegiati – diceva Gino nel filmato – forse per questo ho varcato tante frontiere”. Hasta siempre Gino.

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